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Giardino Romano - Garden Club

c/o Gloria Viero Melchiorri - via Flaminia Nuova 290 - 00191 Roma

Telefono: telef. 06 36303441 - Cell. 335 5471636

E-mail: mariagloriaviero3@gmail.com

Presidente: Gloria Viero Melchiorri (Tel: 335 5471636)

Vicepresidente: Maria Mercedes Zangari Parodi (Tel: 339 5641529)

Soci: 200

 

 

 

 

Anno di fondazione: 1957

I nostri eventi

gli auguri di Natale al Circolo degli Scacchi

dicembre 2015

 

eravamo in tanti del Giardino Romano martedi 15 dicembre, nei prestigiosi saloni del Circolo degli Scacchi a palazzo Rondinini, per scambiarci gli auguri di Natale, ricevuti dalla nostra socia Cristina Lais

 

 

clicca per ingrandire


2 dicembre 2015

Conferenza di Daniela Fè d'Ostiani

"La grande lezione del giardino inglese"

(testo a cura di Maria Luisa Guglielmi)

 

Il titolo della conferenza di Daniela Fè d'Ostiani, garden designer e giornalista, è accompagnato da una diapositiva di un giardino inglese con un bordo naturale molto variegato, un insieme di piante coltivate e selvatiche come la borragine. Questa non è l’immagine più significativa – lei ammette - in quanto esso è molto di più. Il discorso è articolato, e attraversa varie fasi, con caratteristiche diverse. Intanto bisogna riconoscere che l’Inghilterra, o meglio la Gran Bretagna, è senz’altro il paese più avanzato nel mondo per il giardinaggio; non solo ha ottimi giardini, ma tutto il paese nutre rispetto per la vita e il territorio. L’amore per il verde è riscontrabile ovunque, sia nei giardini veri e propri - e lei ha avuto modo di visitarli quasi tutti - sia negli angoli attorno alle piccole case. Il clima aiuta: piove quasi sempre (l’espressione “Sunshine is an opinion” riflette questa realtà) e si può godere tutto l’anno di giardinaggio.

Per affrontare l’argomento bisogna ricordare che la suddetta superiorità è il risultato di tre secoli. Nel ‘700 gli architetti Capability Brown e William Kent crearono un paesaggio ideale nelle proprietà di 40-50 ettari delle grandi famiglie. Si spostarono fiumi, si alzarono ponti, si collocarono rovine. Infatti si passò dal giardino formale inglese, geometrico, allo stile naturale. Kent (1685-1748) lanciò il nuovo corso, e Brown (1716-1783) lo portò avanti, e così gli altri paesaggisti inglesi. Il primo lavorò, per citarne alcuni, nei parchi di Chiswick House, Stowe House (nel Buckinghamshire), e in modo molto originale in quello di Rousham House nell’Oxfordshire, dove egli realizzò una sequenza di scenografie dell’Arcadia punteggiate da tempietti, cascate, grotte, ponte Palladiano ecc.. Ovunque dimostrò un approccio naturalistico; anche a Richmond per la regina Carolina, moglie di Giorgio II. Capability (Lancelot di nome) Brown, suo dipendente a Stowe, disegnò fra gli altri (se ne contano oltre 170) i parchi di Blenheim Palace, e di Badminton House, ispirandosi ai quadri del francese Nicolas Poussin (1594-1665) e anticipando una concezione tipicamente romantica, con lisci prati ondulati che si dirigono verso la casa, cinture, alberi sparsi, laghetti formati da fiumiciattoli, e qualche antichità. I figli cadetti delle casate nobili furono presi, soprattutto nel XIX sec., dalla folle passione del giardinaggio: al seguito della Compagnia delle Indie andarono in giro per l’Oriente a cercare piante; specialmente in Cina, patria delle peonie, rododendri e rose. Portavano i semi, le piante e le talee nelle stive delle navi, facendo germogliare questo carico prezioso (tanto prezioso che – aggiungo io – l’ammutinamento del vascello mercantile “Bounty” nel 1789 fu dovuto, sembra, alla protesta dei marinai per l’uso, ritenuto eccessivo, della riserva d’acqua per innaffiare le numerosissime piante trasportate). Arrivato in Inghilterra, veniva smistato e acclimatato nelle varie serre, del Kew Garden ma anche delle grandi famiglie. L’esperta giardiniera Fé d’Ostiani ricorda di essere stata in Scozia nella proprietà, con boschi di rododendri, di Lord Campbell, cugino della regina. Questi raccontò che suo zio era un cacciatore di piante, soprattutto di rododendri dell’Himalaya. Sua madre li inseriva nella tenuta, dove scorreva un ruscello, ed essi vi trovavano un habitat ideale.

In epoca vittoriana i giardini diventano ordinati secondo lo schema romantico classico, come nell’isola di White dimora della Regina Vittoria durante l’estate. Poi ancora, si passa al naturalismo di Robinson tra fine ‘800 - inizio ‘900: lo stile si trasforma scoprendo la bellezza del paesaggio naturale, prodromico all’attuale giardino naturale. L’intento è quello di coniugare l’amore per i fiori con i prati e i boschi; imitando appunto la natura. Allora, ai primi del ‘900 assistiamo alla sintesi fra formale ed informale, che da origine ai più belli giardini inglesi. All’interno di aiuole formali si inseriscono infatti piante non in fila ma a gruppi. Nella prima metà del XX secolo tutto il paesaggio occidentale deriva da questa impostazione inglese, che ha fatto scuola per gli altri, come nel Rinascimento il modello del giardino italiano. L’apporto della Francia è limitato, continua la conferenziera, al “parterre” di bosso, “esportato” nell’800. In origine, tra l’altro, la siepe in Italia era di mirto e alloro. Il punto di riferimento per tutti dunque diventa la “ricetta” di sicuro successo elaborata dagli inglesi: stanze concatenate con raffinate bordure, modulate nei colori e nella forma; proporzione armonica tra parti geometriche potate e parti naturali. Negli ultimi 50 anni la suddetta ricetta è stata ripetuta all’infinito, non solo nelle grandi dimore ma anche nei piccoli giardini a schiera, e soprattutto nelle villette singole, dove si manifesta in versioni virtuosistiche. Dunque, abbiamo bordi misti, stanze, abbinamenti fra le piante. E’ tale in Inghilterra la quantità di opere di buona fattura da offuscare la percezione di pochi capolavori. Sembra quasi che lo slancio originale si sia esaurito. Allora è toccato al massimo rappresentante olandese Piet Oudolf, nato nel 1944 ad Haarlem, che curava un vivaio in Olanda, ad innovare ulteriormente, privilegiando le praterie di fiori spontanei, di graminacee, come si trovano in natura, ondulanti al vento. Lui le pianta, anche annuali, poi queste alla fine del loro ciclo naturale non sono tagliate: in inverno si riempiono di brina ed è ancora bello. Ad aprile nascono bulbose varie, tra febbraio e marzo i narcisi, e a maggio i tulipani. In Umbria i tulipani spontanei sono rossi per la gran parte. Oudolf inoltre ha lanciato la visione del giardino d’acqua, di ghiaia, ed è stato chiamato 3-4 anni fa per la riqualificazione (era solo erba) di un parco del ‘700 in Inghilterra di 40 ettari, dove è stato spostato un fiume davanti alla dimora del proprietario. Ma il personaggio più importante del giardino inglese è Gertrude Jekyll (1843-1932), la mitica creatrice dei bordi misti all’inglese (“Mixed Border”), vera rivoluzionaria dell’arte del giardino. Mediocre pittrice dallo stile delle signorine di buona famiglia, fu invece un vero genio nel campo del giardinaggio, a tutt’oggi non superato, e fonte d’ispirazione per generazioni di giardinieri. Ha attraversato tre fasi nella sua evoluzione, e ha diviso il giardino naturale in tre parti: nella prima fiori vicino casa, nella seconda bordura, ed infine quella più selvatica, il bosco. La tendenza naturalistica cambiò radicalmente, libera ed informale, anche perché l’autrice usava una grande gamma di piante e di colori, con effetto cromatico notevole. Nella sua terza fase, dopo la guerra, non collaborò più con l’architetto Robinson, cominciò a scrivere e ad appassionarsi al dettaglio architettonico (orribile!), abbandonando il bordo misto. Va comunque evidenziata la sua opera essenziale; lei e l’architetto-designer Edwin Lutyens (1869-1944) innovarono. Inoltre ha dimostrato che il giardino è qualcosa di effimero, che non può essere fissato nemmeno nello spazio di un giorno. Va reinventato incessantemente e non è restaurabile. Il concetto di conservazione e restauro di giardino storico è cambiato con lei. Insomma è stata una pestifera zitella inglese! Commentando poi le diapositive sui paesaggi inglesi, la Fé d’Ostiani fa osservare anche la composizione di vari bordi misti a destra e a sinistra di sentieri in ghiaia o lastricato, con “allium”, salvia, bulbose, “Achillea”, “Geranium”, “Verbena” ecc. Gli abbinamenti sono molteplici, anche nel colore, e il giardino deve avere la parte spontanea. Oggi comunque si tende a fare il monocolore o pochi colori. Il giardino di Sissinghurst Castle nel Kent fu il primo ad avere tutti fiori bianchi ed ancora esibisce cespugli di rose bianche accanto a siepi potate e ghiaia bianca, con un bell’effetto al tramonto. Il complesso fu creato negli anni ’30 dalla poetessa e giornalista di giardinaggio Vita Sackville-West (1892-1962) e da suo marito, Sir Harold Nicolson, entrambi membri del gruppo di Bloomsbury (ella è ricordata anche per aver ispirato Virginia Woolf, con la quale ebbe una breve relazione negli anni ’20, per il personaggio androgino del suo romanzo “Orlando”). Un altro esempio è il giardino di ghiaia e piante che non ha bisogno d’acqua, copiato dall’Italia. La bordura umida in un giardino d’acqua è pure presente, e le calle sono belle rigogliose. Classico della Scozia è il giardino con muro di protezione dal freddo.

 

Maria Luisa Guglielmi

 

              


il Giardino Giapponese in autunno

"passeggiata" con Elvira Imbellone e Paco Donato

- 1 dicembre 2015 -

 

Un folto gruppo di soci ha partecipato alla “passeggiata” guidata dalla nostra Elvira Imbellone attraverso i colori autunnali dell’Orto Botanico. Salendo verso il Giardino Giapponese  Elvira ha illustrato le particolarità di alcune  specie arboree molte delle quali, avevano già indossato l’abito autunnale, come vedrete dalle foto,  scattate da Elvira anche nei giorni scorsi, prima che alcune chiome si spogliassero.  La meta finale era il Giardino Giapponese, creato dall’arch. Nakajima   e gestito da un team guidato da Paco Donato, che ci aspettava al suo ingresso per illustrarci le caratteristiche e le particolarità dei giardini giapponesi.

Sul giardino che abbiamo visitato noi nessun commento: parlano le fotografie.

(nota a cura di M.Giacalone)

 

l'Orto Botanico ed il Giardino Giapponese in autunno

Acer palmatum foglie dell'Acer palmatum dietro l'Aranciera le chiome dell'albero del sego Sapium sebiferum esemplari centenari dell'albero del sego Elvira al lavoro le foglie a cuore dell'albero del sego vanno dal giallo al rosso foglie arancio di Amelanchier canadensis e gialle di Mallotus japonica foglie di Mallotus japonica con i picciuoli rossi Cladastris lutea una leguminosa nord americana. Esemplare storico del 1887 il vecchio tronco della Cladrastis lutea la chioma rossa di Taxodium distichum (cipresso calvo) una delle poche conifere spoglianti le chiome di Sapium sebiferum sullo sfondo della grande sughera la chioma luminosa di Firmiana simplex dalle grandi foglie fitto tappeto di foglie alla base del gruppo di Parrotia persica alcuni soci sotto la Parrotia persica particolare di foglie e portasemi di Parrotia persica le bronzee foglie di Bletilla striata, un'orchidea terricola si sale verso il Giardino Giapponese  foglie di ciliegio decorano il cespuglio di Berberis foglie di ciliegio Elvira e Paco Donato che hanno guidato la visita Paco Donato responsabile del Giardino Giapponese l'ultimo briefing di Donato prima dell'ingresso al Giardino Giapponese il Giardino Giapponese il gruppo del Giardino Romano nel Giardino Giapponese parte del gruppo del Giardino Romano (foto R. Bruni) uscendo uno sguardo all'ampia chioma del Gingko biloba che incomincia ad assumere il suo famoso colore giallo. E' un invito a tornare all'Orto nei prossimi giorni per ammirare l'albero in tutta la sua luminosa bellezza

Inaugurazione dell'arboreto

Appia Antica - 21 novembre 2015

 

Il 21 Novembre 2015 abbiamo inaugurato il primo Arboretum dell'Appia Antica.

La Direzione del Parco, nella persona della dr.ssa Rita Paris, Direttore Archeologo per l'Appia Antica e Museo Nazionale Romano, ha concesso il bellissimo terreno e la prestigiosa sede di Capo di Bove dove si è svolta la cerimonia.

Le conifere esotiche sono state donate dal Prof. Pierlorenzo Marchiafava che da 40 anni gestisce il suo vivaio di conifere esotiche da seme a Capraia e Limite( Fi).

Sono intervenuti la dr.ssa Rita Paris, il Prof. Pierlorenzo Marchiafava, la Prof.ssa Alberta Campitelli, sovrintendente ai Beni Culturali Ville e Parchi Storici, il dott.Fabio Attorre in rappresentanza del Prof. Carlo Blasi, direttore del Museo dell’Orto Botanico, l'Arch. Massimo de Vico Fallani, che ha preparato il progetto e seguito ogni fase della sua realizzazione e Gloria Viero, Presidente del Giardino Romano - Garden Club.

È' stato convenuto da tutti i relatori che la nostra Associazione rappresenta un esempio di proficua collaborazione fra pubblico e privato.

La partecipazione dei soci e' stata numerosa e vivace.

Si è anche concordato con la Dr.ssa Rita Paris che organizzeremo in primavera, in occasione della Festa del Giardino, un secondo festeggiamento. Constateremo, in quell'occasione, lo stato di salute degli alberelli appena piantati.

La mattinata si è conclusa con un allegro brindisi finale e con la piantumazione simbolica di un abete giapponese, alla presenza del prof. Marchiafava, dell'Arch. de Vico Fallani, dell’ Avv.Antonio Rossini e di Gloria Viero, ritratti con la pala in mano....

A suggello di questa bella giornata il caro socio Gottardo Angella, nostro poeta ufficiale, ci ha inviato i deliziosi versi che riportiamo di seguito.

 

(nota a cura di Gloria Viero Melchiorri)

 

21 Novembre 2015

SONETTO ........bagnato

 

Pur se sull'APPIA di memorie piena

c'è Giove Pluvio che bagna il basolato

ove i carri romani a tutta lena

andavan per il mondo conquistato

 

ecco che il GARDEN arriva sulla scena

di un grande parco tutto arborato;

colma è la sala, oratori in gran vena.

Marchiafava ogni conifera ha donato

 

per dare vita a un sogno che de Vico

realizzò con garbo, con maestria

nell'ARBORETUM dal sapore antico

 

di gran valore, e su questa via

per me c'è il sole, se rivedo un amico.

E' un bel dono ritrovarsi in compagnia

 

                                                                 Gottardo Angella

 

 

ELENCO DELLE CONIFERE PIANTATE

 

Pinus contorta sp. latifolia montagne rocciose, Canada sud occidentale

Pinus tabuliformis          Cina centrale e Corea del Nord

Pinus sabineana             California (USA)

Pinus taeda                   fascia centrale e SE degli USA

Pinus jeffreyi                 regioni occidentali del Nord America

Pinus yunnanensis         Cina (altopiano dello Yunnan)

Pinus massoniana          Taiwan

Pinus pseudostrobus      regioni montane dell’America Centrale

Pinus patula                  Messico centrale

Pinus sylvestris sp. mongolica   Mongolia e Siberia

Pinus sylvestris              Europa centro-settentrionale

Pinus heldreichii             Balcani

Pinus flexilis sp. reflexa   nord America

Libocedrus decurrens      California (USA)

Pinus wallichiana            Himalaya dall’Afghanistan al Nepal (piantato alla cerimonia di inaugurazione)

Pinus canariensis            Isole Canarie e Africa nord-occidentale

Pinus coulteri                 California (USA)

Pinus glabra                   USA

Pinus greggii                  Messico

Pinus hwangshanensis     Cina

Pinus nigra subsp. laricio Corsica Calabria e Sicilia

Pinus omorica                 Serbia Bosnia

 

 

 

 

 

 

 

le foto dell'evento

il convegno sull''"Arboretum" a Capo di Bove (foto L. Ammendola) il tavolo dei conferenzieri nel salone convegni di Capo di Bove (foto G. Marchiafava) il prof. Pierlorenzo Marchiafava con la nostra socia Elvira Imbellone (foto E. Imbellone) Nino Rossini promotore e organizzatore dell'Arboreto (foto L. Ammendola) la Presidente del Giardino Romano Gloria Viero Melchiorri (foto L. Ammendola) la nostra presidente Gloria Viero con il past president Nino Rossini (foto E. Imbellone) il prof. Marchiafava produttore e donatore delle conifere piantumate (foto E. Imbellone) la socia Rosellina Bruni rifinisce una piantumazione (foto E. Imbellone) il progettista dell'Arboreto Massimo de Vico Fallani (terzo da dx) con Gloria Viero, Pierlorenzo Marchiafava e Nino Rossini (foto E.Imbellone) il Prof. Pierlorenzo Marchiafava (foto L. Ammendola) (foto L.Ammendola) la distribuzione degli alberelli sul terreno (foto L. Ammendola) lo spazio, sull'Appia Antica, dove è stato istallato l'Arboreo (foto MG) lo spazio, sull'Appia Antica, dove è stato istallato l'Arboreo (foto MG)

18 novembre 2015

conferenza del Prof. Alessandro Cremona sul tema:

"Logge e giardini come luoghi conviviali nella Roma del Rinascimento"

(testo a cura di Maria Luisa Guglielmi)

 

 

“…Un disnare solennissimo sotto una loza adherente ad un bellissimo zardino”: questa frase dell’epoca, riportata come sottotitolo della conferenza del prof. Cremona, Storico dell’Arte specializzatosi all’Università di Siena, rende il senso del tema particolare da lui svolto, sui luoghi della vita conviviale della Roma rinascimentale. Nell’anno dell’Expo non poteva mancare. Inizia dicendo che a partire della metà del Quattrocento la corte papale, per recuperare il tempo perduto rispetto ad altre parti d’Italia dove erano state prodotte alcune innovazioni architettoniche, avviò prepotentemente opere significative in questo campo, che costituirono modello per le altre città.

La loggia è forse il tema più importante per l’architettura del giardino. La tipologia nasce a Roma dall’idea del giardino segreto di sfera conventuale, di chiostro. Nei palazzi, anche fuori delle mura cittadine, l’uso della loggia si impose per scopi conviviali, di cerimonie, o di intrattenimento. Luogo di delizie, aperto anche all’ospitalità, il modello continuò anche nel ‘500, con sviluppo anche nel ‘600. Esempio degli esempi è quello di Villa Chigi. Alla metà del ’400 dunque Roma si presentava in declino, e perciò la Curia si interessò al recupero degli spazi urbani, e anche dei palazzi del potere. Essa fece da propulsore in merito rispetto alla nobiltà, che viveva ancora nei palazzi fortificati. Il prototipo è quello del porticato accessibile, tipo peristilio romano con colonne aperte, investito di riferimenti religiosi. Ma anche “hortus” e vigna, spazio produttivo con alcune parti destinate a giardino, spesso associato alla loggia, che costituisce l’ambiente privato. Definisce un piccolo vano coperto spesso a colonne o pilastri. Secondo alcuni l’etimologia della loggia suggerisce il concetto di un ambiente associato a giardino. Fin dal ‘400 viene utilizzato come luogo ricreativo; nelle dimore aristocratiche anche per ostentazione di potere. Quindi strutturato per intimorire; per mettere a proprio agio gli ospiti ma anche per mostrare le proprie ricchezze. Nelle pitture e sculture dell’epoca si vedono banchetti sotto le logge. Ad esempio all’interno di palazzo Nardini, in Via del Governo Vecchio, della fine del V secolo, si sono scoperti affreschi di scene conviviali coevi, e resti di affreschi sotto una loggia raffiguranti “la mensa di Saul”. Le iniziative precedenti in materia di logge riguardavano i Medici in Toscana: palazzo Vecchio possedeva un loggiato dove venne ospitato il conte Sforza. S. Lorenzo in Damaso a Roma, prima della trasformazione nel Palazzo della Cancelleria, era dimora del cardinale titolare medico, matematico e guerriero veneziano Ludovico Trevisan (1401-1465), al quale nel 1451 Andrea Mantegna fece un ritratto. Egli divenne anche arcivescovo di Firenze col beneplacito del suo amico Cosimo dei Medici, e usava allestire mense imbandite laute e sontuose per i suoi ospiti illustri. Nel 1462 venne Cristiano III di Danimarca, ricevuto nella doppia loggia costruita dal Trevisan. Dopo il suo decesso in Damaso, un altro cardinale, Francesco Gonzaga figlio di LudovIco III marchese di Mantova e di Barbara di Brandeburgo, immortalato nella Camera degli Sposi, prese in consegna il luogo, dove aggiunse delle logge sopraelevate, congiunte con un giardino. Forse trasse l’ispirazione dal palazzo Piccolomini a Pienza dove era stato: logge sovrapposte e un giardino non di vasta entità; di derivazione claustrale ma in grado di ospitare un re, e pensile. Nel palazzo di S. Marco a Roma, iniziato nel 1446, furono usate delle tecniche molto innovative in questo senso: il giardino di palazzo diventava autonomo, non a coronamento dell’abitazione. Da una parte c’era la facciata turrita e dall’altra una serie di porticati, sovrapposizione di varie logge e un giardino parterre molto semplice. Aveva molte finestre sulla città dal lato delle stanze aperte per la benedizione della folla. Papa Paolo II Barbo, che da cardinale con il titolo di della chiesa di S. Marco l’aveva commissionato, con politica demagogica si mostrava al popolo volentieri. Ma eccedeva in magnificenza esteriore; nel marzo 1471 qui il pontefice offrì uno splendido banchetto in onore del duca di Ferrara  Borso d’Este, con uso anche del loggiato per fini diplomatici. Anche se il giardino era contenuto, costituiva novità come luogo di delizie. Papa Innocenzo VIII nel 1487 vi fece pranzo e si riposò nell’”horto”. Il cardinale Domenico della Rovere nel 1485-1484 dotò il suo palazzo a Borgo sull’esempio di S. Marco. Questi è una figura interessante per aspetti più legati alla cultura essendo sostenitore dell’Accademia Pomponiana. Nel 1495 ospitò nel palazzo suddetto il re Carlo VIII di Francia in visita a Roma. Paolo Cortesi, scrittore dell’epoca (1465-11510) si espresse sui canoni di una dimora accogliente di allora: passeggiata coperta e giardino possibilmente visibile dalla sala da pranzo. Caratteri che La Rovere esibiva. Nel corso del tempo le logge verranno spesso chiuse per varie ragioni, ma ancora nel ‘700 due mantennero la fisionomia.

Fino a qui si è parlato del giardino di palazzo come sviluppo del chiostro. Diverso è il discorso delle ville di delizia del ‘500, le vigne di città come luogo dell’”otium”. La tipologia comincia alla metà del ‘400: l’edificio è in funzione del giardino, di servizio a questo. Quasi sempre è fornito di logge. Una parte del giardino è ad uso del proprietario, una parte per la coltivazione. Uno dei giardini urbani è la Vigna Colonna al Quirinale. Era noto fin dal XIV sec. un edificio come “loggia dei Colonnesi” al Quirinale, inglobata nel palazzetto detto “dell’Olmo”, la più antica dimora dei Colonna, alle pendici del Quirinale. Ci sono notizie di essa fin dal 1423, in una zona con presenza di antichità romane. Una raffigurazione di Marteen Van Heemskenrck del 1534–1536 si riferisce a questa. Forse nel gennaio 1446 in questa Casina il cardinale Prospero Colonna dette una festa per ripararsi dal freddo. Quindi idea del buon “retiro” a contatto diretto con il verde e le antichità. In questo caso non si trattava solo di luogo per ricevere capi di Stato e dI occasioni conviviali, ma anche per trovare consonanza nelle discussioni; per ragioni culturali, visto che le “ruine romane” inducevano a riflessioni. Il cardinale Francesco Gonzaga realizzò vicino alla chiesa di S. Agata dei Goti, in una zona isolata, un edificio con recinto merlato per sottrarsi al caos cittadino, per appartarsi nel cuore della città. IL suo giardino aveva fontane e fiori freschi, e vi si rifugiarono 50 persone per sfuggire alla peste scoppiata a Roma. Vanno menzionate anche le diverse tipologie delle proprietà del cardinale Bessarione colto umanista: la Casina, il probabile “viridarium” vicino SS. Apostoli, e il casale alla Cecchignola. Quest’ultimo fu da lui comprato nel 1458: un castello merlato con una torre di 45 metri di altezza. Nella tenuta esisteva al tempo probabilmente anche un laghetto , e doveva esserci un casino con un porticato e loggia per godere “il desinar”. In seguito la proprietà passò ai Borghese, regnante Paolo V, che l’aveva acquistata da Maffeo Barberini, il futuro papa Urbano VIII. Paolo V decise di bonificare la zona, creando un luogo di delizie, con un parco nel fosso con essenze rare e pregiate. C’era inoltre, alla fine del ‘400, un altro edificio con loggia nell’ambito di uno spazio conventuale alle spalle del Monte Pincio, chiamato “Portugallo” a causa del cardinale di Lisbona. IL luogo residenziale, romito, fu messo a disposizione nel 1492 per il re del Portogallo, con concerti di musici e banchetti. Gli avamposti nel suburbio erano invece casali di tipo agricolo, con la novità che le abitazioni, con le torri merlate, dovevano avere la loggia. Nella villa della Magliana, casale rustico, papa Innocenzo VIII creò una riserva di caccia per gli ospiti. Ernesto di Sassonia fu uno di questi. Anche papa Leone X Medici venne qui a cacciare la selvaggina, ma fu il suddetto Innocenzo a privilegiare il posto. L’altro portò solo delle migliorie.

Il banchiere Spinelli comprò una vigna nel 1448 fuori la porta Viridiana e restaurò la “torre belvedere”, che dava sul Vaticano da una parte e dall’altra su Monte Mario. In essa passò la notte Federico III di Asburgo, in attesa di incontrare il papa. L’importanza sta nella figura del committente laico. Lui intrattenne relazioni anche con Giovanbattista Alberti, e aveva presente il libro “Decamerone”.Il Belvedere vaticano era la vigna urbana “papalis”, la più importante. L’origine del nome è dovuta alla costruzione, intorno al 1487, commissionata da papa Innocenzo VIII Cybo (morto nel 1492), di una villa suburbana a suo uso con una grande loggia aperta verso la campagna, e con l’altra verso l’”horto”. In posizione rialzata rispetto alla Basilica Vaticana, fu detta anche Casino del Belvedere. Probabilmente inglobava un altro edificio dei tempi di Niccolò V secondo notizie del Vasari. L’iniziale progetto bramantesco sotto papa Giulio II era diverso. La sistemazione dell’area fra il Casino e il complesso vaticano (separata da questo da un vasto pendio)  prevedeva uno spazio a giardino e la collocazione di sculture antiche romane, ma il progetto fu modificato per soddisfare il  desiderio del papa di collegare i suoi appartamenti al Belvedere, tramite due corridoi. Ciò indusse all’invenzione di uno schema a terrazze degradanti, destinate ad accogliere giardini uniti da rampe e scale. La realizzazione bramantesca ebbe riflessi importanti anche sull’evoluzione del giardino all’italiana, per i suoi spazi posti a quote differenti ma uniti in un’unica prospettiva. Inoltre essa era tesa a mostrare lo stretto legame fra la bellezza della natura e quella dell’arte degli antichi. Giulio II fece costruire nel Belvedere due logge, una interna ed una esterna, e i disegni si trovano nell’archivio dei Gonzaga a Mantova. Molte notizie sulla Roma rinascimentale vengono da questo, comprese quelle relative ai banchetti. Il Belvedere divenne sede stabile di essi.

Sulla via Trionfale ancora si conserva ai giorni nostri il casale Falcone. Allora era un Casino a corte e aveva una loggia sul lato destro che dava su un giardino interno. Il professore ha citato altri edifici suburbani notevoli, come Casale Strozzi, ma gli esempi da lui sottolineati maggiormente sono le esperienze romane del primo Cinquecento della Villa Farnesina, allora chiamata Villa Chigi, a Via della Lungara sulla riva destra del Tevere. Esse preparano un salto di qualità. La sostanziale novità del ‘500 sarà nella decorazione di tipo illusionistico di questi ambienti, egli dice. A partire dal ‘500 abbiamo grandi cicli decorati forieri di significati simbolici: manifesti simbolici del potere del proprietario. Agostino Chigi, banchiere, mecenate nato a Siena nel 1466, incaricò Baldassarre Peruzzi del progetto per la villa nella proprietà da lui acquistata, e la fece affrescare, dal 1511 in poi da Raffaello, Sebastiano del Piombo, il Sodoma e lo stesso Peruzzi. In essa si svolse fra l’altro il suo banchetto nuziale nel 1519 con la sua seconda moglie, Francesca Ordeaschi, popolana veneziana. Alle vicende di lei allude il ciclo di affreschi nella cosiddetta “Loggia di Psiche”, opera di Raffaello al pianterreno della villa, che ripercorre simbolicamente la sua fatica di esclusa sociale fino al trionfo finale dell’amore. La favola dell’amante ed ex cortigiana Francesca che alla fine riuscì ad essere moglie legittima, prevalendo perfino sulle trattative di nozze di Agostino con la nobile Margherita Gonzaga. Quindi Francesca- Psiche viene ammessa allegoricamente alla mensa degli dei. Le scene contengono anche intrecci vegetali, di circa 200 specie botaniche, nostrane in maggioranza ma anche dalle Americhe, che danno un senso di continuità alla loggia con il giardino. Quella di Galatea, dice il professore, non ha più prospettiva sul giardino: una volta invece doveva affacciare sul Tevere. Un tempo aveva infatti archi aperti; chiusi nel 1650. L’affresco di Raffaello del Trionfo di Galatea in questa sala mostra la Ninfa in un cocchio tirato da delfini, metafora dell’attività del banchiere. Il pranzo di nozze fu allestito al piano di sopra, mentre nel febbraio 1518 papa Leone X con 18 cardinali venne a cena in loggia. Nell'estate del 1518 fu organizzato un sontuoso banchetto con piatti d’oro e d’argento gettati poi nel Tevere per impressionare i commensali con lo sfoggio di ricchezza. L’episodio è noto anche nel suo epilogo: furono ripescati perché era stata messa appositamente una rete nelle acque. Tra il ‘500 e il ‘600 assistiamo ad una mutazione genetica: la galleria non è più necessariamente legata al giardino ma si apre verso l’esterno; il palazzo di Caprarola dimostra questo carattere. Fino ad arrivare alle ville seicentesche come Villa Borghese, nella quale non solo si esibisce il potere, ma si collezionano le opere d’arte a scopo museale.

 

Maria Luisa Guglielmi                  


11 novembre 2015

Conferenza del Prof Andrea Sasso sul tema:

"Paesaggio della Tuscia rupestre"

(testo a cura di Maria Luisa Guglielmi)

 

 

Il prof. Andrea Sasso, Direttore del Museo della Tuscia dal marzo 2009 e del Servizio Speciale dei Monti Cimini, nonché autore di numerose pubblicazioni per la promozione della Tuscia, ci intrattiene su un tema suggestivo: il paesaggio di questo territorio, che merita di essere valorizzato. Esso è un connubio tra l’ambiente naturale spontaneo, l’agricoltura della zona e le testimonianze del passato. Ci sono progetti per un museo diffuso all’aperto, un insieme del territorio sotto varie forme.

Nella necropoli rupestre di Norchia, in Comune di Viterbo e nei pressi di Vetralla, si potrebbero realizzare recuperi incredibili per il suo alto interesse archeologico e paesaggistico in genere. Luogo di insediamenti umani già dalla preistoria, con tracce risalenti al Paleolitico Superiore e resti più consistenti nell’Età del Bronzo, raggiunse l’apice abitativo tra il IV e il II sec. a.C., quando interessò lo stretto pianoro tufaceo a 147 m.s.l.m racchiuso tra la confluenza dei fossi Pile e Acquaita nel Bledano. Potrebbe trattarsi dell’antica città di Orcleae. Di questa fase sono le sue caratteristiche necropoli etrusche rupestri, disposte lungo i fianchi dei valloni, con la tipologia prevalente delle tombe a dado o a semidado composte da un grande blocco di tufo squadrato superiormente al quale si accedeva anche da due scale laterali scavate nella roccia. Inoltre in alcune tombe si notano arricchimenti scultorei annoverati fra le più significative manifestazioni dell’architettura proto-ellenistica dell’Italia Centrale. In epoca romana era funzionalmente sotto l’influenza di Tarquinia, e dalla sua porta settentrionale usciva la via Clodia, che scavalcando con un ponte (del quale restano due pilastri) il Bledano, risaliva in direzione di Tuscania. Del Medioevo sono la Pieve di S. Pietro, di forme proto-romaniche, dell’XI-XII sec., che conserva l’abside e il lato settentrionale, e il Castello, passato nel XIII sec. alla famiglia Di Vico e anch’esso in rovine.

Altro sito importante è San Giovenale, in ambiente collinare isolato e verdeggiante, in comune di Blera e in prov. di Viterbo, dove si possono ammirare tra le più antiche testimonianze dell’architettura civile italica ed etrusca. Come quelle di Acquarossa nei pressi di Viterbo, favorite anch’esse da un territorio forgiato da vulcani; con prodotti vulcanici dei monti circostanti. San Giovenale (si ignora il nome arcaico) occupava fin dal VII sec. a. C. un altopiano tufaceo a forma di mezzaluna di circa 400 metri in lunghezza alla confluenza di un fosso nel torrente Vesca. Già a partire dall’Età del Bonzo l’uomo abitava la zona: sono stati ritrovati fondi di capanne, e vaste necropoli circostanti etrusche a nord e ad est, con tombe a camera scavate nel tufo. Sotto il muro del castello medievale, ora diroccato, che si erge sull’acropoli con un dislivello di circa 50 metri sul Vesca, si vede un grande capannone che protegge la parte dell’abitato etrusco meglio conservato. Le case erano costruite con grossi conci di tufo messi in opera a secco. Inoltre nell’acropoli, nello stesso luogo del castello, sorgeva il villaggio nell’Età del Bronzo. Si sono riconosciuti non meno di 14 strati rispecchianti lo sviluppo successivo delle capanne primitive. Gli scavi archeologici sistematici iniziarono a cura dell’Istituto Svedese di Roma e furono portati avanti dalla partecipazione appassionata di re Gustavo VI Adolfo di Svezia. Grazie ad essi sono venuti alla luce aspetti inediti della vita degli Etruschi. Luni è un’acropoli dello stesso tipo di San Giovenale, alla confluenza del Vesca nel Mignone.

Il lago di Bolsena è il più grande lago di origine vulcanica d’Europa, e tutti i suoi prodotti vulcanici sono di color senape. Nel distretto Cimino-Vicano invece c’è una varietà di essi, ed il lago di Vico ne è stato fortemente influenzato. Come era il vulcano vicano? Nel paesaggio preistorico era alto 3 mila metri, ed emetteva vari materiali che si stratificavano in alto, fino a che la camera magmatica si sgonfiò e collassò, causando una forte decompressione nel paesaggio. Era una caldaia con diversi centri di emissione, vari crateri. Il lago suddetto ha la maggiore altitudine in quota in Italia: 510 metri. E’ circondato dai monti Cimini, e il vicino Monte Venere, che lo sovrasta con i suoi 838 metri di altezza, testimonia una lunga attività vulcanica. Prima che l’uomo abbassasse il livello del lago questo monte era un’isola in mezzo alle acque. Ora è protetto da una faggeta di 350 anni alternata a cerreto. E’ parte della Riserva Naturale Lago di Vico. Nella zona vicana esistono anche noccioleti storici. La produzione agricola non è in contrasto con l’ambiente protetto, se si evitano i fertilizzanti nocivi. Negli ultimi tempi tuttavia si è notata l’atrofizzazione dell’acqua del lago, con la proliferazione delle alghe, che portano all’asfissia i pesci. Le temperature più elevate del clima atmosferico impediscono il ricambio termico e quindi l’ossigeno sott’acqua, dove cresce un’alga rossa che contiene le microcistine, sostanze cancerogene. E’ un problema fisico-meccanico. Le attività umane hanno alterato l’equilibrio dell’ambiente. Si sono trovate le microcistine anche nelle nocciole, prosegue il professore. Si potrebbe arginare almeno in parte il fenomeno.

I prodotti vulcanici sono stati emessi fra i 110 mila e i 90 mila anni fa, ma dal 79 d.C., cioè dalle eruzioni “pliniane”, si verifica un altro tipo di emissioni: quello di nube ardente, improvvise, potentissime, con polvere e sassi di velocità grandissima. Gli abitanti di Pompei colpiti dall’eruzione del Vesuvio hanno inalato immediatamente aria bollente e quindi sono deceduti di morte istantanea, come risulta dai calchi. Quindi non solo compressione meccanica dei corpi. Riguardo al paesaggio vicano si parla di miliardi di metri cubi di materiale vulcanico caduto in un raggio di 25 chilometri. Il tufo rosso è un effetto di ciò ed interessa tutta la Tuscia. Il suo nome scientifico è piroplastite, cioè sabbia che si compatta per diventare roccia, molto poroso. Gli etruschi lo usavano per costruire. Esiste anche il tufo rosso a scorie nere; la pomice non è altro che questo. Dopo queste fasi di deposizione di sostanze attive, intorno a 90 mila anni fa le piante ripresero a crescere, inizialmente muschi e licheni, ai quali basta poco per sopravvivere, e poi erbacee, arbusti e faggete. I noccioleti del lago di Vico son di qualità altissima, la più alta del mondo, appunto per il tipo di terreno formatosi nei millenni da queste parti. Purtroppo non c’è più la copertura forestale dell’antichità; ora ne resta un po’ nei Colli Albani, alle pendici dei Monti Cimini, intorno a Manziana ecc. Per tanti secoli essa rappresentò una barriera insormontabile per i Romani, che per questo preferirono espandersi verso sud. Il sottobosco allora era incolto, le rocce vulcaniche avevano forme suggestive e stranissime: non era agevole addentrarsi nel territorio. Riuscì solo nel 315 a.C. al console Quinto Fabio Rulliano, il quale trovò una via verso Viterbo, anche se gli Etruschi gli diedero filo da torcere. Suo figlio aveva studiato nella scuola d’élite etrusca di Cerveteri, dove si insegnava l’ellenismo, una specie di Oxford odierna. Probabilmente questa circostanza contribuì a sfatare il mito dell’inaccessibilità dell’Etruria interna, aspra e selvaggia, abitata appunto dagli Etruschi.

Dal punto di vista naturalistico abbiamo dunque l’ambiente montano, con l’imponente faggeta di Monte Cimino, di circa 50 ettari, ad oltre 1000 metri d’altitudine, sovrastante il paese di Soriano nel Cimino; quello lacustre e anche quello paludoso, importante, con una vasta popolazione invernale. Il professore fornisce inoltre alcuni dati botanici della Tuscia: da Marzo in poi il sottobosco esplode con la fioritura di anemoni celesti e bianchi appenninici, di narcisi anche fra i 600 e i 700 metri di altitudine. Formano dei tappeti meravigliosi. Sono presenti anche le orchidee spontanee (mangiate dai cinghiali) con una forma particolare: nello stesso apparato hanno caratteristiche maschili e femminili. Grazie a questo l’insetto fra l’altro insemina sentendosi in trappola, liberandosi dopo 2-3 giorni. Poi c’è anche il fiore “Corydalis cava”, cioè la Colombina, la “Daphne laureola”, pure minuscola ma profumatissima. Essa vive quasi esclusivamente nelle faggete. Inoltre “Myosotis” (Nontiscordardime); “Scilla bifolia”, erbacea perenne che si trova in luoghi ombrosi, boschi, faggete, ecc.; “Euforbia”; e un’altra pianta comunissima, rampicante: la “Clematis vitalba” ecc. Menzione particolare merita l’antica pianta del lupino nel consolidamento delle scarpate e nel preparare il terreno, come del resto la ginestra. La fragola selvatica è tipica di questo posto, come la passiflora, molto presente nelle rupi tufacee. Mentre nei pianori assolati il clima è asciutto e secco, nei valloni con lastroni verticali anche di 80 metri che piombano a valle fino all’acqua dei fiumi, esso è diverso; con poco sole e molta umidità. In questo contesto fresco si possono trovare felci rarissime. Le piante mediterranee di ambiente caldo si vedono anche a 350 metri di altitudine. I paesi sono arrampicati su alture con vegetazione molto florida. Il sambuco oggi è utilizzato nel Lazio come pianta di confine, ma i Romani lo usavano per conservare i volumi, pergamene e papiri, avvolgendoli all’interno di contenitori.

Le riserve naturali non sono santuari intoccabili e quindi si organizzano escursioni al Monte Venere, dove si gode di un panorama incredibile, partendo dalla base di località Canale. Si svolgono attività di tutti i tipi, cercando di tutelare l’ambiente e nello stesso tempo di promuovere, anche con concerti, il territorio. La domenica sono previste attività gratuite con momenti conviviali. Tutto ciò con soli 110 mila euro di bilancio ordinario. Inoltre si è allestito un centro di recupero della fauna selvatica con fondi risicati: 5000 euro ogni anno dalla Provincia. Tra l’altro dalla Toscana stanno scendendo i caprioli. Si spera che per il futuro non manchino le risorse indispensabili per la valorizzazione di questa parte d’Italia con un fascino particolare. 

 

Maria Luisa Guglielmi                          

 

 


gita autunnale all'Oasi di Ninfa

5 novembre 2015

 

così cadono le fronde intorno all'albero in autunno:

esso non ne sa nulla, la pioggia lo bagna

e lo colpisce il sole o il gelo,

la vita gli si ritrae lentamente in uno spazio minimo e intimo.

Esso non muore,

aspetta

Hermann Hesse (1877-1962 Nobel 1946 per la letteratura)

 

 

un nutrito gruppo di soci ha visitato l'Oasi di Ninfa approfittando di una bella giornata autunnale che, alternando sole ed ombra, rendeva il panorama del giardino e dei suoi ruderi ancora più affascinante. I colori tendevano decisamente al rosso e al giallo ed il terreno era un soffice tappeto di foglie. Nel pomeriggio abbiamo visitato l'Abbazia di Valvisciolo del XIII sec. interessante soprattutto per il bel chiostro.

le fotografie (clicca per ingrandire)

foto Tilde Bonichi foto Tilde Bonichi foto Tilde Bonichi un rarissimo esemplare di Acer griseum Acer griseum particolare del tronco il chiostro dell'Abbazia di Valvisciolo  il chiostro dell'Abbazia di Valvisciolo  il chiostro dell'Abbazia di Valvisciolo i gruppo del Giardino Romano nella pace del chiostro

con il mese di ottobre 2015 riprende il ciclo delle nostre conferenze

28 ottobre

conferenza del giardiniere professionista Giulio de Fiore sul tema "Nuove sinistre presenze e riflessioni pratiche di un giardiniere senza tempo all'alba del terzo millennio"

(testo a cura di Maria Luisa Guglielmi)

 

 

 

Prima della conferenza il nostro nuovo Presidente Gloria Viero  informa i soci della recente scomparsa della socia Jenny Banti Pereira,  persona molto cara al Giardino Romano – Garden Club, perché fondatrice insieme a Stelvio Coggiatti della nostra Associazione nonchè della scuola occidentale di Ikebana Ohara. Anna Maria Ratto, attuale presidente della scuola, ha ricordato la sua figura insieme a Leda Cardillo Violati presidente di Studio Arti Floreali. E’  seguita la comunicazione da parte della nostra presidente che la prof. Paola Lanzara sarà ospitata presso l’istituto santa Caterina da Siena di Largo Don Luigi Guanella, 3, vicino le Mura  Aureliane. Poi il nostro past-President Rossini ha ragguagliato sulla costituzione dell’Arboreto sull’Appia Antica del quale è promotore. Esso sarà inaugurato il prossimo 21 novembre alla presenza di varie personalità, fra le quali il progettista arch. Massimo  De Vito Fallani. Al termine del suo intervento il presidente Viero insieme ai componenti del consiglio direttivo ha conferito all’avv. Rossini una targa per il suo prezioso lavoro a favore del Giardino Romano.

Apre il ciclo di conferenze di quest’anno un esperto del verde che iniziando una serie di riflessioni non vuole essere chiamato professore: “Io non sono nient’altro che un semplice giardiniere”. Egli afferma infatti che abbandonando la fase accademica e abbracciando la  pratica, ha osservato anno dopo anno il comportamento delle piante acquisendo la consapevolezza che la natura risponda all’attenzione costante. Partendo dunque dal fatto che i giardinieri sono curiosi ed osservano, egli ci presenta un vecchio cortometraggio a colori, molto divertente, di cartoni animati del 1935  della Disney Production dal titolo “Michey’s Garden”. Topolino in esso cerca di liberare le piante dagli insetti nocivi. E’ un manuale di giardiniere, perché vi si trovano già riassunti in pochi punti gli errori più classici nei trattamenti. Essi sono:

 

1)    L’intervento di emergenza, cioè quando è già presente la patologia. Invece è meglio prevenire che combattere

2)    La fumigazione incontrollata. In realtà bisogna arrivare al problema e combatterlo alla radice

3)    Assenza totale di protezione in presenza di prodotti con fortissimi veleni.   Bisogna usare i D.P., cioè i dispositivi di protezione individuale, vale a dire mascherina, occhiali, guanti, fino alla tuta.

4)    Alterazione della giusta dose. Questo è un classico dei giardinieri alle prime armi. Si prende il doppio della dose. Se non si legge prima l’etichetta si rischia di ottenere il risultato opposto

5)    Mancata manutenzione degli attrezzi. Avviene che quando i giardini sono pronti essi non siano in ordine

6)    Assuefazione degli insetti ai principi attivi: un classico che ora è sempre più presente, in quanto essi tendono ad organizzarsi e resistere. Ma Giulio de Fiore, che è un grande esperto di fitoterapia e che recentemente ha anche aperto una società di manutenzione del verde, ci racconta a questo proposito che lui ha vinto la micidiale piralide con la roteazione dei trattamenti, in modo che l’insetto non si abitui al prodotto

7)    La natura si organizza, si ribella e reagisce agli attacchi. La lotta che si può fare agli insetti autoctoni e soprattutto a quelli che vengono da altri parti del mondo dipende molto dalla nostra approfondita conoscenza di essi.

 

Allora, circa le nuove sinistre presenze nei nostri giardini, bisogna fare attenzione alla processionaria del pino, la “Thaumetopoea  pytiocampa”, di color rosso. E’ una brutta larva che può irritare fortemente al contatto con gli animali e con i bambini. Si trova soprattutto a maggio nei giardini pubblici quando avviene la sua schiusa. Si sviluppa sui pini. Si deve agire per contrastarla a febbraio-marzo quando c’è il risveglio vegetativo: con intervento preventivo. Infatti si combatte non solo prendendo i nidi, con costi molto alti, o facendo trattamenti alla chioma, anch’essi di spesa elevata. Si può usare anche il Rapax, un prodotto in commercio insetticida biologico a base di “Bacillus Thuringiensis varietà Kustaki”. Siccome la processionaria si nutre delle foglie del pino, questo dispositivo mangia le larve da dentro.

 

Da settembre è uscito il nuovo piano nazionale fitosanitario. Esso vieta il commercio e la possibilità di irrorare a persone che non siano possessori di patentino apposito, il quale costa 150 euro e prevede tre giorni di scuola. Se questo modo di formare può essere escludente riguardo ai contadini, lo è sicuramente per i proprietari di giardini che devono fare maggiori trattamenti. Ad esempio, di fronte ad una infestazione di processionaria bisogna chiamare qualcuno con patentino che attui le misure di contrasto.. Nessuno finora si è ribellato alla normativa, ma è prevedibile che così si disincentivi la cura del giardino. Non può essere solo delegata agli operatori.

 

Dal 1998 la lotta alla processionaria del pino è obbligatoria nelle aree ritenute a rischio infestazione, e viene fatta generalmente con la rimozione manuale dei nidi. Il “Rapax” biologico è stato usato in massa a Villa Medici a Roma e la vegetazione lì risulta rigogliosa, ma presumibilmente il prodotto ha funzionato perché usato su piante in gran parte sostituite, in quanto esso agisce in modo preventivo. Infatti è efficace al momento della comparsa del pericolo, per tre giorni: non ha persistenza. Dopo questo periodo, se sono già esistenti bruchi, uova o farfalle sulle piante risulta addirittura controproducente perché li irrobustisce. Altro aspetto negativo dei dispositivi biologici è che non sappiamo l’efficacia di questi prodottl. Inoltre la maggioranza delle persone non sa quando intervenire, anche perché si diffondono specie nuove di insetti.

La piralide “Cydalima perspectalis” viene dalla Giamaica e attacca il bosso. E’ un animale molto vorace. E’ stata per la prima volta segnalata in Germania nel 2007. La EPPO dovrebbe vigilare sulle nuove malattie vegetali e la Regione Lazio, quando arrivarono le prime segnalazioni dalla Lombardia non disse nulla. Giulio de Fiore che è da sette anni responsabile dei giardini di Villa Albani a Roma con 800 metri di siepe di bosso, si mise all’epoca in contatto con il servizio sanitario regionale per avere notizie e constatò l’inadeguatezza di esso.

Il trattamento contro la piralide è complesso e molto costoso. Ha bisogno di un monitoraggio costante, ma la risposta vegetativa c’è, sia a Villa Ada che a Villa Albani di proprietà della famiglia Torlonia. La farfallina della piralide è di solo tre cm. ed è molto attiva. Preferisce il bosso, ed attacca anche le rose, l’alloro, gli agrumi, il leccio. Non scompare d’inverno, perché le nostre temperature non sono così basse in questa stagione da scongiurare il suo svolazzare nei giardini. Le uova fanno 8 cicli di riproduzione l’anno. Le applicazioni vanno fatte 4 volte al mese, però bisogna vedere la posta in gioco, se uno ha solo una pianta di bosso o una grande estensione.

Per fortuna il principe Torlonia irrorò con un drone Villa Albani. Il suo giardino all’italiana risale a fine settecento al tempo del cardinale Albani, e oltre al bosso piantato negli otto settori superiori, vediamo agrumi, rose tea antiche. Il cipresso, degli  anni ’70, si ammala continuamente ma anche esso è curabile. I trattamenti comunque non devono essere fatti in previsione di pioggia o vento.

 

Per la risposta vegetativa delle piante si consiglia il prodotto “Vigorplant”, che è un terriccio arricchito con le Micorrize, che sono dei funghi infinitesimali che servono a colonizzare le radici dei bossi e rafforzare così le difese immunitarie delle piante. Si trovano anche nel prodotto “Bioplanet” e si comprano anche on line.

 

Un’altra minaccia all’ambiente è rappresentata dal rodilegno (“Cossus cossus”), che deposita le uova nei tronchi, arrivando dove il legno è poroso e scavando gallerie dentro i fusti. Ha schiantato un cedro ultracentenario come si vede in una foto. Si combatte con l’endoterapia, cioè con iniezioni al tronco e con uma mosca antagonista. Ulteriore sinistra presenza sono i pappagalli. Il problema grosso è che nidificano dentro le cavità degli alberi, già vessati da altri problemi. Non si possono abbattere, e  provocano anche danni collaterali, come il danneggiamento delle siepi di bosso per la caduta dei tronchi. Se questa pianta si secca bisogna estirparla. Ben prima della piralide esisteva il fungo del bosso, che comporta accerchiamento circolare della pianta. Esso fa una macchia di secco perfettamente tondo. La “Xylella fastidiosa”, killer dell’ulivo, non è una novità. Nel 1905 ci fu una malattia improvvisa della vite in California data dal principale vettore della suddetta Xylella. A quella data risale dunque la prima infestazione. Come è noto 6 milioni di ulivi pugliesi sono stati colpiti recentemente da essa. Essa arriva dall’Argentina, dal Brasile, dalla California, ma la provenienza reale è da quest’ultima. Aggredisce anche oleandri, caffè, magnolie, querce. Nella mappa della sua presenza che ci è stata mostrata, solo i continenti dell’Africa e dell’Oceania ne sono immuni. In Oceania i controlli sono massicci. Poco prima che l’Europa prendesse la decisione di eliminare i 6 milioni di ulivi pugliesi attaccati dalla xilella, la Monsanto, maggiore diserbante al mondo, ha offerto 3 milioni di ulivi resistenti alla malattia. Una coincidenza?  La lavorazione alla base della piante è molto importante per rafforzarle e sostenere quelle colpite. E’ stato un peccato abbattere le pugliesi.. La xilella infatti è un batterio, non un insetto, e quindi è trasmissibile da chiunque, anche da una persona che si sposta percorrendo grandi distanze. Dunque la fascia di rispetto di 6 chilometri è un palliativo. Come può essere che il vettore, la cicala, può limitarsi a 6 km?

La minatrice dell’ippocastano è invece la “Cameraria Ohridella” , che bruca le foglie, pregiudica la biologia della pianta ma non l’ammazza. Le foglie cadute si devono bruciare. I trattamenti vanno fatti in chioma a fine primavera, a maggio-giugno dopo la fioritura.

 

Circa la produzione biologica, essa non è ardua, ma su una grande estensione è difficoltosa, intanto perché si hanno maggiori costi di acquisti e di applicazioni, le quali vanno fatte di sera tardi o mattina presto e non sono semplici.. Poi l’efficacia è dubbia, e non rapida. I prodotti già pronti sono molto diluiti, non fanno male agli uomini ma non risolvono.

 

Un altro discorso interessante è quello degli insetti antagonisti. La coccinella ad esempio è una mano santa contro gli afidi. Ne fa fuori fino a 100 al giorno. Quella con faccia di topo, la “Criptolaemus montrouzieri”  lo è altrettanto contro i nemici dell’alloro. Giulio de Fiore ha provato altri antagonisti, i nematodi, che colonizzano i parassiti entrando e mangiando. Risolvono molto..

 

Per concludere: è palese che la nostra città è in abbandono, ma visto che ci viviamo dobbiamo renderla migliore. Il giardino non è solo piante ma anche uomo. Noi siamo parte del paesaggio futuro: non abbandoniamo l’idea di paesaggio. Ogni giardino realizzato è quello immaginato.

 

Maria Luisa Guglielmi 

         

 

 

  

            

 

 

  

 

   


apertura dell'anno sociale 2015-16

"la Maranella" - 6 ottobre 2015

 

Si è svolta ieri, martedì 6 ottobre, la cerimonia di apertura dell’anno sociale 2015-16.

Nel magnifico parco della “Maranella”, accolto dalla impeccabile padrona di casa Mercedes Parodi Zangari, un folto gruppo di soci ha festeggiato l’avvenimento.

La presidente Gloria Viero Melchiorri, al suo primo impegno ufficiale dopo la nomina, ha ringraziato il presidente uscente Antonio Rossini per la preziosa attività svolta durante sei anni di presidenza, ha dato alcune anticipazioni e precisazioni  sul prossimo programma trimestrale ed ha presentato i nuovi soci.

La vice presidente Mercedes Parodi Zangari ha presentato il secondo numero del “Caffè letterario”, la rivista del Giardino Romano,  cui hanno partecipato, con interessanti articoli, numerose personalità del mondo culturale botanico.

E’ seguito poi il “picnic”, occasione unica per gustare gli straordinari manicaretti preparati dalle socie.

 

 

alcune foto dell'evento

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viaggio nelle Marche

settembre - ottobre 2015

 

 

a cinque anni di distanza dal viaggio del maggio 2010, il Giardino Romano ha voluto ripetere la visita ai giardini storici delle Marche per dare ad altri soci la possibilità di ammirare questo straordinario patrimonio. Il periodo che va dal 1600 al 1800 ha visto sorgere molte ville nobiliari, alcune delle quali autentici gioielli per la qualità degli edifici e dei giardini. Il gruppo di soci era guidato dalla nostra presidente Gloria Viero Melchiorri e comprendeva anche due socie fotografe che hanno reso possibile questa raccolta di immagini

le foto di Tilde Bonichi

Villa Panichi-Seghetti: la Cappella Villa Panichi-Seghetti Villa Sgariglia a Grottammare - Giardino esoterico Villa Sgariglia a Grottammare - primi del 700 villa Buonaccorsi a Porto di Potenza Micena villa Buonaccorsi a Porto di Potenza Micena villa Buonaccorsi a Porto di Potenza Micena

le foo di Paola Campilli

Ascoli Piceno Ascoli Piceno il gruppo del Giardino Romano villa Panichi-Seghetti villa Panichi-Seghetti Santa Caterina ad Offida

Cerimonia di chiusura dell'anno sociale

2014-2015

23 giugno 2015

Per la chiusura dell'anno sociale 2014-15 siamo stati ospitati  nella  bellissima tenuta S. Eusebio a Ronciglione, proprietà della sorella della nostra consigliera Annamaria Mechilli Migliori. E' stata l'occasione per l'esordio del nuovo Presidente Maria Gloria Viero Melchiorri che, nel suo primo discorso ai soci, ha voluto innanzitutto ringraziare il Presidente uscente Antonio Rossini per l'infaticabile attività e validissimo contributo dati al Giardino Romano durante i sette anni della sua presidenza. Ha quindi presentato il Consiglio, presente al completo, che la affiancherà nel corso del suo mandato. Nella stessa occasione la Presidente Viero ha conferito  il titolo di Presidente Emerito alla nostra socia, ex presidente, Paola Lanzara per la preziosa attività svolta in favore della nostra Associazione prima, durante e dopo gli anni della sua presidenza.

 

Era presente  la nostra socia Rosellina Bruni alla cui penna dobbiamo questo delizioso scritto:

 

La cerimonia di chiusura dell'anno sociale

di Rosellina Bruni

 

Una gara al cappello piu' decorativo, rigorosamente in tema floreale, quindi una sfilata di allegre comari giardinesche attorno ai tavoli, imbanditi dalle medesime signore con diversificate appetitose pietanze amorosamente preparate. Allegria, presentazione del nuovo consiglio capeggiato dalla neo- eletta Presidentessa, Maria Gloria Viero, il Past-President Nino Rossini col capo spiritosamente  cinto da corona di alloro e Sempervivum tectorum L. confezionato dalle mani abili ed amabili della cara spumeggiante Anna Koeppen (nostra bandiera alla scorsa Orticola con cappellino originalissimo di sua invenzione) presentazione del secondo numero del Caffe' Letterario ideato , voluto e promosso dal past-President e coordinato dalla Consigliera Maria Mercedes Parodi, anche raffinata scrittrice che ne curera' le prossime edizioni.

La impagabile unica nostra signora Botanicamente Dotta,  Paola Lanzara, gia' past-President ,del Giardino Romano, eletta in questa occasione Presidente Emerito dello stesso,  il giorno avanti , durante  il Convegno veramente interessante tenutosi all'Orto Botanico sul tema  dei  giardini storici con agrumeti a Roma promosso dal Giardino Romano , con l'AIAPP e l'APGI, aveva conferito sul tema del viridarium di Palazzo Venezia  da lei a suo tempo restaurato, recitando anche una bella citazione di Linneo invitante allo studio del  Codice Internazionale della Nomenclatura Botanica : "si nomina nescis, perit cognitio rerum" ......., se non ne conosciamo il nome , ne perdiamo la cognizione....ossia il riconoscimento.....

Una sottolineatura di plauso paesaggistico, un encomio d'ammirato stupore all'arrivo ed a fine giornata al luogo in cui siamo stati ricevuti dalla Ospitalissima , appassionata e riuscita Giardiniera caprarolina, Annamaria Migliori che per la seconda volta ci ha messo a disposizione questo luogo oltremodo spirituale  e cosi' magistralmente tenuto: dimora di riposo e coltivazione  da reddito tipica della zona con noccioli ed olivi : un  lungo Viale sinuoso fiancheggiato sulla sinistra, a mo' di confine, da una siepe d'alloro geometricamente  potata che delineava,  riservandosi un  secondo piano, lo scorrere  in sentiero di alti, sanissimi tassi d 'un  beato verde smeraldino, puro e quasi lucente mosso dal vento, talmente smeraldino per l'assenza di una parte anche minima di secco, come solitamente  in tanti giardini,

Viale che, avendo sulla sua destra uno spazio larghissimo a prato, ci ha condotte alla magione.....dove eravamo  attese.

Una sontuosa per dimensioni cucina al pianterreno ha accolto le nostre preparazioni culinarie.

Avanti alla dimora un soffice prato verdissimo con all 'orizzonte un nocelleto ed un uliveto, una piscina sapientemente  collocata , come semplice specchio d'acqua attraversato dalla luce intensa del sole, quasi nascosta in questo secondo luogo d'accoglienza, come a significare  purezza, freschezza, beata solitudo nel silenzio della campagna,  ed un piccolo fabbricato rurale trasformato in comoda dependence nella circostante pace campestre  costituita si, da piante da reddito, ma cosi ben piantumate da aver lasciato il giusto spazio tra esemplare ed esemplare , il che, anche ad uno sguardo distratto mostra il rispetto per la Natura preventivato gia' al momento della  messa a dimora in terra: la Bellezza dello spazio, quasi sacrale, fra pianta e pianta, che sacrifica un reddito maggiore alla libera crescita e fruttificazione in contemporanea con un irrinunciabile senso estetico, che rasserena l'animo. Lo sguardo penetra nelle file ordinate delle alberature e prova ristoro

Pochi grossi vasi di cotto racchiudono un tripudio di tenerissime  ortensie accanto ad .un basso muro con una infiorescenza multipla, a mazzo , di rose color di rosa.

Questa la nostra chiusura  che anticipa l'Estate..Con i ricordi delle impressioni che ciascuno di noi archivierà' con animo grato ed appagato.

Un grazie ponderoso!

Al nostro capace, disponibile ed instancabile diffusore informatico, Marzio, che potremmo paragonare alla Fama dalle grandi Ali, di mitologica lettura, che sfida distanze e tempo e che ci consente una Memoria alla quale tornare  e ritornare la' dove l'ha virtualmente inchiostrata.

 

Rosellina Bruni

 

 

ed ecco alcune foto dell'evento (clicca per ingrandire)

i nove membri del Consiglio con il resp. informatica (foto C.Greco) la Presidente Emerito Paola Lanzara con Annamaria Mechilli Migliori Mercedes Parodi Zangari, consigliera, autrice e direttore della pubblicazione "Caffè Letterario" del Giardino Romano la socia Cecilia Piraino Greco e la nuova Presidente Gloria Viero Melchiorri la nuova socia Claudia Baccherini Monaco (al centro) con Giusi Conte e Gloria Viero le socie Cecilia Greco e Anna Koeppen la consegna del piattino del Giardino Romano alla nuova socia Barbara Benazzo Burgerhout la socia Nana Barbiellini Amidei (a sin.) la nuova socia Beatrice Palma Venetucci ( a des.) Carlo Cazzaroli con Claudia Giurato la socia Rosinella Bonati Molinari fa capolino da sin. le socie Maria Luisa Guglielmi, Mercedes Parodi e Gigliola Corsini Il past president Nino Rossini con la vice presidente Franca Neuschuler Claudia Giurato con Giusi Giacalone La socia Cristina Borromeo Tazzari la socia Anna Agnino Di Luca Rosinella Bruni (al centro) autrice del resoconto della giornata le socie Giovanna Maggio e Argentina Graziadei la socia Eloisa Festa Mercedes Parodi Zangari annunzia l'uscita ad ottobre del "suo" Caffè Letterario" Mercedes Parodi con Claudia Giurato la socia Annalucia Francesconi benvenuto della Presidente alla nuova socia Argentina Graziadei la socia Elvira Imbellone (a des.) la socia Marina Tria Cerulli la  Consigliera Mercedes Parodi Zangari presenta la sua creatura: il secondo numero del Caffè Letterario - foto R. Bruni

Gita a Manciano per visitare la "Marsiliana"    e a Capalbio per il "Giardino dei Tarocchi"

di Maria Luisa Guglielmi

(giugno 2015)

 

 

Ci rechiamo questa volta nella Toscana meridionale, in località non distanti dal mare. La prima nostra meta è la fattoria fortificata Marsiliana, posta in cima alla collina che sovrasta il borgo omonimo in Comune di Manciano in provincia di Grosseto. Sorse nel XIX sec. in un territorio di alto interesse archeologico e storico. Una scoperta casuale del 1908 da parte del principe Corsini, proprietario di essa, ha permesso di portare alla luce una vasta area archeologica etrusca di epoca orientalizzante, individuata come l’antica città di Caletra, a circa un 1 Km a sud dell’attuale paese (necropoli della “Banditella”). Il ritrovamento riveste particolare importanza anche perché un reperto, una tavoletta d’avorio proveniente da una tomba principesca e usata per la scrittura, ha inciso l’alfabeto etrusco più antico che si conosca (Tavoletta di Marsiliana, VII sec, a.C.). Questo oggetto, e la cosiddetta “Fibula Corsini”, spilla d’oro del VII sec. a. C., sono conservati ora nel Museo  Archeologico Nazionale di Firenze. La posizione strategica del territorio, prossimo al mare e tra due fiumi, l’Albegna e il Flora, ha favorito anche in seguito il popolamento del sito. L’attuale borgo nacque nel periodo alto-medievale. Secondo le prime notizie storiche, nel IX sec, d. C. Carlo Magno lo donò all’Abbazia delle Tre Fontane. Faceva parte infatti della famosa Via Francigena che portava i pellegrini a Roma. Intorno al XIII sec. divenne proprietà della famiglia Aldobrandeschi che disponevano di tre notevoli tenute, poi passò sotto il dominio di Siena, e dopo la breve parentesi nello Stato Spagnolo dei Presidii  (intorno al 1550 insieme ad Orbetello) ai Medici. Seguì un periodo di circa 150 anni di assenza di notizie e l’arrivo nel 1770 dei Corsini di Firenze, forse diventati mercanti eccezionali prima dei Medici, dei quali furono rivali e in seguito alleati, che si imposero politicamente in città solo per un fatto numerico, dice la nostra guida locale (non erano altrettanto prolifici in famiglia). Aggiunge anche che crearono un servizio postale tra Firenze e Londra che riusciva a consegnare le missive in tre giorni. Originari di Poggiponsi nel 1100, si stabilirono a Firenze e poi in Maremma. Di tendenza progressista, si distinsero anche con Lorenzo Corsini salito al papato con il nome Clemente XII, colto ed esperto di buona amministrazione. A lui si deve la costruzione della Fontana di Trevi (1735), tra le importanti opere architettoniche intraprese. Nel 1733 donò a suo nipote cardinale Neri Maria Corsini la sua raccolta personale di libri, che andò a formare il primo nucleo della Biblioteca Corsiniana a Roma, aperta al pubblico nel 1754: cosa rara all’epoca.

Ma i Corsini furono anche agricoltori e nel 1760 stipularono un contratto per tre generazioni di figli maschi col Monte dei Paschi di Siena proprietario dei terreni di Marsiliana, e furono così bravi  nel coltivarli che nel 1868, alla scadenza del contratto, la suddetta banca trovò conveniente venderli a loro, perché il valore commerciale era aumentato troppo con la loro gestione per cederli ad altri. Così anche il castello in cima alla collina diventò proprietà della famiglia, con Tommaso Corsini, che lo restaurò alla fine dell’Ottocento trasformandolo in fattoria. Un altro Tommaso, suo discendente, si dedicò con passione nel Novecento allo sviluppo agricolo della tenuta, introducendo ai primi del secolo in questo territorio la macchina mietitrebbia, che facilitava moltissimo i lavori dei campi. Successivamente cinquemila ettari della Marsiliana furono tolti alla famiglia per ridimensionare il latifondo, ed essa continua ad essere imprenditrice nei tremila restanti, con varie attività. Nel 1997 ha iniziato la produzione del vino con il vitigno Cabernet Sauvignon, per il “Birillo” e il “Rosé Principe Corsini”. Ci viene offerta una degustazione di vini in un locale della fattoria, raggiungibile da un lungo viale in salita affiancato da cipressi dai grossi tronchi ritorti come fossero piante tropicali: alcuni di noi che hanno scelto di percorrere a piedi il tragitto li fotografano, perché sembrano sculture. L’entrata ed il cortile, con un lungo abbeveratoio in mezzo, conservano il volto antico. C’è anche un‘alta torre e una chiesa. Le rose, le lavande e i gerani si adattano all’ambiente. Gli attuali castellani, Filippo Corsini e sua moglie Giorgiana, nuora di Tommaso, adibiscono il complesso ad agriturismo. Recentemente sono stati arredati vari ambienti con strumenti tradizionali agricoli od altri oggetti caratteristici della vita quotidiana contadina del posto, per illustrare agli ospiti l’atmosfera della antica civiltà maremmana, la quale non è poi tanto lontana da noi, se ancora la madre della nostra guida – come ci viene raccontato - cavalcava un mulo carico di due barilotti d’acqua, uno per lato, per dissetare i contadini nei campi. Ci viene mostrato appunto l’animale finto a grandezza naturale ben attrezzato allo scopo. Sono esposte fra l’altro numerose selle per cavalli che permettevano all’uomo di avere le mani libere. Si facevano e si fanno ancora, se ho ben capito, le cacciate al cinghiale. Nei locali-museo Giorgiana ha anche replicato una tomba etrusca rinvenuta nel territorio. E’ uno spaccato della Maremma con le sue suggestioni, anche nei particolari, in una terra che conserva ancora aspetti selvaggi, incontaminati.

Risaliamo in pullman per raggiungere la proprietà di Alessandra Ambrosi Caporale in località San Sisto, una volta coltivata dai Corsini (compresa nei suddetti 5000 ettari). Qui restiamo ammirati dalla bellezza della sua villa, dove il fabbricato moderno si inserisce armonicamente nel giardino dalle linee essenziali opera delle paesaggiste Ginevra Conte e Antonella Sartago Da Roda. Le realizzazioni di quinte di ‘Verbena bonariensis’ e  di ‘Teucrium’, potato a sfere, lo movimentano intorno alla grande piscina . L’”agapanto” segue l’andamento del terreno, non piatto, e cespugli di ‘Gaura’ bianca sono sistemati strategicamente. E’ scoperto solo l’angolo a sinistra che permette la visuale del borgo Marsiliana in alto. La colazione ci viene servita a fianco della piscina: dopo gli antipasti  l’acquacotta, specialità locale, con squisite verdure, ed altri piatti. Un pranzo completo, che ci ristora facendoci dimenticare il caldo della giornata.

La seconda parte della nostra gita riguarda “Il Giardino dei Tarocchi” della pittrice e scultrice franco-statunitense Catherine Marie-Agnès (Niki) de Saint-Phalle, nata nel 1930. Si tratta di un parco di un habitat naturale ben tenuto disseminato da 22 imponenti installazioni artistiche dai colori tanto vivaci e dalla luce così intensa da costituire un barocco moderno. Sono composte di materiali montati a mano sul posto, comprese le armature: acciaio, rete metallica. colata di cemento, ceramica modellata sulla struttura e poi cotta in forno, smaltata e riadattata, e vetri e specchi. Negli spazi vuoti tra i pezzi di ceramica, inevitabili, si inserivano i vetri. Solo le installazioni più piccole sono state fabbricate in Francia. E’ un’opera unica, totale, che unisce gli elementi architettonici con quelli dell’arte e del design. Nell’arco di 17 anni l’autrice si è avvalsa dell’aiuto di molti artisti o semplici tecnici che Niki ha trovato in Italia, e che si sono trasformati in abili e geniali esecutori del suo sogno artistico, creando effetti innovativi. La storia di esso inizia nel 1955, quando Niki visita per la prima volta il parco fantastico (con la fontana della salamandra ad esempio) Guell di Barcellona di Antonio Gaudì, anche l’architetto della chiesa della Sagrada Familia. Ne rimane folgorata e sente l’ispirazione di realizzare qualcosa di analogo, un giardino della gioia e dell’incontro fra l’uomo e la natura. Nel 1979 trova un terreno in Toscana, appunto a Garavicchio (Capalbio). La più grande avventura della sua vita si sviluppa in libertà, senza un piano preciso. Le difficoltà non mancano, fra l’altro l’affligge una dolorosa artrite reumatoide negli arti superiori ed inferiori, ma nulla può fermarla: né draghi (per questo l’enorme drago vicino all’entrata davanti alla statua della donna) né streghe. Il suo parco non è Disneyland, ma un percorso iniziatico, simile anche al giardino di Bomarzo al quale pure dice di essersi ispirata e che aveva una filosofia particolare, improntata alla forza della natura. Per lei questa realizzazione rappresentò un cammino esistenziale, necessario per la sua crescita spirituale. In esso il potenziale dell’inconscio e dell’immaginazione è uno degli aspetti primari, come illustra  l’installazione della Papessa, cioè la sacerdotessa dell’intuizione femminile. Per questo essa porta il numero 2, subito dopo quella del Mago, che è la carta di Dio, il grande giocoliere, il creatore della straordinaria forza del nostro mondo e dell’intelligenza attiva. Per lei la vita è un gioco, e come solo alla fine del lungo cammino creativo a Garavicchio ha capito il senso del suo lavoro per la sua vita personale, così tutti gli uomini giocano fin dalla nascita, senza conoscere le regole della vita e chiamati a dare il loro contributo. Nel discorso dell’artista alcuni elementi sono poco chiari secondo me. Bene partire dalla realtà creata, vedendo nella natura i segni dell’Amore che regge l’universo, ma non capisco allora l’installazione che senza la morte la vita non avrebbe alcun significato, in quanto essa, la grande falciatrice, permette la crescita di nuove colture. Oppure a proposito del simbolo della Ruota della vita (o più precisamente della Fortuna), che ciò che sale inevitabilmente dovrà scendere. La Ruota si trova in posizione centrale, all’inizio del parco in mezzo alla fontana formata dal ruscello d’acqua che scende dall’alto dalla bocca della Papessa (l’acqua le fu ispirata da Bomarzo, ella disse in un video, ed effettivamente l’installazione con questo elemento risulta di forte effetto). Questi segni mi sembrano di concezione ciclica della vita.

 

Maria Luisa Guglielmi                                

Ecco le opere delle nostre socie fotografe - Anna Koeppen

nel cortile del castello Fior tra i fiori nel Giardino dei Tarocchi

Maria Luisa Guglielmi

Giuseppina Giacalone


la gita all'Abbazia di Casamari e al castello Boncompagni Viscogliosi di Isola del Liri

(20 maggio 2015)

Abbiamo il privilegio di essere accompagnati nella visita all’abbazia di Casamari dal Professore ed Architetto Alessandro Viscogliosi, Ordinario di Storia dell’Architettura Antica e Medievale alla Sapienza, con collegamenti a molti rami del sapere. E’ anche animatore ed organizzatore di viaggi del F.A.I. Ci accoglie poi nel castello di proprietà della sua famiglia sulla cascata del fiume Liri per altre spiegazioni sul sito e per la colazione.

Inizia illustrando la situazione storico-geografica della Ciociaria: quella del nord, da Olevano Romano a Casamari, apparteneva allo Stato della Chiesa, quella del sud, come “Terra del Lavoro”, al Regno delle Due Sicilie, con Caserta, Capua ed altri centri. L’abbazia di Casamari, che conserva ancora una proprietà, si trovava una volta in una piana deserta, mentre oggi si vedono molte case ai lati della strada. I monaci cistercensi quando si stabilivano in un posto compravano tutta la terra intorno e la coltivavano loro stessi, allontanando i contadini. Il nome “Casamari” viene dal generale romano Caio Mario, che qui nacque e visse la sua giovinezza (“Casa di Mario”). Il Municipio romano si chiamava “Ceretae Marianae”, dalla dea Cerere e da lui. Cicerone era pure originario della zona, di un altro municipio.    

 

Il termine “abbazia” è sinonimo di “monastero”, esatto contrario di “convento”. Nella Storia dell’Architettura si considera la nascita dell’abbazia nel V sec. d.C., mentre il “convento” risale a S. Francesco d’Assisi, in quanto monaci e frati sono realtà diverse fra loro. “Monaco” viene da “Mono sago” (“vivo da solo”), e la figura della persona in fuga dal mondo risale al periodo successivo alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, al “day-after” del 476 d.C., sotto il regno del barbaro Odoacre.  Cominciano a  decadere in quell’epoca le istituzioni romane, l’ordine pubblico e lo stato sociale delle donne. Si passa da un organico “corpus” di leggi alla legge del più forte. Allora qualcuno si sottomette al nuovo corso, qualche altro aspetta tempi migliori, altri scelgono la soluzione metafisica. Per la Chiesa la “fuga a saeculo” significa rivolgersi verso l’eternità, perché il secolo è il tempo breve; così l’anacoreta (“cora” vuol dire territorio) è colui che scappa dal mondo, che va lontano dalla società, limitandosi al minimo indispensabile dal punto di vista materiale e aspettando la morte liberatrice. Purtroppo viene depredato dai banditi dei prodotti del suo orticello, e così gli uomini dediti alla contemplazione di Dio si riuniscono nella forma cenobitica: vivono insieme per difendersi. Non ricreano una società come quella del mondo, ma come morti viventi. In questo contesto nasce la testimonianza di S. Benedetto da Norcia, destinato probabilmente ad una carriera statale perché proveniente da una famiglia provinciale imparentata con gli Anicii (la potente “gens” della tardo antichità ed oltre, alla quale sarebbe collegato anche Gregorio Magno, il biografo di Benedetto, aggiungo io) come riporta la tradizione benedettina. Dunque, prima Benedetto, poi sua sorella gemella Scolastica, si dedicano ad una vita di preghiera. Il primo inizialmente si rifugia in una spelonca cibandosi di ragni e di erbe per alcuni anni, finché un giorno i pastori lo scovano in un crepaccio. Questi cominciano a pensare che Dio lo abbia protetto, e si stabilisce un rapporto con la popolazione locale. Allora il giovanetto fugge ancora in cerca di solitudine e si stabilisce sotto Montecassino verso il 530 d.C.; eppure la gente lo segue anche lì. Lui si rassegna e fonda in loco l’Ordine Benedettino, con la redazione di una Regola. I suoi seguaci, i compagni che vogliono condividere il suo percorso monastico, sono sempre più numerosi, e in duecento anni l’Ordine si espanderà molto, tanto che Carlo Magno lo utilizzerà come elemento unificatore del suo vasto impero, nel quale coesistono tante lingue e culture. E questa è la rovina dell’Ordine: gli abati benedettini diventano principi con giurisdizione civile, vivendo nel lusso. Nell’XI° secolo nasce il bisogno di riforma nel suo seno, e vengono creati tre nuovi ordini monastici di stampo benedettino: i cluniacensi, i certosini ed i cistercensi. I monaci di Cluny approfittano dei beni terreni per la Gerusalemme Celeste, e diventano nel tempo tanto ricchi da essere vittime privilegiate della Rivoluzione Francese. Il loro è un sorta di paradiso monastico: S Messe lunghe e cantate ogni ora, con grande sfoggio di arredi sacri. I certosini puntano ad una migliore condotta morale. Sono aristocratici che entrano nel deserto della Grande Chartreuse a quasi 1200 metri d’altezza vicino Grénoble, consegnando al monastero una consistente dote che permette loro di non lavorare. Un’ascesi diversa da quella inventata da S. Benedetto, sintetizzata nel motto “Ora et Labora”: sveglia prima dell’alba, preghiere e lavoro fisico fino allo svenimento, in modo che non si abbiano opportunità per il rilassamento dei costumi. Il professore dice che la pazienza certosina è una banalità. Ogni monastero certosino, come quello di Padula in Italia, è composto da 24 monaci (con 24 casette) i quali perdono il proprio nome secolare: solo alla morte si conosce la loro identità nel mondo. Del resto la foresta è il luogo della non società, e non è un caso che la pittura di paesaggio nasca a Roma nel ‘500 in relazione a temi religiosi. Il primo fondatore dei cistercensi Robert de Molesne giudicò il monachesimo del suo tempo troppo permissivo; di conseguenza scappò dal monastero di Molesnes. Fino a quel momento nessuno aveva osato criticare in pubblico l’Ordine benedettino. Lui arrivò a Roma e riuscì ad avere il permesso del papa per riformarlo secondo lo spirito originario di povertà di Benedetto. Fondò Citeaux  (“Cistercium” in latino) in Borgogna nel 1098, e poco dopo l’abate circestense di Clairveau (Chiaravalle) Bernardo acquistò ampio prestigio nell’Ordine e fama di polemista, obiettando che Dio è “ratio”, Divina Sapienza. Egli si oppose anche alla giustificazione ideologica dell’abate Suger di S. Denis sull’uso dell’arte e dell’architettura religiosa per la gloria di Dio. Quest’ultimo sosteneva, riprendendo un concetto passato, che Dio è luce; con lui la metafisica della luce diventa luce architettonica. Il nuovo coro della cattedrale gotica S. Denis è caratterizzato da una inedita cospicua illuminazione determinata dalla presenza di larghe vetrate colorate. E’ vero anche, io penso, che il fasto architettonico, al quale i cistercensi erano contrari, portava ad immortalare nelle vetrate anche i potenti civili dell’epoca, come si nota a Saint Denis. S. Bernardo deprecava una chiesa che “copre d’oro i suoi monumenti e lascia andare nudi i suoi figli” (Bernardo, “Apologia”).

L’abbazia di Casamari  dunque non poteva non ricalcare il modello di sobrietà cistercense, con edifici razionali studiati per favorire la preghiera e la vita quotidiana in genere dei monaci. La Chiesa è orientata est-ovest, la prima luce viene dall’abside, il chiostro deve stare sempre a sud, la sala capitolare ad est. Tutte le abbazie cistercensi hanno la stessa organizzazione. La ricostruzione di Fossanova intorno al 1200 è già pronta, mentre a Casamari arriva un monaco proveniente da Chartres che inserisce sull’impianto romanico (stavano costruendo un romanico avanzato) la volta gotica, rallentando i lavori. Questa dunque poggia su un sostegno robusto, e difatti nemmeno i terremoti l’hanno buttata giù; l’edificio è rimasto sostanzialmente integro nella sua struttura originaria. Lo stile cistercense si impose anche in Italia: l’uomo più geniale dell’epoca, Federico II volle solo costruttori cistercensi, anche per il suo Castel dell’Ovo. L’abbazia di Casamari fu eretta a cominciare dal 1203 su un antico monastero benedettino, secondo appunto la planimetria tipica dell’Ordine e sotto la direzione di Frà Guglielmo da Milano. L’interno è a croce latina a tre navate, l’abside rettangolare, le volte a crociera sostenute da pilastri a fascio e colonne pensili, elementi tipici dello stile gotico. Ha un ricco portale in bronzo, dello scultore moderno Pietro Canonica, che si affaccia su una solenne gradinata. Nelle chiese dei benedettini per tutto il Medioevo non poteva entrare nessuno, nemmeno l’imperatore. Gli ospiti venivano ricevuti nella foresteria. Ma se si produceva vino, olio e altro, qualcuno doveva andare a venderlo. Nascono così i “conversi”, i quali in chiesa pregano nella navata laterale, mentre il coro dei monaci si trova dapertutto. L’iconastasi inoltre è comune a tutte le chiese cristiane nel Medioevo. La visibilità è ridotta, perché non occorre in sostanza vedere per avvicinarsi a Dio. Inoltre a Casamari le pareti della Chiesa dovevano avere l’intonaco ma non dipinti (magari solo qualche fregio) perché questi non servivano alla meditazione del Verbo Divino. S. Bernardo era severo nella sua Regola; nel periodo della stretta osservanza durante il pasto si ascoltavano le Sacre Scritture, e la mattina i monaci andavano al lavoro con una pagnotta in mano, distribuita ad ognuno nella stanza delle “Collationes”. Il portico di Casamari riprende quello di Montecassino; con l’arco acuto che non è tipico gotico: l’hanno usato tutti (anche i romani, in caso di necessità). Non esiste uno stile gotico cistercense; l’abbazia è sostanzialmente romanica con dettagli gotici, ripete il professore. Tra l’altro le finestre sono estremamente razionali. Unico elemento dissonante della chiesa è il ciborio settecentesco barocco, con marmi e stucchi donato da papa Clemente XI, che però, dice Viscogliosi, fornisce il senso del passare del tempo. Esso era destinato alla chiesa dei SS Apostoli e dopo un terremoto che la colpì fu dirottato a Casamari dall’abate commendatario dell’epoca. A destra nella chiesa una porta, ora murata, portava al dormitorio dei monaci, e il chiostro, interessato da un incendio nel 1600, con tutta la parte sud del monastero (“scriptorium”, refettorio e cucina: si è salvato solo il “dispensarium”), è molto mutilato. Ricostruito, sempre nel ‘600, ha volte con bifore: prima c’erano solo colonne, senza l’intervallo dei muri. La sala capitolare ha archi gotici allo stato puro ed è posteriore. In essa la comunità decideva cosa fare, meno i conversi che non potevano parlare, e ascoltavano da fuori.        

Dopo la visita estremamente interessante dell’abbazia di Casamari, risaliamo nel pullman per la seconda parte della nostra escursione in Ciociaria: per conoscere il castello fortificato di Isola del Liri. Già al principio del XI secolo si registra una località del contado di Sora denominata “Colle dell’Isola”. La sua storia è complessa, e limitandoci al XVI sec., i Della Rovere vendettero il feudo del Ducato di Sora a papa Gregorio XIII: nel 1579. Questi lo donò a suo figlio Giacomo Boncompagni sposo di Costanza dei Conti Sforza di Santa Fiora, la quale riuscì ad avere figli solo venendo a vivere in loco; non a Roma, quando il marito era il primo signore della città. La sede principale del ducato era il castello, che è in una posizione veramente suggestiva, su uno sperone roccioso che con la sua presenza fa biforcare e fare un salto di circa 27 metri al fiume Liri a sinistra (Cascata Grande). A destra la cascata è meno spettacolare perché il braccio destro del fiume è stato irrigimentato e utilizzato per l’alimentazione della centrale elettrica d’avanguardia voluta dal nonno del prof. Viscogliosi, che era ingegnere meccanico ed ha comprato tutte le cartiere del posto. Così si è salvaguardata la seconda cascata, la Valcatoio, rendendola però non perfettamente verticale. Sempre sulla parte destra In passato al posto del ponte attuale c’era un ponte elevatoio del castello che lo collegava alla sponda. Esso è a ridosso di un centro abitato, che si sviluppa in un’sola formata appunto dal Liri e che dall’Ottocento in poi ha visto un certo benessere economico per le attività industriali locali, come le cartiere e i lanifici. I Viscogliosi, proprietari attuali del castello e dell’area circostante mantengono il sito nel suo splendore originario continuando a svolgere attività imprenditoriale. Oggi sono quasi monopolisti nella produzione di filtri per cartiere. Infatti, anche durante la nostra visita al giardino del castello, formale, con un panorama anch’esso mozzafiato, sentiamo il rumore delle macchine a destra. da un edificio industriale della famiglia. Il professore ci porta anche all’interno della cappella. Rotonda, è un edificio del ‘700 con una pala d’altare raffigurante la Madonna della Sapienza con il Bambino e un grosso libro in una mano, con S. Bonaventura e S. Domenico ai lati e sotto S. Tommaso d’Aquino che insegna alla Sorbona. E’ del 1580, in epoca di Controriforma, e fu dipinta da Azzolino. Rimarco che non è usuale il libro tenuto in quel modo dalla Madonna. Una volta in loco c’era la chiesa della Madonna delle Grazie alla quale la popolazione di Isola era devota. Dopo il suo spostamento a valle a causa del terremoto del 1650 i Boncompagni ne approfittarono per creare un giardino. Essi furono probabilmente i primi ad abitare stabilmente il castello, dopo la morte di Gregorio XIII, il quale ebbe il suddetto figlio Giacomo da una relazione con una “donna soluta”. Egli poi fece carriera ecclesiastica diventando vescovo di Spoleto, cardinale e papa. Bisognava trovare uno “stato” a questo figlio legittimato, e appunto Gregorio acquistò per lui il ducato di Sora. Giacomo non riuscì in seguito, nonostante le sue trame, a far eleggere papi a lui favorevoli. Sisto V lo cacciò da Roma e lui dovette rimanere a Isola del Liri. Il castello fu ampliato e abbellito da lui. La sesta o settima duchessa di Sora fu Maria Eleonora sposa dello zio Antonio Boncompagni, e così il casato continuò. Un’altra castellana fu Ippolita Ludovisi. Noi siamo ricevuti per una raffinata, diversificata colazione (tra l’altro tre primi: due specialità siciliane e una pasta di farfalle fredda con rughetta e melone) nell’enorme salone affrescato con scene bibliche che alludono in qualche modo alle vicende personali di Giacomo, al suo stato di figlio legittimato: Agar la schiava, e l’angelo che le restituisce “status”, come dire che anche i figli illegittimi avranno gloria davanti a Dio; Rebecca al pozzo; Dio ha pietà dei deboli; Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Terrestre ecc. ll soffitto, antico, è a cassettoni, come  in altri quattro ambienti di quest’ala del palazzo da noi visitati, arricchiti da Viscogliosi di ulteriori opere d’arte, da lui acquistate e accostate sapientemente. I quadri sono notevoli, compreso un enorme ritratto, con ricca cornice dorata protetta dai Beni Culturali, di un maestoso cardinale tedesco settecentesco della famiglia dei Wittenbach, dipinto da Fischer. Nonostante la grandiosità e la preziosità delle stanze, il castello ha l’aria vissuta, con le comodità moderne connesse. Ringraziamo il prof. Viscogliosi e la sua famiglia…e contiamo in un prossimo appuntamento con lui!  

 

Maria Luisa Guglielmi     

foto a cura di Marzio e Giuseppina Giacalone

verso la chiesa dell'Abbazia il prof. Viscogliosi descrive l'interno della chiesa il refettorio dei monaci il cortile del chiostro la sala del Capitolo il salto del Liri proprio sotto il castello la fontana sopra la cascata la foresteria che ospitò anche Federico II il gruppo del Giardino Romano - al centro il Prof. Viscogliosi il Castello domina Isola Liri da uno sperone roccioso il Liri arriva in prossimità del Castello - il salto è imminente dopo il salto il Liri attraversa Isola la cattedrale ed i tetti di Isola Liri il salone da ballo del castello ed i soci a tavola i padroni di casa: la signora Viscogliosi con il figliolo prof. Alessandro le stanze del Castello prestigiose e vissute allo stesso tempo la socia Mercedes Parodi Zangari  le socie Mariolina Panetta Segato e Gloria Viero

visita a Spoleto del giardino del prof. Luciano Arcangeli e a Matrignano della villa e del giardino di Lorenzo Pucci della Genga

(14 maggio 2015)

 

 

 

Siamo già andati, qualche anno fa, nella proprietà Arcangeli, ma allora la stagione fredda e piovosa non aveva permesso la fioritura delle rose, che è la specialità di questo giardino, con circa 800 varietà. Esso nasce undici anni fa, come afferma Arcangeli, come uliveto e come raccolta di piante molto mischiate, soprattutto rose selvatiche (come la “Reine du Pakistan”), anche perché si sono fatte molte prove sul terreno. In alcuni casi esse sono andate fin troppo bene,  in particolare con le rose botaniche, la maggioranza. La sua collezione di rose antiche, specialmente venute dall’Oriente, è frutto di una sua lunga ricerca in Asia: lo Storico dell’Arte (del ‘600 e ‘700 perlopiù) si è infatti recato per anni in Oriente insieme al suo amico Ducrot , fondatore dei “Viaggi dell’Elefante”, per trovare delle specie rare da piantare nella suo giardino. Altre provengono invece dalla terrazza della sua casa romana, e quindi hanno trent’anni. Nell’insieme oggi l’effetto è di numerosissimi cespugli rigogliosi in una collina ventilata, assolata e panoramica sormontata dalla villa-fabbricato moderna. Le rose cinesi sono poche, come la “Lee Jang” con i fiori a campanula, portata da Gianlupo Ostii. La passione di Arcangeli è per la “rosa foetida”, della quale ammiriamo tre tipi, due di colore giallo (la “Lutea” e la “Persiana”; la seconda ha più petali) e il terzo “Bicolor”, arancione. Ci viene presentata anche la “Gershwin”, molto resistente al freddo, la “Chateau La Motte Sanguin”, la “May Queen”, di color rosa, che sembra ambientarsi molto bene nel giardino con un enorme cespuglio, la “Alba”, bianca, che ogni tanto nasce spontanea, la “Shiraz”, la “ Rosa Moschata” dello Yemen, molto profumata e bianca con cuore giallo. Originaria della Siberia è invece la “Fedtckpane”, una delle poche specie selvatiche che rifiorisce. La “Baronne Prévost” è molto robusta ed è uno dei primi ibridi rifiorenti, di colore rosa acceso e dal tipico aspetto di rosa antica. Ancora, incontriamo la rosa selvatica “Apple Jack” (Giovannino semi di mela), la “Souvenir du docteur Jamain”, altro ibrido rifiorente, e sul magnifico pergolato la “Rambling Rector” e la “Paul’s Himalayan Musk” bianco-rosata.  A poca distanza ci imbattiamo in una delle tre specie di rose “molto, molto consigliate” dal professore, la Sidonie, rosa brillante, molto riforente, che produce grappoli di fiori doppi e profumati (le altre due sono la Crépuscule, una Noisette gialla che è stata piantata anche vicino alla piscina perché sempre in fiore, anche in estate, e la rampicante per terrazzo “Céline Forestière”). Altri magnifici cespugli ci attendono: la “Portland” ricoprente dal gambo lungo, la “Brunonii” classica dell’Himalaya, la “Francis Lester” bianca non rifiorente, la “Rosa Sancta”, originaria dell’Abissinia che gli antichi romani già conoscevano e che consideravano la rosa di Cartagine, bianca con cuore giallo, la rarissima “Amitié”, rosa carminio, la rosa “Leda”, che nasce rossa e diventa bianca. Scendendo la collina le rose sono tutte damascene, e ci viene segnalata fra l’altro la “Damascena Bifera”, la rosa di Paestum che Arcangeli dice di aver trovata allo stato selvatico nelle Marche, vicino a Filottrano e immessa appunto nel suo giardino. Un’altra spontanea e odorosa è la “Duc de Cambridge”, da lui definita “belva umana” per quanto è invasiva. Abbiamo inoltre la “Otello”, una delle prime di “Austin”; ibridi di rose giganti messi da poco; la “James Galway” con grandi corolle rosa con odore di mela; l”Archiduc Joseph” dalla bellissima fioritura profumata, e molti tipi di rosa  “Gallica” fiorite, come la “Charles Baudelaire”, con picchiettature anche rosate, ottenuta da una nota roseista finlandese, la “Queen of the Musk” creata al principio del Novecento; la “Banksia Lutescens”, che Arcangeli dice essere molto più bella e profumata della “Banksia Lutea”. Egli inoltre ci puntualizza che le caratteristiche delle rose botaniche sono ben precise: a 5 petali, e dall’altezza dai 14cm ai 5 metri. La “Rosa Pomifera” ha profumo di mela, la “Polia Spinosissima” ha un nome altrettanto eloquente. Tra le galliche presenti la Hyppolite” risale al ‘700, la “Alfieri” è rarissima, la “Cardinal de Richelieu” più scura. La “Reine de Perse”, è un’altra rosa molto aggressiva, la “Graham Thomas” è gialla arbustiva, e l’”Alberique Barbier” gli è servita per coprire un muro. Un “Gelsomino Umile” infine è accanto alle case. L’accoglienza nel giardino di delizie si conclude con un abbondante ristoro offerto davanti alla villa, a base di frittate di verdura ed altro.

Risaliamo in pullman per recarci in un ristorante spoletino, il quale come primo piatto ci presenta  gli stringozzi, specialità locale,come abbiamo notato in un cartello stradale che pubblicizza una sagra (“Sagra degli stringozzi cò li sparici”). Mi informo con il cameriere, il quale mi ragguaglia a proposito dell’antica ricetta (non all’uovo come servono a noi): olio, aglio, pomodoro e leggermente piccanti. A noi è toccata la variante con le verdure, buonissima. Siamo così in grado di affrontare la seconda visita della giornata, la villa di Matrignano. Anche questo sito è un “unicum” nel suo genere, non tanto per la vastità della proprietà privata connessa, 500 ettari dei quali 300 di bosco (abitato da lupi, cinghiali, aironi ecc: la tenuta era utilizzata anche per cacciare nell’antichità, ora è interamente parco protetto) ma per la singolarità delle antiche decorazioni della villa, con un significato culturale particolare. A qualche chilometro a nord-est di Spoleto esisteva già nel XIII secolo un borgo medievale e in tempi ancora più lontani la presenza della gens Matrinia documentata come residente in loco almeno dal 100 a.C., nella persona di Titus Matrinus, da cui il nome successivo Matrignano per il borgo. Nel XIV secolo il nucleo abitato si spostò più a monte - come racconta il foglio di notizie consegnataci dal proprietario Lorenzo- e una delle case fu trasformata nella attuale residenza padronale. La tenuta passò dai Mauri (XVII sec.) ai De Domo Alberini, una famiglia già importante a Spoleto e dimorante in città in un palazzo sotto il Duomo. Un esponente antico di essa, Lorenzo, curò la ricostruzione della villa e la sua decorazione nel 1783-84 su disegno dell’architetto Francesco Angelo Amadio di Scheggino. In seguito, sempre per linea femminile, la tenuta passò ai della Genga, ed infine ai Pucci Boncampj della Genga De Domo Albertini, gli attuali proprietari. Il vero carattere della villa, come recita il dépliant, si rivela appena oltrepassato il portale d’ingresso, quando l’elemento dominante diventa la decorazione pittorica, con una serie di iscrizioni scherzose e figure “trompe-l’oeil” che non hanno eguali nelle residenze di campagna italiane. Il ricco repertorio di esse copre anche il cortile, dove si vedono persone a grandezza naturale che vogliono ricreare la piazza di un paese sulla quale si affacciano le finestre, le botteghe e un convento. Infatti il settecentesco Lorenzo fece dipingere i frati di un fantomatico convento negli ambienti della sua villa, dalle semplici linee architettoniche ma caratterizzata da una originalissima decorazione. Oltre alle numerose vedute paesaggistiche settecentesche e alle riproduzioni di pappagalli e uccelli variopinti troviamo infatti una finta biblioteca, una finta farmacia e i personaggi di un finto convento, che si riuniscono in un refettorio o si vedono altrove nelle stanze. La mescolanza tra sacro e profano è senza dubbio uno dei temi conduttori dell’intero progetto di Matrignano, suggerisce alla fine il suddetto dépliant: il superamento, con la sua ubicazione, dell’antica barriera tra campagna coltivata e il bosco, luogo sacro ed inviolabile per eccellenza , in concomitanza con il destino “profano” di Monteluco di Spoleto, che all’epoca non era più frequentato esclusivamente dai frati francescani negli eremi. I dipinti riproducono una villa-convento abitata anche da “popolani, contadini e soldati, proprio come il Monteluco”. Inoltre il vero significato della decorazione sembra tendere piuttosto :” …al pacato incontro tra laici e religiosi, così come l’intreccio senza soluzione di continuità tra la vita reale e l’apparenza..”. Perfino nella antica sala da pranzo, dove il proprietario ha fatto allestire sulla tavola un elegante “snack”, abbiamo notato nelle pareti alla nostra altezza “trompe-l’oeuil” di cibi!         

                      

 

Maria Luisa Guglielmi

 

 

     

                      

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foto M.L.Guglielmi - il giardino Arcangeli foto M.L.Guglielmi - il giardino Arcangeli foto M.L.Guglielmi - il giardino Arcangeli foto M.L.Guglielmi: Maria Mercedes Parodi Zangari e le rose del giardino Arcangeli foto M.L.Guglielmi - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto M.L.Guglielmi - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - Maria Luisa Guglielmi, la nostra impareggiabile cronista, nel giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto M.M. Parodi Zangari - La "Rosa Sancta" originaria dell'Abissinia, già conosciuta al tempo dei Romani, nel giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - il giardino Arcangeli foto G. Giacalone - al prof Arcangeli abbiamo donato le nostre pubblicazioni foto T. Bonichi - Il folto gruppo del Giardino Romano nel giardino Arcangeli foto M.L.Guglielmi - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto M.L.Guglielmi - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto M.L.Guglielmi - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto M.L.Guglielmi - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto G. Giacalone - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto G. Giacalone - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto G. Giacalone - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto G. Giacalone - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto G. Giacalone - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto G. Giacalone - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto G. Giacalone - la villa e il giardino di Lorenzo Pucci della Genga foto G. Giacalone -relax nel giardino della villa  di Lorenzo Pucci della Genga foto G. Giacalone - Giardino della villa di Pucci della Genga: lecci potati a formare un parallelepipedo

la visita di Villa Wolkonsky

(8 maggio 2015)

 

Villa Wolkonsky si trova sulla collina dell’Esquilino, a poca distanza dalla basilica di San Giovanni in Laterano ed è attraversata da trentasei arcate dell’acquedotto fatto costruire da Nerone per fare arrivare l’acqua alla Domus Aurea.

Dal 1946 è la residenza dell’Ambasciatore inglese in Italia.

Nel 1830 questa zona, ancora destinata ad uso agricolo, venne acquistata dalla principessa Zenaide Aleksandrovna Beloselskaia che aveva sposato il principe Nikita Wolkonsky.

Zenaide fece costruire una piccola villa che includeva tre arcate dell’acquedotto e trasformò i terreni in un giardino romantico, piantumandolo con roseti e altre specie arboree.  Dispose qua e là nel giardino grandi anfore, frammenti e urne  trovati durante i lavori. 

Ancora nel 1883 la villa aveva un grande e magnifico giardino e lo sguardo poteva seguire l’andamento dell’acquedotto di Nerone  nella campagna romana ed il suo congiungimento con l’acquedotto di Claudio fino a Tivoli.

Negli anni 80 dell'ottocento però Nadia Campanari, discendente della Wolkonsky, approfittando dell’enorme sviluppo edilizio della zona, cominciò a vendere pezzi di giardino fino a che, nel 1886, non arrivò lo stop di un ministro del governo dell’epoca ma il danno era stato già fatto.

Successivamente i discendenti Wolkonsky fecero costruire un’altra grande villa nella parte meridionale e, nel 1922, vendettero tutto al governo tedesco che ne fece la sede dell’Ambasciata tedesca in Italia.

Alla fine della guerra la proprietà fu ceduta al Governo Britannico che, nel 1947, dopo la distruzione ad opera di terroristi della sede di Porta Pia, vi trasferì la propria ambasciata. Dal 1958 al 1960, fece effettuare, a cura del suo Ministero dei Lavori Pubblici, un vasto programma di manutenzione e restauro delle arcate dell’acquedotto e del giardino in modo però da non intaccarne la natura storica e romantica.

Nel corso degli ultimi quattro anni il parco è stato sottoposto ad un ambizioso programma di restauro volto allo scopo di ritrovare lo spirito del disegno originale della Principessa. Rose, camelie e ortensie rimangono un tratto caratteristico di questo giardino dove si possono ammirare oltre 200 specie arboree. Degli oltre 400 tra frammenti di sarcofagi, statue ed elementi architettonici di epoca romana, ritrovati durante i lavori di restauro, alcuni sono stati collocati in vari punti del parco in forma di 'pastiche' di gusto ottocentesco, altri invece, di piccole dimensioni, sono stati sistemati in una serra/museo vicino all'ingresso.

Oggi l’antica villa fatta costruire da Zenaide è occupata dal personale dell’Ambasciata mentre la villa grande è la residenza dell’ambasciatore.

I nostri soci sono stati ricevuti dall'addetta alle pubbliche relazioni, miss Chrys Tsoflias, e accompagnati da una gentile guida in visita al parco del quale ci è stato poi riassunto, con l'aiuto di diapositive, il contenuto archeologico. Al termine della visita ai soci è stato offerto un gradevolissimo 'english tea' durante il quale sono stati salutati dall'Ambasciatrice, signora Bice Prentice, la quale, competente giardiniera, è l'autrice della sistemazione del giardino negli ultimi quattro anni. 

 

(a cura di Marzio Giacalone: notizie storiche liberamente tratte da fonti internet e dal pamphlet distribuito ai visitatori della Villa)

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sulla spianata davanti alla Villa il laghetto l'orto la spalliera di rose sotto le grandi arcate dell'acquedotto di Nerone Rosellina Bruni e le arcate dell'acquedotto di Nerone il Giardino Romano a Villa Wolkonsky la proiezione conclusiva l'Ambasciatrice signora Bice Prentice con Nino e Serena Rossini l'Ambasciatrice con Giuseppina Giacalone il tè di commiato

Celebrazione dell'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale

Villa Glori - Parco della Rimembranza

(17 aprile 2015)

 

 

Come stabilito dall’UGAI – Unione Garden Cub e attività similari d’Italia, il tema proposto riguarda il parco della rimembranza, conoscenza e stato. Il Giardino Romano si è riunto a Villa Glori per tale celebrazione. La riunione si è svolta al monumento ai caduti.

La prima guerra mondiale del 1915-1918 è stato un evento bellico di dimensioni intercontinentali che con la sua portata storica  ha poi  condizionato la politica e l’evoluzione civile di tutto il mondo. L’Italia dopo il Patto segreto di Londra del 26 aprile 1915, con cui si impegnò ad aprire le ostilità contro l’Austria entro 30 giorni dalla firma del protocollo, denunciò il 3 maggio la Triplice alleanza e dichiara guerra all’Austria il 24 Maggio del 1915. Una guerra che per l’Italia si concluderà, dopo la disfatta di Caporetto e la sostituzione del generale Luigi Cadorna con il generale Armando Diaz (la sua tomba si trova  a Roma nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli) con la vittoriosa campagna del Piave. Prima guerra mondiale  il cui impatto oltre ad essere stato devastante costerà all’Italia 1.240.000 morti pari al 3.48 % della intera popolazione italiana. Per ricordare il centenario di questo importante evento storico è stata scelta Villa Glori  a Roma come luogo dedicato con delibera 23/10 1923 del Comune ai Caduti della Grande Guerra.

Il progetto del nuovo parco fu affidato a Raffaele De Vico, architetto del Servizio Giardini, che operò in pochissimo tempo: in soli otto mesi creò un giardino gradevole, per passeggiate immerse nel verde mediterraneo di pini, lecci, querce, lauri, aceri, cedri, ippocastani ed ulivi.

Il parco fu inaugurato il 18 maggio 1924. Nel 1929 fu avviata la costruzione di tre padiglioni in legno destinati ad ospitare una colonia estiva che, per la salubrità del luogo, era riservata ai bambini dalla salute precaria. Attualmente il complesso della “Colonia estiva”, noto in passato come “Dispensario Marchiafava” ospita la “casa-famiglia” della Caritas, istituita per l’assistenza alle persone con Aids. Nel 1997 su ideazione della critica d’arte Daniela Fonti, il Comune di Roma ha promosso la costituzione di un parco di scultura contemporanea con un’iniziativa di esposizione permanente intitolata “Varcare la soglia”, che voleva suggerire la possibilità di sperimentare l’integrazione tra arte e natura, tra il luogo della sofferenza e luogo della ricreazione e del riposo. Sono state così collocate opere di Dompé (Meditazione), Mattiacci (Ordine), Mochetti (Arco laser), Caruso (Portale mediterraneo), Castagna (Monadi), Kounellis (Installazione), Nunzio (Linea), Staccioli (Insatallazione) che si inseriscono tra i pini e gli spazi aperti della villa, fino a condurre il visitatore a varcare la soglia ed entrare nel “recinto” della struttura di assistenza. Il nucleo originario è stato ulteriormente ampliato nel 2000 con la realizzazione di due nuovi interventi, la Porta del Sole di Giuseppe Uncini e l’Uomo-erba di Paolo Canevari. Vi è una stele dedicata all’eccidio di Nassiria.

Dopo l’intervento della Prof. Sofia Varoli Piazza, che ci ha assistito nella celebrazione insieme ad Antimo Palumbo storico degli alberi e Presidente dell’Associazione ADEA amici degli alberi i soci hanno visitato il parco e le sculture create in loco.

Il Giardino Romano ha raccolto alcune testimonianze di avi dei soci caduti o feriti in guerra il cui ricordo ha segnato le loro famiglie. Il Garden è stato vivamente grato per le testimonianze ed è vicino con affetto alla loro partecipazione.

 

RICORDO DEI PARENTI DEI SOCI

DEL GIARDINO ROMANO GARDEN CLUB

 

Bernardino Grimaldi, Carlo Bottiglia, Giuseppina Mandula, Ernesto Parodi, Giovanni Di Castri,  Gianaugusto Vitelli, Basilio Focacci, Achille Sambucetti, Ezio Viero, Alberto Zanelli, Mario Festa, Francesco Carpano, Alfonso Neuschuler, Luigi Bongiovanni, Carlo Di Fabio, Giuseppe Agnino, Rosario Di Luca, Nicola Tucceri, Guglielmi, Arrigo Lanzara, Gaetano Nunziante, Ernesto Nunziante, Fortunino Matania

 

Antonio Rossini

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Il presidente Rossini presenta la Giornata (foto F.Di Fabio) l'intervento della prof. Sofia Varoli Piazza (foto E. Imbellone) (foto F. Di Fabio) l'intervento di Antimo Palumbo (foto E. Imbellone) (foto E. Imbellone) Antimo Palumbo con la nostra socia Elvira Imbellone Plantago lanceolata  una piantaggine dalle preziose proprietà medicinali (depurativa, diuretica,  disinfettante) che mostra le infiorescenze cilindriche composte da tanti fiori piccolissimi. Le foglie, tra l’altro, sono buone in insalata Biancospino Salvia pratensis dalle belle infiorescenze allungate blu che appaiono da maggio ad agosto fino a 1600 m di altitudine; Arctium lappa, la bardana, una buona pianta mellifera  dalle grandi foglie i cui piccioli teneri sono ottimi lessati oppure fritti. E’ una pianta officinale  utilizzata fin dall’antichità.

XII Giornata Nazionale del Giardino

11 aprile 2015  

 

 

Il Giardino Romano ha celebrato quest'anno la Giornata Nazionale del Giardino, indetta dall'UGAI, in uno dei luoghi più rinomati di Roma antica, l'Arco di Giano, che sorge sul piano dell'antico Foro Boario, a pochi metri dalla chiesa di San Giorgio al Velabro.

La nostra Maria Luisa Guglielmi era presente e ci ricorda la giornata con queste brevi note: 

 

"Lo scorso 11 aprile abbiamo celebrato la XII edizione della Giornata Nazionale del Giardino indetta dall’UGAI. Per l’occasione si è provveduto alla piantumazione di alcuni cipressi (6, ad opera della ditta Conti di Rieti) nell’area dell’Arco di Giano. Erano presenti, oltre a numerosi soci varie autorità: fra gli altri l’architetto Maria Grazia Filetici della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, il prof. Adriano La Regina, l’architetto Massimo De Vico Fallani, la dott. Benocci, i quali ci hanno brevemente intrattenuto sull’importanza di questa zona archeologica e della sua valorizzazione, anche attraverso questa iniziativa di abbellimento arboreo. Dopo un assaggio di vini e bevande abbiamo potuto apprezzare la visita guidata ai monumenti vicini da parte della dott. Benocci, la quale si è prodigata in descrizioni approfondite dei siti, sia dal punto di vista storico che archeologico. Per cominciare ci ha illustrato la chiesa di S. Maria in Cosmedin, antichissimo edificio di culto cristiano nel quartiere abitato dai greci e perciò impreziosito da alcuni elementi orientali, come le tre absidi. Nel medioevo si accoglievano tendenze che venivano da fuori accostandole a motivi occidentali. Sembra che questa – ho letto - sia stata la prima chiesa triabsidata di Roma, forse riedificata da Adriano I (772-795). Nell’abside della navata destra si vede il simbolo eucaristico del mistico agnello con fregi orientali. Probabilmente esisteva nel posto già una diaconia cristiana prima della costruzione della chiesa, mentre l’ipotesi dell’utilizzo di ambienti di una “Statio Annonae” è ora scartata dagli esperti, riferisce la Benocci, la quale sottolinea l’importanza dell’Altare di Ercole alla fine della scaletta nella cripta: un grande corpo murario in blocchi di tufo, dedicato secondo la tradizione dal mitico re Evandro, in memoria dell’uccisione da parte di Ercole del gigante Caco. Ci troviamo in una zona, ricorda la Benocci, all’origine della città, perché cuore pulsante dei commerci sul fiume Tevere (con il Foro Boario e il Foro Olitorio), e il suddetto altare di Ercole può datarsi anche oltre il 700 a.C. Le grandi colonne marmoree della chiesa non si sa da dove provengano. Poco distante si trova il Velabro, cioè l’area una volta paludosa dove avvenne il leggendario ritrovamento dei gemelli Romolo e Remo da parte della lupa. Bonificata quando fu costruita la Cloaca Maxima dai Tarquini, fu sede degli argentieri, che alzarono un arco molto decorato in epoca severiana. Esso fu poi parzialmente incorporato alla chiesa di S. Giorgio sorta su una diaconia. La venerazione in loco del soldato e martire dell’epoca di Diocleziano determinò l’arrivo del corpo del santo dalla Cappadocia al tempo di papa Zaccaria (741-752), in concomitanza con lo stabilirsi in zona di monaci di comunità cristiane orientali perseguitate, con le loro particolari tradizioni religiose. Tuttavia, ancora una volta non si può dire che la chiesa ricalchi nel complesso lo stile orientale. I finestroni tra l’altro sono in stile paleocristiano, e il ciborio, di autore sconosciuto, anticipa quello di Arnolfo di Cambio. La mattinata non poteva essere più istruttiva!"           

 

 

Sull'Arco di Giano così scriveva Giuseppe Lugli (1890 - 1967), grande archeologo, professore all'Università "La Sapienza", accademico dei Lincei.

 

"In prossimità del Foro Boario si erge dalla piana un Arco quadrifronte che viene comunemente chiamato Arco di Giano per l’erronea interpretazione della parola Ianus, che indica soltanto la forma a quattro fornici incrociati (tetrapylon) ed è perciò un nome comune e non un nome proprio. E’ pertanto un arco onorario, o un arco trionfale , simile a quelli di M. Aurelio in Tripoli, di Vienne in Francia, di Tebessa in Africa ed altri.

L’effetto che il monumento produce nella massa è severo ed armonico; le nicchie, ricavate nel pieno dei pilastri per scopo decorativo, onde alleggerirne la massiccia struttura, sono adorne nella calotta con una conchiglia terminante con un riccio. Dinanzi ad esse, in  ambedue i piani, erano delle colonnine leggermente sporgenti, che davano all’arco un particolare movimento architettonico; si elevavano su di un basso plinto ed erano sormontate da capitelli corinzi.

Il materiale adoperato è il marmo bianco, in gran parte di riporto, come si nota nelle fratture e nelle unioni dei blocchi, mentre il nucleo più interno è in opera a sacco, con volta a crociera, nella quale si trovano incluse alcune olle vuote per rendere la muratura più leggera, moda invalsa nell’età fra Diocleziano e Costantino. Nella chiave di ciascun arco è scolpita una divinità femminile, e più precisamente: Roma e Giunone sedute, Minerva e Cerere in piedi.

Nei Cataloghi Regionari di Roma del IV secolo, è ricordato un Arcus Constantini, situato fra il Foro Boario e il Velabro. Costantino dunque, o altri in suo onore, eresse questo arco, probabilmente per fornire un luogo coperto di ritrovo ai mercanti del Foro Boario, in un punto in cui si incrociavano due vie; sotto l’arco restavano avanzi del pavimento in lastre di travertino.

Il prossimo Arco detto degli Argentari, è incastrato nel fianco del portico della Chiesa di San Giorgio in Velabro; fu dedicato a Settimio Severo, a sua moglie Giulia Domna e ai loro figli Caracalla e Geta, come dice l’iscrizione, nel 204 d.c., dai banchieri e dai negozianti bovari di quel luogo, cioè dal Foro Boario, per devozione verso l’imperatore, che aveva naturalmente fatto loro qualche concessione speciale. E’ coperto in piano con duplice architrave monolitico e cassettonato intermedio.

 

da Itinerario di Roma antica di Giuseppe Lugli (1890 – 1967)

Ed. Periodici Scientifici - Milano

 

Alcune foto a ricordo della Giornata

 

       

 

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durante la cerimonia. In primo piano tre dei sei cipressi donati dal Giardino Romano l'intervento dell'architetto Maria Grazia Filetici l'intervento dell'architetto Massimo De Vico Fallani l'intervento della dott. Carla Benocci l'intervento della dott. Paola Lanzara, nostro past president le nostre socie Gloria Viero e Elvira Imbellone la dott. Benocci ed i soci all'interno di Santa Maria in Cosmedin

nel Giardino Giapponese

con Elvira Imbellone

giovedì 9 aprile 2015

 

 

indimenticabile visita del Giardino Giapponese all'Orto Botanico di Roma.

Con la guida della nostra Elvira Imbellone un folto gruppo di soci ha potuto ammirare le splendide fioriture. Qui sotto alcune fotografie che possono dare un'idea di ciò che hanno visto.

 

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il gruppo dei soci con Elvira (al centro) Giardino giapponese, opera dell’arch. Ken Nakajima uno scorcio del giardino giapponese all'Orto Botanico Elvira indica un Acer palmatum, varietà rossa  le onde delle siepi potate secondo l'arte "o-karikomi" sul bordo del laghetto il padiglione in legno di cedro laghetto con la cascata e siepi di mirto potate Pietre dell'Appennino  scelte e posizionate  dall'arch. Ken Nakajima formano la cascata.JPG il ponticello di legno veduta di Roma con il "paesaggio preso a prestito" le siepi a onde e lo sfondo della città Forsythia viridissima le peonie di Gianlupo Osti Paeonia ostii 'Fenice rosa' Paeonia ostii 'Fenice bianca' il Prunus x yedoensis il più diffuso in Giappone Prunus x yedoensis - i fiori bianchi hanno stami bianchi Prunus x yedoensis - con fiori e stami rosati Prunus serrulata 'Kanzan' Siepi potate di Pittosporum tobira e acero giapponese purpureo Acer palmatum, acero giapponese delicatezza del colore e della forma fiori e frutti dell'Acer palmatum Amelanchier canadensis e sullo sfondo il "paesaggio preso a prestito" della città gli effimeri fiori dell' Amelanchier canadensis Gruppo di Amelanchier canadensis Chaenomeles speciosa  Kerria japonica pleniflora detta Rosa del Giappone. a dx bambù del genere Sasa, originario del Giappone la nostra Lucciola sul bordo del laghetto le nostre socie Antonella Marino e Barbara Burgerhout la nostra Antonella Marino

Le nostre conferenze

Orto Botanico di Roma

 

25 marzo 2015

 

Conferenza della nostra socia Yvonne Barton, insieme ad Eugenia Natalino del vivaio Salto del Prete, sul tema “Giardinaggio senza innaffiare”

 

La nostra socia ing. Yvonne Barton ci intrattiene a lungo, in maniera dettagliata, sulla trasformazione in giardino, nell’arco di 5-6 anni, della sua proprietà umbra di Montiano, più vicina a Chiusi che a Perugia, con vista sul lago Trasimeno. L’anno scorso a maggio fu oggetto di una gita del Giardino Romano e di un resoconto sul nostro sito web, ma l’argomento merita un approfondimento. Inizialmente il luogo era “un mare di fango”, come racconta Yvonne e come si evince da una foto che la ritrae seduta sopra un sasso nell’area desolata facente parte della sua villa. Eugenia Natalino (del vivaio Salto del Prete) che l’ha aiutata nell’impresa, ricorda di averla conosciuta a Città della Pieve, e di aver intrapreso con lei un viaggio di scoperta, con l’obiettivo di creare un ambiente tutto naturale. La storia è partita con il progetto preciso di Yvonne di realizzare un giardino mediterraneo, non un prato all’inglese, come aveva fatto un suo vicino, uno scozzese, il quale aveva pure piantato rododendri (tanto valeva che avesse acquistato una proprietà in Inghilterra!). Il percorso, illustrato da immagini e da note esplicative, testimonia il lavoro da lei svolto in maniera scientifica e con pazienza certosina per mettere nell’appezzamento piante d’arido, a basso bisogno idrico e a bassa manutenzione, come richiede il clima mediterraneo. Inoltre lei voleva preservare “lo spirito del luogo”: il suo giardino doveva essere in sintonia con il paesaggio circostante, anche con la parte agricola della sua tenuta (l’uliveto); in transizione con essa, senza recinti. Avendo queste esigenze si rivolse per consigli alla Mediterranean Garden Society (è presente alla conferenza la responsabile della sezione italiana Angela Durnford, inglese come Yvonne), nella quale spicca il socio francese di Montpellier, esperto giardiniere, Olivier Filippi, pioniere mondiale nello sviluppo di una tecnica per avere un giardino naturale senza innaffiare.

Intanto, per orientarsi in questo campo bisogna conoscere i dati: il prato, che è il caposaldo del giardino inglese, consuma 6-8 litri d’acqua al metro quadro. Troppo, perché alla fine c’è solo erba, che preclude la biodiversità in presenza di risorse idriche sempre più scarse: potremmo invece utilizzare l’acqua in modo più intelligente e parsimonioso. Non dobbiamo avere paura di ripensare il giardino. Innanzitutto bisogna capire cosa c’è intorno, il “genius loci” ci indica le piante spontanee che nessuno ha piantato e che non necessitano di cure, e quindi sappiamo quali possono sopravvivere. Con il nostro clima mediterraneo, caratterizzato da estati secche con alcuni temporali, troviamo i fiori Cistus, Phlomis, ginestra, Rosa canina, Stachys, Thymus, Helichrysum, Euphorbia, orchidea, anemone, papavero, Euonymus, Cornus. Essi, con basso fabbisogno idrico, devono essere piantati in autunno, perché in questa stagione la terra è morbida, con una buca scavata per ciascuna pianta larga 60 cm e profonda 20, in modo che le radici abbiano a disposizione spazio nel quale estendersi. Il pozzetto non solo raccoglierà l’acqua senza disperderla, ma la lascerà agevolmente filtrare in basso tutt’intorno alla radice, con beneficio diretto sulla porzione di terra, che conserverà una certa umidità. Per gli alberi occorrono buche quadrate, non circolari, in modo che le radici non si attorciglino su se stesse nel crescere, ma si spingano verticalmente verso il basso. La distanza fra le piante deve essere poca per favorire un microclima più fresco. Inoltre, la piccola fossa creata intorno alla pianta serve per qualunque irrigazione d’emergenza, per convogliare l’acqua intorno alla pianta. E’ preferibile innaffiare a mano e lentamente; gli impianti a goccia dirigono il getto solo da una parte e le radici vanno solo in quella direzione. Anche il vaso tondo determina la crescita distorta delle radici, che possiamo notare quando eseguiamo un travaso: quello quadrato favorisce lo sviluppo verticale. Bisogna innaffiare nel primo anno e nel secondo in casi rari. Non un po’ di acqua ogni giorno: è consigliabile irrorare in grande quantità ma a lunghi intervalli, come in natura. In estate in Maremma c’è un temporale ogni tanto. La misura può essere 5-30 litri a volta ogni 15 giorni per il primo anno. Le piante mediterranee soffrono della innaffiatura estiva, che provoca crescita eccessiva e riduce la loro longevità con rischio di malattia. Esistono qualità di fiori, come il Centranthus ruber ‘Pink sensation’, il Centranthus albus, la Rosa ‘Pompon de Paris’ e il Ceanothus repens con poche o nulle esigenze idriche; l’ultimo non si deve mai innaffiare. E’ meglio farlo di mattina e quando la pianta non è sotto stress (per il troppo caldo ecc). Yvonne ci confida che lei “parla” con le piante per metterle a proprio agio. Ha una rosa che ha chiamato Susy e la mattina le dice: “Ti ho portato la prima colazione”. Un altro accorgimento è quello di raggruppare le piante secondo il loro fabbisogno idrico, posizionando i vasi più o meno lontani dalla casa a seconda della loro resistenza. Ulteriore regola da seguire è fare potature leggere; per le piante sempreverdi in forma sferica, enfatizzando così la loro natura. Questo accentua l’atmosfera mediterranea; inoltre le aiuta nel difendersi dal caldo troppo forte. Per quanto abbiano un trattamento privilegiato rispetto alle spontanee, invecchiano più velocemente, e con la potatura possono vivere di più. Il concime non va usato, se non per le piante in vaso e per le rose. Il nutriente, anche in condizioni difficili, è dato da sedimenti di polveri e dagli scarti naturali del giardino (un ottimo “compost”) che si possono riciclare. La pacciamatura impedisce la crescita delle infestanti e riduce l’evaporazione del terreno, con l’impiego di materiale organico o minerale come corteccia o ghiaia. Per un’ombra godibile è raccomandabile una pergola di legno nella quale si arrampichi la vite: il sole passa ed illumina il mondo sottostante. Anche questo elemento modifica il microclima del giardino: un cono d’ombra luminoso che permette le fioriture di piante tappezzanti al suolo, che a loro volta generano frescura, come il Philadelphus ‘Blues’. La pergola è un elemento importante consigliato da Filippi, oltre appunto la pianta giusta al posto giusto usando il “genius loci”, piantare coprisuolo misti, fare terrazze vegetali, giardini su ghiaia, sentieri, passaggi, biodiversità, prediligere piante coprenti. Per il prato senza erba si possono mettere tante piante basse come il timo.  

 Le piante endemiche delle zone climatiche mediterranee offrono colori e profumi in ogni stagione e non necessitano di concimi o nutrienti artificiali. Quindi è sufficiente imitare la natura per costruire un ambiente accogliente, con aiuole rialzate, terrazzamenti, muri a secco per favorire il drenaggio e catturare l’umidità, facendone riserva. La quota altimetrica, il tipo di terreno, la piovosità sono tutti fattori da considerare. La villa della Burton sui colli del Trasimeno a quota 435 metri sul livello del mare, con l’estate a 40 gradi e l’inverno a meno 8 con pioggia (ma non sempre. e la neve è scarsa, come quest’anno), con terra alcalinica, argillosa e pietrosa, presentava delle problematiche precise. Eppure delle 1000 piante piantumate solo 5 sono andate perse. Le fasi della trasformazione del giardino sono ampiamente riportate. Sulla collina aldilà del lago, a fitodepurazione biologica, la Burton ha creato un percorso con muretti a secco senza usare un filo di calce, contenendo così la scarpata; percorso che risale fino in cima ad essa. Nella prima stagione ha immesso circa 1000 piante, le quali dopo il primo anno non hanno ricevuto più acqua. Per la zona intorno alla casa ha pensato alla ghiaia e un giardino con terrazza fiorita. L’anno dopo era già rigoglioso. Accanto al fabbricato ha fatto crescere a cascata la ‘Paul’s Himalayan Musk’, che fiorisce solo una volta l’anno, a primavera, e la ‘Seven Sisters’, dalle sfumature rosate più accentuate. Questo secondo tipo fu portato dai pionieri francesi dalla Louisiana. Le rose antiche sono più adattabili ad un clima arido: quelle Tè sono perfette. Sono arrivate in Europa nell’Ottocento dalla Cina ed hanno profumo di tè, da non confondere con l’ibrido di Tè moderno. La rosa cinese dorme in estate e quindi non deve essere potata in questa stagione. Comunque le specie di rose che fanno a meno dell’innaffiamento e delle potature sono varie (solo poco concime durante l’inverno): la R. banksiae lutescens, ‘Papillon’ (China), ‘Félicité et Perpétue’, ‘William Allen Richardson’ (arancione), una Noisette gialla. Abbiamo ancora Iris unguicularis con fioritura invernale, la Lonicera fragrantissima  molto profumata d’inverno. Il Cotoneaster fa un ottimo servizio nelle scarpate, ma ci sono altri cespugli sempreverdi. L’azzurro in estate è Eryngium tripartitum e anche Perowskia. Il giallo Achillea filipendula, Hypericum, Hermerocallis. In autunno abbiamo i bulbi Cyclamen hederifolium, Sternbergia lutea, Crocus sativus (lo zafferano). Perenni autunnali: Salvia mycrophilla, Sedum spectabile. I bulbi di primavera Anemone coronaria di Caen, Anemone blanda. I Narcissus sono molto resistenti alla siccità, come Il Narcissus ‘Thalia’. Così i tulipani spontanei, come il Tulipa sprengeri. In Primavera troviamo anche gli arbusti bianchi. Le piante grigie sono anch’esse numerose, come la forte Artemisia arborescens, la Ballota pseudodictamnus, di 60 cm. al massimo, l’ Helicrysum italicum, cosiddetta pianta della liquirizia con tante varietà, l’Atriplex halimus, che sa di sale, le Graminacee che si abbinano alle canne, la Festuca glauca, Leymus arenarius, Leygeum spartum, Miscanthus sinensis ‘Yaku Jima’, Stipa tenuissima, Poa labillardieri ecc. Insomma un’epifania di colori. Intorno alla casa di Yvonne molte Achillee di tre colori: arancione, rosso scuro e terracotta e fiori azzurri.

 Ma le piante chiave sono le più comuni: i cisti, le santoline, rosmarino ed euphorbia, che si possono trovare nei giardini che circondano la villa. La foglia grigia opaca e pelosa evita la traspirazione delle foglie: così l’aroma forte. Il cisto, endemico nel Mediterraneo, è legato all’ecologia del fuoco, perché quando si verifica un incendio, è uno dei primi semi a rifiorire. Si pianta in autunno, e vanta un’incredibile varietà, e si ibrida facilmente. Il Teucrium cossonii piace molto ad Yvonne. Ha fiori viola e cresce fino a 5-7 cm. Della santolina esiste una specie dal giallo abbagliante, e un’altra, la benthamiana, ha fiori quasi bianchi e foglie grigie. Arriva a 50 cm d’altezza. La viridis ha foglie verdi. La Phlomis vanta 40 specie circa, arbustive ed erbacee, che spariscono d’inverno. E’ molto longeva. Nel rosmarino la traspirazione è minima e si difende anche con l’aroma. L’ officinalis è azzurro. La varietà ‘Sappho’ è diffusa nel sud della Francia e ha foglie molto sottili, mentre l’odore è fortissimo. L’Euphorbia, fiorisce a Marzo; è una pianta pioniera, al limite infestante ma molto resistente. C’è la myrsinites, la ‘Blackbird’, la rigida, la characias. Con l’euphorbia bisogna stare attenti, anche con il tipo grasso, perché secerne un latte irritante usato in passato come medicinale.

Concludendo: la Burton, dal “mare di fango” iniziale ha dato un’ossatura, un andamento al suo giardino, indicando lei stessa il percorso, divertendosi poi ad arricchirlo con una varietà inusuale di piante, ben scelte per posizione ed effetto cromatico e con la caratteristica comune di buona acclimatazione in rapporto alla bassa manutenzione e soprattutto al limitato fabbisogno idrico. Si può ben dire che lei ha ben meritato il suo paradiso!

 

Maria Luisa Guglielmi         

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durante la conferenza durante la conferenza durante la conferenza la nostra socia e conferenziera Yvonne Barton l'altra conferenziera Eugenia Natalino la socia redattrice di tutte le nostre conferenze, Maria Luisa Guglielmi, al lavoro

Giardinaggio senza innaffiare - tutte le diapositive della conferenza

 


18 marzo 2015

 

Conferenza dell’architetto Barbara Briganti sul tema “Giardini Medio Orientali dell’antichità”

 

L’arch. Briganti è una storica dei giardini che ha compiuto studi molto approfonditi.   Esordisce dicendo che l’argomento della conferenza le è suggerito dall’attualità di queste settimane, caratterizzata dalla furia devastatrice fondamentalista, in particolare in Siria, dove sono state rase al suolo località archeologiche molto importanti. Ci mostra per cominciare una cartina della Mezzaluna Fertile a confronto con la zona controllata dall’Isis, con i territori che si accavallano, e una foto delle mura dell’antica città di Ninive, oggi Mossul, che non esistono più a causa dell’abbattimento dei reperti, comprese le enormi sculture alate con la testa di uomo ed il corpo di animale. La storia di quei luoghi di conseguenza sta diventando importantissima, e rafforzano la consapevolezza che le nostre radici sono lì, nelle grandi città di 5-6 mila anni fa. Infatti, al di fuori delle mura di Ninive esisteva una vasta cintura verde, sapientemente ordinata, che sfruttava la vegetazione locale, che oltre a fare ombra serviva ad ottimizzare l’acqua. L’irrigazione veniva dai fiumi e le file di pioppi e le palme ad esempio difendevano dal vento del deserto, oltre a fare ombra. Anche gli Egiziani facevano giardini, ma con diversità. Subivano i cicli del fiume: ripetevano un po’ tutti la valle del Nilo. Ai lati del corso d’acqua si trovavano le vie pedonali e a fianco di esse fichi, pioppi, alberi da frutta, da dattero ecc. Servivano solo per godere la frescura ed i fiori, a differenza di quelli mesopotamici e soprattutto persiani, che avevano un valore aggiunto: l’elemento religioso. Il giardino diventa allora latore di un messaggio che va interpretato, e questo concetto si trasmetterà nella cultura occidentale.

Purtroppo degli antichi giardini mesopotamici non rimangono tracce sul territorio, ma si conserva un’enormità di scritti, come le tavolette cuneiformi, anche per quanto riguarda il primo romanzo della letteratura mondiale: sumero del 2600 av.C. La sua versione più aggiornata è quella della biblioteca di Assurbanipal a Ninive. Si chiama “Gilgamesh” ed è la storia del re della città di Uruk e del suo amico Enkidu. Il primo è un eroe bello, muscoloso, l’altro è un tipo selvatico. Insieme vanno in una foresta di cedri, un luogo terribile, aspro ma con alberi meravigliosi, per uccidere una serie di animali sacri. Gli dei si offendono ed Enkidu muore. Allora il re, disperato per la perdita dell’amico fa una peregrinazione per trovare la pianta commestibile utile a riportarlo in vita, dopo aver conosciuto l’uomo superstite del Diluvio Universale. La trova nel magnifico giardino del Dio Sole. Tuttavia la perde: mentre sosta un serpente la mangia, cambiando così la sua pelle. Questo fatto lo convince che non si può sfuggire al destino degli uomini: si rassegna alla morte del compagno. Nel racconto c’è il contrasto tra l’orrido della montagna boscosa e il giardino ordinato e luminoso del Dio Sole, e questi due topos si ritroveranno sempre. Altri documenti testimoniano i rapporti dei re assiri con i loro giardini: per quanto crudeli amano i fiori. Uno di essi è raffigurato in un bassorilievo con un albero in mano, e Assurbanipal trasferisce la capitale – uno dei siti scomparsi poco tempo fa – circondandola di un parco di 25 km quadrati, con 150 melograni, 400 fichi, 400 nespoli ecc. Vi fa inoltre acclimatare 21 specie che provengono dai luoghi conquistati militarmente, perché il giardino – molto vasto - è simbolo del potere del re. Le cose incominciano a viaggiare: arrivano i cipressi e i cedri, i melograni, l’ebano. e soprattutto le vigne, le quali però sono usate in funzione decorativa, perché gli assiri bevevano preferibilmente birra. Le piante erano immesse regolarmente sul terreno, con grande rigore geometrico. I rilievi del palazzo di Assurbanipal del 645 av.C. circa mostrano enormi parchi strani, anche con piante aromatiche e presenza di fiere e belve, oggetto di caccia da parte del sovrano. Si muoveva contro il leone con il carro trainato dai cavalli. Si vedono anche cervi con frecce sulla schiena e mano femminili che eseguono operazioni botaniche. Quest’ultime sono le uniche immagini gentili, io penso, perché anche il rilievo famoso di Assurbanipal a banchetto con sua moglie, sotto ad una pergola insieme alle schiave, contiene il significato di potenza, soprattutto per il brindisi della coppia per la testa tagliata esibita del nemico. Questa scena tuttavia documenta l’idea di mangiare all’aperto, che rimarrà per tutta l’antichità e poi si perderà.

 Dei grandi giardini pensili di Babilonia sappiamo tutto e niente, afferma la conferenziera, in quanto sul terreno non è stato trovato alcunché. Gli storici greci li hanno indicati con grande dovizia di particolari attribuendoli a Nabuccodonosor, a favore di sua moglie, persiana. L’unico dato sul quale coincidono Teodoro Siculo e Strabone è che fossero fatti a terrazze degradanti e che si potesse arrivare all’interno. Quindi non ziggurat, e si ipotizza fra l’altro che si potesse portare l’acqua a mano fino in cima (dagli schiavi). Erano di cinque piani: alte 20 metri. Per l’impermealizzazione poteva essere usato il bitume, già conosciuto da loro. Gli assiri hanno anche inventato l’architettura del paesaggio, facendo laghi e modellando la terra, ma solo per il giardino reale.

 I regni mesopotamici durano 4-5 secoli e poi sono spazzati via nel giro di pochi anni dai Persiani, i quali hanno caratteristiche diverse. E’ una popolazione di nomadi e di grandi allevatori di cavalli. Vivendo in sella fanno una guerra scattante. Con loro subentrano nuove credenze, una specie di zoroastrismo che poi si svilupperà pienamente: un monoteismo con al centro la lotta fra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Introducono anche un mito di origine indoeuropea, quello di un tempo perduto nel quale l’umanità era in un mondo bellissimo, dove nasceva la vita e l’albero del bene e del male. E’ interessante notare che proprio in quel periodo viene riscritta la Genesi ebraica; il mito verrà assorbito dalla civiltà mediterranea. Ciro il  Grande vinse a Pasargade, dove costruì la sua capitale. Le prime rovine di un giardino vero, cioè che si può ricostruire dai resti archeologici, riguarda uno del 400 av.C. in questa località, accanto ad un palazzo reale. I pochi resti testimoniano di una struttura regolarissima, con canali per far passare le acque, con piscine, con pendenze calcolate al millimetro, con file precise di alberi di alto fusto. Aveva anche padiglioni regolari. Si pensa che si tratti dell’inizio del giardino quadripartito, di origine indiana. Una canalina d’acqua separava i due marciapiedi laterali e gli alberi attorno. I persiani adoravano i fiori, e grazie a loro vengono portati i primi agrumi, i susini , le albicocche, i ciliegi ecc. Il giardino era chiuso da un muro, recintato: il “Paradiso” si identifica con questo luogo di delizie; il termine tra origine dalla antica parola persiana indicante parco o giardino:”paredes”. Di qui l’ebraico “pardes” per “paradiso”.

I Greci al principio non li imitano. Il primo che si interessa ai giardini è Alessandro Magno. che troverà decine di “paradisi”, tanti quanti i palazzi reali o di satrapi locali incontrati nel suo cammino di conquistatore. Se ne innamora ma non ha tempo di occuparsi a sua volta della nascita e dello sviluppo di essi. L’unica sua iniziativa in questo senso riguarda il suo tentativo di acclimatare la pianta di edera - presente in Macedonia – in Persia. Era la sua prediletta, e appena poteva si riposava vicino ad essa; probabilmente morì a Babilonia in questo modo! I suoi seguaci comunque portarono avanti il discorso sui due binari di giardino-potere e “giardino perduto”.

Come detto sopra esso era simbolo di status personale e di ricchezza di una città. Quindi anche i greci si dettero da fare per disegnare nuclei urbani importanti con il verde. Ad esempio Alessandria, famosa per il suo faro e per la tomba del condottiero suddetto, fu progettata a partire dal giardino reale, tutt’uno con la città, sacra. Dall’Oriente all’Occidente si continuò ad attenersi a questo schema: c’è un filo di continuità di ispirazione fra l’Europa e l’Asia. Il giardino imperiale romano lo ricalca. A Villa Medici a Roma abbiamo l’esempio più vicino a quello che era il “clou” dei giardini ellenistici e romani: l’arte topiaria, ossia l’arte di creare dei quadri, delle zone di piante potate per avere giardini mitologici. Anche i Romani inoltre importano specie da fuori Italia. Come i limoni e i cedri, che i Persiani a loro tempo avevano preso dalla Cina. Adriano ricrea i luoghi del suo Impero, con vegetazione di varia provenienza. Poi gli Arabi dalle rovine del mondo romano recuperano i valori persi della religione del libro: ritorna la storia dell’Eden, fino all’Andalusia. E’ una sorta di sinusoide tra l’Occidente e l’Oriente nel quale l’acqua è l’elemento portante, e ancora segnale di potere. Per tutto il ‘500 e il ‘600 dall’Europa all’India nei giardini regali si ripropone il concetto dei 4 fiumi che si incrociano e danno vita, e quindi ci si riallaccia al luogo dove tutto è cominciato. Così i giochi d’acqua di Villa d’Este, sono un segnale culturale troppo grande per essere dimenticato.

 

Maria Luisa Guglielmi        

 


        

4 marzo 2015

Conferenza del prof. Stefano Mancuso: "Una nuova visione delle piante"

 

ll prof. Mancuso, ricercatore ai massimi livelli, una delle massime autorità mondiali per la neurobiologia vegetale, è stato presentato dal Presidente Rossini e dalla prof. Paola Lanzara illustre botanica e nostra Past President. Egli è Professore Associato presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Firenze, accademico dell’Accademia dei Georgofili, fondatore della International Society for Plant Signaling & Behavior, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale con sigla LINV (www.linv.org), ed infine inserito nella lista de “La Repubblica” del 2012 tra i 30 italiani destinati a cambiarci la vita. La Lanzara enumerando i suoi titoli di merito ha osservato che quest’ultimo è molto calzante, perché le prospettive indicate dalla scienza ci fanno vedere in quale direzione andare. Soprattutto lei sottolinea la costanza, l’amore, l’impegno, il desiderio di conoscere del suddetto professore, elementi che del resto dovrebbero caratterizzare -lei dice - tutti coloro che amano le piante, non solo i grandi scienziati; sia perché esse “non vogliono essere lasciate sole”, sia perché sono “l’unico mezzo di sopravvivenza dell’uomo e della natura nel nostro pianeta”.

Mancuso informa che il laboratorio che dirige nasce nel 2005, con sede principale a Firenze  e sedi ausiliarie in Germania, Giappone e Francia, grazie alla collaborazione del polo universitario Parigi 7, di Bonn, del Giappone e dell’Accademia delle Scienze di Pechino.

Inizia la sua esposizione affermando che le capacità delle piante sono state a lungo sottostimate. Invece sono organismi molto più complessi di quanto sembra. Non ce ne accorgiamo per una serie di motivi. A riguardo mostra un test, alcune diapositive con scene contenenti folta vegetazione sottoposte negli USA e in Europa a più di 5000 studenti universitari, i quali dovevano rispondere alla domanda “Cosa avete visto?”. Ebbene è risultato che gli intervistati non citano le piante ma altro. A cosa è dovuto? Al meccanismo evolutivo del nostro cervello, che ha una capacità di calcolo molto basso. Vi arrivano tantissime informazioni dagli organi di senso, viceversa in esso sono filtrate via tutte le cose che non servono alla nostra sopravvivenza. Siccome l’uomo si è evoluto nella savana, il verde non costituiva pericolo per lui. Questa tendenza di noncuranza si chiama “plant blinding”, cioè cecità verso le piante, nonostante il 99,7 per cento di biomassa sulla terra sia fatto di vita vegetale: solo lo 0,3 è costituito dagli animali, compresi gli uomini. A causa del detto fenomeno di cecità rischiamo di non capire oggi quanto le piante siano importanti.

In un codice rinascimentale del 1536 rappresentante l’ordine della natura in uno schema piramidale di origine aristotelica, si nota l’uomo al vertice della creazione e al penultimo gradino in basso le piante, nel presupposto che esse non siano sensibili. Invece esse lo sono molto più degli animali, per il motivo banale che questi ultimi di fronte al pericolo fuggono in automatico, cosa che le piante non fanno, e quindi sono molto più brave nel “sentire” l’ambiente dove si trovano. Migliaia di articoli scientifici lo attestano. Un albero può avere miliardi di apici radicali, fonti di sensibilità: campi elettronici e magnetici e reagenti chimici. Le piante sono anche intelligenti? La definizione di intelligenza è un grosso problema. Secondo quella antropomorfica in voga il concetto si estende alle macchine, ma secondo Mancuso questo è un uso sbagliato di essa, che è in realtà proprietà della vita, capacità di risolvere i problemi. Non esiste vita senza intelligenza. Un’altra falsa idea è che le piante siano gli organismi viventi più antichi. In parte è vero, in quanto sono foto sintetizzanti, ma altri sono molto recenti: le angiosperme, che appaiono in una zona temporale a metà tra i primi mammiferi e l’uomo. Le piante sono un mondo molto diversificato.

La cellula vegetale ha, come quella animale, la fotosintesi, e in aggiunta la parete cellulare. Siccome gli zuccheri dentro la cellula vegetale attirano l’acqua, se non avesse la parete cellulare detta cellula scoppierebbe. Inoltre, poiché la pianta è ferma, è soggetta alla predazione. Ciò è fondamentale: le piante si sono evolute per essere predate. Il loro corpo è completamente diverso dal nostro; vive nonostante venga predato per il 90 per cento di esso. Gli uomini - e così gli animali - invece non sono divisibili. Le piante sono divisibilissime. L’essere ferme fa sì che non abbiano organi delimitati. Da questo fatto inizia la nostra difficoltà di capirle. Riteniamo che non respirino perché non hanno polmoni, che non vedano perché senza occhi, che non ragionino perché senza cervello ecc. Avere gli organi sarebbe una follia evolutiva. Al contrario, la pianta si è evoluta distribuendo questa funzione in tutto il corpo. I movimenti si svolgono su tempi diversi rispetto ai nostri. Nel 1898 un botanico tedesco, Wihelm Friedrich Philipp Pfeiffer, due anni dopo l’invenzione del cinema da parte dei fratelli Lumière, produsse un breve filmato sulle fasi di crescita dei fiori accelerando le foto scattate ogni cinque minuti. In seguito la tecnica del time-lapsing divenne molto comune. Il suddetto filmato, in bianco e nero su alcuni tulipani, è ancora visibile, e il prof. Mancuso ce lo mostra. La pianta Desmodium, la Mimosa Pudica, il piccolo frutto Bunchberry (il cui movimento di espulsione del pollone è il movimento più veloce di un essere vivente) sono oggetto di altri filmati a noi presentati, così come quello della apertura e chiusura della pigna e del tarassaco, pianta a fiore (angiosperma), in funzione dell’umidità. Questo studio ha aspetto ingegneristico, per la ricerca di materiali con movimenti senza energia, come si rileva dalla proiezione sugli sforzi di un semino di Erodium, della famiglia dei gerani, che dopo vari giri in funzione dell’umidità riesce ad infilarsi nella terra. E’ stato proposto all’Agenzia Spaziale Europea di farne una sonda su eventuali pianeti senza usare energia. Nel movimento attivo invece la pianta deve utilizzarla, come si vede nel fagiolo giovane appena nato, con significato fisiologico: la pianta interagisce con il mondo intorno. Anche in questo caso è difficile dire se si debbano usare gli stessi termini riguardanti gli animali. Ad esempio il gioco è di questi ultimi, ma in esso ci sono le relazioni sociali, e in questo senso ad esempio i girasoli, che vivono in gruppo, vi si avvicinano.

Il punto successivo toccato da Mancuso concerne la coscienza. Il fisico che ha scritto la teoria delle stringhe per l’universo, Michio Kaku, recentemente ha pubblicato il libro, “Il futuro della mente: il futuro della scienza per capire, migliorare e potenziare il nostro cervello”, nel quale c’è una bella definizione di coscienza, di consapevolezza: la si indica generalmente per sottrazione: quando dormiamo o sotto anestesia. Essa ha diverse sensibilità. Come capire lo spazio intorno a sé, relazionarsi, riguarda anche le piante. Intanto esse sentono la gravità: in assenza di essa crescono in modo differente. Poi esse sono estremamente sensibili ai suoni, e sarebbe strano se questo fatto non ci fosse, data l’evoluzione di 500 milioni di anni. L’impollinazione, portata avanti da più di 1000 specie, si avvale di suoni. Il bombo (“bombus Latreille”, come l’ape raccoglie il polline per nutrire i suoi piccoli) arriva vicino ad un fiore e comincia a produrne uno dall’addome, più acuto del “buzz” di quando vola. Il fiore lo distingue e percependolo emette il polline. Un risultato ottenuto nel laboratorio di Mancuso è la constatazione del movimento delle radici verso la sorgente di suono, il phonotropismo. Esse producono anche suoni: qualunque radice e sempre, anche quando non cresce. La consapevolezza spaziale è un altro punto fondamentale. Riguarda pure gli altri organismi vicini. A questo proposito ci viene proiettato il filmato della pianta parassita del pomodoro, che deve trovare assolutamente un ospite altrimenti muore. Può scegliere anche il grano da attaccare. Come fa? Sente una molecola chimica prodotta dal pomodoro. Un altro esperimento è con i fagioli. Assistiamo tramite il filmato apposito al tentativo riuscito, in due giorni, della pianta di aggrapparsi ad un supporto metallico posto ad una distanza ravvicinata (non tanto, considerato lo sforzo del fagiolo di lanciare la sua estremità verso questo!). Se lo si sposta in un’altra direzione la pianta si rivolge nuovamente verso di esso, a conferma della teoria che essa ha consapevolezza dell’ambiente circostante. Se si pongono poi due fagioli, si fanno crescere insieme e in seguito si colloca in mezzo a loro il supporto, iniziano ad agitarsi ed entrano in competizione fra loro. Mentre il vincitore afferra il supporto, l’altro abbandona la gara, cambia direzione. Questa è una prova evidente della loro intelligenza. Le radici sono organi di senso incredibilmente efficaci: esplorano il terreno. Tutte le piante hanno questo modo di comportarsi. Gli esperimenti dicono che non si tratta di una risposta solo meccanica. Ci sono segnali elettrici nell’apice delle radici simili ai neuroni dei nostri cervelli. Si sono viste inoltre le capacità sociali di esse nel bosco, che è di fatto un organismo vivente unico: le sotterranee di diversi alberi si intrecciano tra loro. I rapporti tra loro sono stati studiati in un bosco del Canada composto da 47 alberi. Ebbene, si è notato che si scambiano informazioni e nutrienti, anche cure parentali. Queste ultime sono normalmente presenti dagli uccelli in su, fino ai mammiferi (i rettili non le hanno). Per quanto attiene alle piante, quelle che non hanno abbastanza luce per la fotosintesi vivono a cura delle altre del clan. La parentela è importante anche per i fagioli. Si sono messe in un vaso due fagioli parenti e in un altro due non parenti. Nel secondo si sono sviluppate piante piccole fuori, e sotto un apparato radicale molto grande perché i fagioli sono entrati in competizione fra loro.

 L’ultimo aspetto riguarda la memoria delle piante, un tema tabù per lungo tempo. Fino al 2005 non se ne poteva parlare, ed ancora adesso non si associa ad esse. Invece ad esempio il comportamento della Mimosa Pudica indica delle straordinarie qualità in questo senso. Siccome essa impiega una costosa energia nel suo movimento di chiusura delle foglie per spaventare gli insetti, si è pensato di insegnarle a distinguere fra uno stimolo pericoloso e uno che non lo è. Dopo cinque o sei volte ha imparato. Lasciandola 30 giorni indisturbata,.ricordava lo stesso. Ciò è notevole se si pensa che l’insetto ha una memoria che dura un giorno. Fra gli animali il verme planaria, di pochi centimetri, è un unicum: se gli tagli la testa ne rigenera un’altra che ricorda la stessa cosa. Il corpo ha un’importanza simile a quella del cervello.

 

 Maria Luisa Guglielmi 

 


               

 

25 febbraio 2015

Conferenza di Fulco Pratesi: “Gli alberi di Roma e i cambiamenti climatici”

 

Come ha rilevato il nostro presidente Rossini presentando Fulco Pratesi, non ci sarebbe conoscenza dell’ambiente senza di lui; senza la sua attività ormai cinquantennale per la protezione della natura. E’ stato Fondatore nel 1966 del WWF Italia e suo presidente per lunghi periodi (ora è onorario), membro del Consiglio Nazionale dell’Ambiente e della Consulta per la Difesa del Mare, rappresentante di Italia Nostra, progettista di numerosi parchi nazionali e riserve naturali in Italia e all’estero ecc. Come giornalista si è ugualmente battuto a favore della salvaguardia del patrimonio naturale. Le sue osservazioni sullo stato attuale degli alberi romani sono dunque di grande esperto, capace di scoprire ed interpretare i fenomeni naturali che si verificano nel nostro territorio, anche in relazione ai cambiamenti climatici degli ultimi tempi.

Oggi fortunatamente possiamo dire che il corredo verde non è più carente nella nostra Roma, ricca di storia e di monumenti antichi ma anche di vegetazione significativa; un mix che costituisce la sua bellezza, come pochissime altre città. Negli anni ’60 e ’70 si sono gettate le basi per tutelare ed incrementare il suo patrimonio naturale, con politiche ed interventi adeguati, con il risultato che le statistiche odierne dicono che Roma è la maggiore capitale europea per superficie verde per abitante dopo Helsinki (Pratesi mi ha confermato questo dato dopo la conferenza). Tuttavia ultimamente sono emersi numerosi fattori che potrebbero causare seri problemi al suo ambiente e compromettere gli sforzi del passato. C’è innanzitutto un atteggiamento molte volte persecutorio nei riguardi degli alberi: ci si lamenta che essi portano insetti, che le radici rovinano gli scantinati, che occupano spazio nelle strade, che danneggiano le macchine ecc. Si usano spesso veleni per farli morire, anche lunghe file di essi.

 I pini romani sono da vivaio: cadono più facilmente di quelli in natura che possono campare 150-250 anni in un’atmosfera favorevole. Invece i nostri, ad ombrello, vivono attaccati ad altri alberi e con un apparato radicale insufficiente per la loro statica, come si vede a Villa Balestra. Inoltre soffrono di una malattia venuta dall’America. Una volta a Castelporziano uno dei grandi cespiti era costituito dalla raccolta e vendita dei pinoli; ora sono importati. Il pino è simbolo di Roma e della romanità: il pino italico. Quello domestico, il più diffuso tra noi, appunto ad ombrello, è venuto dalla Spagna per essere impiegato nei cantieri navali lungo le coste. Al tempo del boom economico nel dopoguerra ci fu la più grande sparizione di pini a Roma, ma ora la loro sofferenza avviene soprattutto per ragioni climatiche. Quando arrivano le bombe d’acqua in città essi sono vulnerabili: la loro altezza, la pesante chioma sempre verde, la radici mancanti aggredite dai parassiti, sono cause di abbattimento. Bisogna cercare allora di sostituirli. In alcune zone al posto dei pini sono stati messi i tigli, che prima erano rari in città. Il cipresso è adatto. E’ magnifico, con una bella immagine, e soprattutto ha radici ampie. Viene dal Vicino Oriente ed è molto amato dagli uccelli che vi nidificano volentieri (come i cardellini) e che ne mangiano i semi. Un’altra pianta tipicamente romana è il leccio. Nel 6000 avanti Cristo esistevano grandi boschi di lecci, sugare, querce e corbezzoli. A Castelporziano si vedono le specie tipiche nostrane: foreste di latifoglie, querce colossali ecc. La copertura vegetale al tempo di Romolo e Remo era di corbezzolo e quercia. Ora bisogna trovare una soluzione ai nuovi problemi. Un altro albero sostitutivo potrebbe essere il bagolaro (“Celtis Australis”), grande, spontaneo e con radici potenti che gli permettono di vivere in terreni carsici e sassosi; tanto che è chiamato anche “spaccasassi”. Cresce sempre isolato, non ha malattie e resiste ai grandi colpi di vento. Inoltre ha bacche molto buone che piacciono agli uccelli. Un altro ancora l’acero campestre, che una volta si usava per arrampicare la vite. E’ basso e non invasivo; si può notare ora intorno alla chiesa di Piazza Euclide.

La tremenda situazione di inquinamento cittadino impone di piantare alberi il più possibile, in quanto assorbono anidride carbonica concentrata nella sostanza organica facendo da filtro alle polveri sottili. Nelle autopsie dei cadaveri romani si vedono i loro polmoni neri: è una questione di sopravvivenza umana, non solo di estetica, di decoro urbano. Eppure quando si ristrutturò Piazza S. Silvestro la si ricoprì di travertino, senza un albero. La mentalità imperante è che nel centro storico il verde non ci può stare. Un tempo Roma era diventata un grande palmeto, anche a Piazza di Spagna, perché la palma ha la qualità di diffondersi, di nascere spontaneamente. Anche la specie rara della Washingtonia, che riesce a spuntare nei posti più impensati. Davano un’immagine esotica alla città. Poi come sappiamo il punteruolo rosso ha cominciato ad imperversare, ad ucciderle. Ora fortunatamente è intervenuto un fenomeno naturale a ridimensionare questa sciagura: ci si è accorti che i bozzoli di punteruolo sono preda degli uccelli, anche del pappagallo. I lecci sono attaccati da un insetto protetto (quindi che non si può combattere per legge) che non trova antagonisti in natura e che provoca dei buchi nel tronco rendendolo fragile. In generale è difficile intervenire efficacemente per il recupero degli esemplari, per la carenza di finanziamenti e di personale. I platani odierni romani sono degli ibridi composti da specie nostrana e canadese e risentono delle condizioni di vita in città. Quelli mediterranei originari si possono ammirare a Villa Borghese: tre o quattro risalenti al XVI sec. I raccolti di olive sono distrutti dalla mosca olearia, un altro parassita recente. E’ una fortuna però che la sua larva piaccia molto agli stormi, che sono insettivori. A Villa Glori proteggono un ulivo sano antico. Le larve suddette d’estate o d’inverno ibernano, cioè vanno a beccare sotto gli ulivi, sottoterra.

Come detto all’inizio, a Roma ci sono tante zone verdi, come le ville storiche, ma adesso sembrano avviarsi a rapida decadenza per una serie di motivi, come l’avanzata del cemento.  Nella riva del Tevere sotto il Ministero della Marina c’era una magnifica fascia di platani, pioppi, salici, perfino di albicocchi, dove ad un certo punto si crearono dei nidi artificiali per gli uccelli, che funzionavano bene. Poi sono arrivati gli accampamenti di rumeni. Ma è la cultura ambientale stessa che è carente in città, come le nuove architetture gigantesche inutili. Adesso vogliono spostare il concorso ippico da Piazza di Siena a Tor di Quinto, e Pratesi paventa progetti per edificare questa zona verde. Per non parlare delle Olimpiadi a Roma, che sarebbero ulteriore occasione di devastazione del territorio. Ogni giorno in Italia 70 ettari di natura vengono mangiati dall’asfalto. Inoltre l’Italia è il paese in Europa che usa più pesticidi nei terreni. Cosa possiamo fare allora per fermare questa corsa al degrado? Una cosa utile è segnalare sempre la caduta degli alberi, che sono le nostre sentinelle contro l’inquinamento. Ci regalano l’ossigeno e la bellezza.

 

Maria Luisa Guglielmi        

 

 


“Luigi Rossini (1790-1857) – Il viaggio segreto”

Museo dell’Istituto Nazionale per la Grafica

Guidato dalla gentile e competente Bianca Panu un gruppo di soci ha visitato la mostra delle opere del grande incisore Luigi Rossini, che tanto successo sta avendo in Roma, presso il Museo dell'Istituto Nazionale della Grafica. La nostra socia Maria Luisa Guglielmi era tra i visitatori ed a lei si deve lo scritto che segue.

 

La mostra è dedicata all’attività incisoria di Luigi Rossini, riconosciuto dalla critica come l’ultimo grande illustratore di Roma dopo Giovanni Battista Piranesi  (1720- 1789) . Come lui studia da architetto èd è premiato come tale (Antonio Canova fu l’iniziale suo nume tutelare a Roma), ma trova la sua fortuna come disegnatore e incisore di acqueforti per i viaggiatori facoltosi del Gran Tour che acquistano varie migliaia di vedute della Città Eterna come souvenir. E’ la prima grande comunicazione di massa, ma già nel1845 abbiamo a Roma la foto di papa Gregorio XVI, e le incisioni andranno a scomparire. Le sue differiscono per superiore rigore scientifico, anche topografico: i monumenti di Roma sono raffigurati con precisione di misure e abbondanza di particolari,  in relazione al fatto che l’archeologia in quel momento storico si evolveva in una vera e propria scienza. I francesi, dominanti a Roma con Napoleone, iniziarono a scavare nelle aree interessate dai ruderi antichi e riprese il fervore archeologico. Quindi le testimonianze classiche sono più reali e di maggior impatto visivo nelle opere di Rossini, il quale comunque non disdegnava di immortalare i panorami degli edifici moderni della città, come nei suoi bellissimi acquerelli. Diverse scene sono realizzate in entrambe le modalità, e molti dei disegni acquerellati esposti sono studi preparatori delle acqueforti. Queste sono stampe realizzate attraverso un processo complesso di varie fasi che impiega l’acido nitrico, corrosivo di una lastra di metallo, rame per le grandi tirature. L’acido incide solo dove la superficie non è protetta. Questa tecnica calcografica era usata, prima che Albrecht Durer e Parmigianino la utilizzassero per le stampe d’arte, dagli armaioli per incidere le decorazioni nelle armi. Nei secoli successivi essa raggiunse alti livelli di raffinatezza, fino all’inizio dell’Ottocento con l’opera del romanissimo Bartolomeo Pinelli 1781-1835, il quale collaborò con Rossini inserendo nelle sue acqueforti delle figure umane. Infatti negli acquerelli preparatori di Rossini esse mancano. All’inizio i personaggi sono in costume, poi individui della classe media, di tipo standard. Il loro sodalizio fu pressoché continuo.

 Rossini fra l”altro si distinse per la passione per la vegetazione: per l’aggiunta ad esempio della quinta arborea nelle sue acqueforti; come quella del Colle Quirinale. Essa fa parte della collezione “I sette colli di Roma antica e moderna”, 33 incisioni, pubblicata nel 1828-1829 e depositata all’Istituto Nazionale della Grafica. In basso nella suddetta tavola si legge la didascalia dell’autore da me ricopiata: “Nota bene: gli alberi sono aggiunti per evitare l’odiosità dei tetti che non appartengono al suddetto monte”. Ha approccio pittorico nel riprodurre il verde e manifesta cultura botanica. Nel medesimo primo piano egli mette curiosamente anche le danze della tarantella napoletana. E’ un omaggio alla composizione musicale di suo cugino di primo grado, di nascita pesarese, Gioacchino Rossini, con il quale era in contatto (si conservano cinque lettere fra i due). Quest’ultimo partì per dirigere il Teatro S. Carlo di Napoli negli anni nei quali Luigi si stabiliva a Roma, a 24 anni, dove resterà quasi per tutta la sua vita. L’origine del suo nucleo familiare (del padre) era la stessa, Lugo di Romagna. Nella prima sala del museo spiccano le quattro tavole del Panorama di Roma antica e moderna del 1827, di più di tre metri, ricavato da quattro matrici (di cui una esposta in mostra): provenienti dalla medesima serie e raffiguranti la visione panoramica a 360 gradi del Foro Romano dal campanile della chiesa di Santa Francesca Romana. C’è anche il dipinto che ritrae Rossini in età matura, ma forse è preferibile a questo il disegno di Bartolomeo Pinelli di Luigi giovane, di 32 anni, a Roma. Altre opere in mostra di Rossini riguardano ad esempio le raccolte “Le porte antiche e moderne di Roma” e “Il viaggio pittoresco da Roma a Napoli” del 1839. Quest’ultima è un viaggio sulla scorta delle Satire di Orazio. Il poeta latino fece numerose tappe fino a Brindisi sulla Via Appia, ma Rossini non arrivò fino a lì. Altre incisioni documentano lo stato dei monumenti di Roma all’epoca: la chiesa devastata di S. Paolo fuori le Mura dopo l’incendio a confronto con la basilica ritratta dal Piranesi prima dell’evento nefasto, la recente messa in luce della colonna di Foca, piazza Navona sede del mercato ortofrutticolo, il Colosseo restaurato ecc. Egli voleva che le tavole di una raccolta non fossero vendute separatamente. Il palazzo della Calcografia di Via della Stamperia era stato progettato da Valadier anche come luogo di vendita delle stampe: per promuoverla con l’esposizione verso l’esterno dove passavano i viaggiatori. Allo scopo lo si era dotato di grandi vetrate sulla suddetta via, e di sistemi a scomparsa degli oggetti nei pavimenti. L’occasione della mostra è servita anche per analizzare, tramite l’esame di alcune opere di proprietà degli eredi messe a disposizione (comunque Teofilo, uno dei tre figli maschi di Luigi, vendette tra il 1909 e il 1910 al Calcografico più di 600 rami incisi) , il metodo operativo usato dall’incisore, e il percorso artistico complessivo dell’artista, dal neoclassicismo al colpo di scena finale del suo adeguamento stilistico all’avvento della fotografia, con una poetica suggestiva. La sua attività infaticabile suscita ammirazione per tanta bellezza prodotta e per la determinazione personale con la quale superò le difficoltà economiche iniziali. Aveva un carattere deciso che dimostrò anche nella circostanza della scelta della sua futura moglie: a Genzano, località vicino Roma, s’imbatté in due deliziose fanciulle sconosciute e subito andò alla ricerca del padre di queste per chiedere la mano di una di loro. Dopo qualche giorno si presentò a lui, speziale di mestiere. Nella sua autobiografia, scritta a 62 anni e sollecitata da un suo amico, ricorda l’episodio. 

 

Maria Luisa Guglielmi  

 

 

 

 

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Luigi Rossini all'età di 32 anni ritratto da Bartolomeo Pinelli

Le nostre conferenze

Orto Botanico di Roma

11 febbraio 2015

Conferenza di Marta Salimei e Ida Tonini, autrici del libro "Adagio per giardini" (Ed. Orme)

 

L’amore per Roma  ha ispirato alle due autrici  l’avventura di ricercare i giardini nascosti della capitale, pubblici e privati, seguendo percorsi da loro stesse ideati. Così si raccontano nove passeggiate, la maggioranza nel centro storico, con apprezzamenti e curiosità particolari. Nella conferenza vengono date notizie e immagini anche di siti non pubblicati nel libro, perché si è fatta una selezione di essi e per altri motivi, come i divieto del proprietario di riportare foto del suo giardino nella suddetta guida, pur concedendo alle due visitatrici di entrarvi. L’escursus nel verde “segreto” di Roma risulta affascinante: si rimane colpiti per il gran numero e per la bellezza dei luoghi, dove l’edificio storico di pregio si accompagna ad un’area alberata spesso plurisecolare e al giardino ordinato. Si capisce come la natura fosse presente nei progetti architettonici del passato e nelle decorazioni. Gli antichi romani potavano i tassi e gli allori, costruivano le “insulae” – cioè le case a due piani – sempre con i balconi, dove si esponevano i fiori. Nelle “domus” signorili c’era la zona “ambulatio” dove si passava al giardino, e il boschetto circondava il “gymnasium”,  ambiente dove si parlava di retorica e di filosofia. Insomma i Romani hanno fornito gli elementi fondamentali per i giardini futuri, e la tradizione romana in genere è quella di aprirli. Quindi le autrici si battono affinché si possano visitare i tanti che oggi sono chiusi, sia perché appartenenti ad ambasciate straniere (vedi gli undici ettari di Villa Wolkonsky, residenza ufficiale dell’ambasciatore inglese), a palazzi dello Stato, a privati restii a mostrarli, sia perché abbandonati al degrado. Inoltre, il sacro persiste ancora nel giardino, il quale nasce sempre intorno a qualcosa di esso, recintando il luogo: si percepisce in moltissimi siti.

La perlustrazione inizia dal Gianicolo perché in questo colle si ha il panorama circolare di tutta Roma, sul tipo della visione della città contenuta nella “Vita di Henry Brulard” di Stendhal. A Villa Lante al Gianicolo (passata ai Lante a metà del ‘500 e ora sede dell’Istituto finlandese) si ha una situazione straordinaria in questo senso. Nella passeggiata del Gianicolo troviamo anche lo scapigliato ed arruffato boschetto del Parrasio. La villa, sulle pendici del Gianicolo, fu inagurata nel 1726 come sede dell’Accademia dell’Arcadia e conserva anche un piccolo anfiteatro. La scalinata è simile a quella di Trinità dei Monti. In altra zona, si respira un’atmosfera antica nel chiostro dei Santi Quattro Coronati, forse il più arabo dei chiostri di Roma, dove vivono alcune suore di clausura, e così nella piccolissima chiesa di S. Tommaso in Formis, della quale si vede l’abside dall’alto a Villa Celimontana, circondata dai resti dell’acquedotto di Nerone. La chiesa del grande ospedale dei Trinitari, che non c’è più. è vicina alla grande proprietà dei Passionisti, 4 ettari all’altezza del secondo piano del Colosseo, con alberi importanti. Il parco è aperto solo per chi voglia fare esercizi spirituali. Anche altri conventi fanno ospitalità, o sono tramutati in alberghi perché restano pochi religiosi nelle strutture. Accanto alla chiesa di S. Gregorio al Celio abbiamo l’Orto di S. Andrea. Nel VI sec. nei pressi sorse la Biblioteca di S. Agapito papa, distrutta poi da Attila. E’ un posto speciale. Le monache camaldolesi invece abitano di fronte l’entrata del Roseto Comunale di Roma, dalla parte opposta del Circo Massimo, e hanno anch’esse un bel giardino “segreto”.

Il poeta Shelley racconta che il Colosseo era pieno di verde, Cicerone diceva che al Palatino si andava a passeggiare (lo stadio di Domiziano al Palatino era un giardino a forma di ippodromo ad esempio) e il Vignola si dilettava a fare voliere con catene d’acqua, con effetto prezioso, anche musicale. All’Auditorium di Mecenate si vedono scene di fiori e di uccelli. La bellezza di Roma consisteva nella possibilità di godere degli elementi della natura, che il clima dolce permetteva. Per questo si rimane dispiaciuti quando scompare un pezzetto di essa, come le piante tropicali presenti nel chiostro dei Genovesi a Trastevere (fatto per i marinai che arrivavano al porto di Ripa Grande) distrutte dalla nevicata del ’56. A palazzo Spada stanno facendo un garage al posto della citronaia. Lo stato attuale di abbandono di Villa Aldobrandini con alberi speciali, e il degrado del parco di Colle Oppio non più curato da giardinieri sono forse i casi più gravi. Comunque sono innumerevoli quelli positivi: l’orto pensile dei domenicani all’Angelicum, il Giardino del dell’Aurora Pallavicini con il Casino affrescato da Guido Reni e un meraviglioso ninfeo, in parte risistemato da Guido Strazza, i giardini di palazzo Colonna che da aprile sarà aperto al pubblico, l’eleganza formale del cortile di palazzo Torlonia a Via Bocca di Leone, il giardino giapponese dell’Orto Botanico, rotondeggiante, tenuto in maniera perfetta, i giardini della Farnesina con gli alberi d frutta ben curati, il giardino rifatto di Palazzo Barberini e quello pensile da poco ristrutturato, la seconda corte di Palazzo Venezia con alberi secolari, il serto di verde della Terrazza Caffarelli, il giardino d’aranci di S. Teodoro con le aiuole quadripartite e la fontana, il ninfeo di palazzo Borghese, il cortile di palazzo Sacchetti, il grande splendido giardino di Villa Medici, raccontata da Henry James ecc.

Percorrendo la città si scoprono non solo tanti gioielli nascosti ma ci si rende conto del carattere “verde” di essa: perfino Piazza del Popolo fu concepita dal Valadier come un giardino, e a Piazza Navona l’elemento naturale è costituito dall’acqua che con il suo rumore si segue da una fontana all’altra. 

 

Maria Luisa Guglielmi

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La copertina del libro di Marta Salimei e Ida Tonini

 


4 febbraio 2015

 

Arch. Claudio Impiglia: "Il principe Giovanni Torlonia (1873-1938) e il culto del pittoresco. Architettura e paesaggi d'acque nella Tenuta di Porto a Fiumicino"

Impiglia ci espone una sintesi degli argomenti affrontati nel corso del suo dottorato di storia dell’architettura, con particolare riferimento alla tenuta di Porto. Le proprietà immobiliari dei Torlonia furono numerose, ma la suddetta rappresentò quella di spicco, perché posta nella foce del Tevere e archeologicamente significativa per la presenza dell’antico porto di Traiano. Quando il Principe del Fucino Alessandro Torlonia (1800-1886) la comprò dai Pallavicini di Genova era un luogo inospitale per gli stagni di levante e di ponente che causavano la malaria. Era considerato il principale focolaio della malattia. Egli portò la famiglia ai livelli di prestigio, e suo nipote Principe Giovanni Torlonia (1873-1938), nato da Giulio Borghese dei principi Borghese e da sua figlia Anna Maria, completò la bonifica del territorio nel 1920 (lo stesso anno nel quale diventò senatore del Regno). Occorrevano ingenti quantità di denaro e una congiuntura politica favorevole; Roma capitale. Anche il ripristino della forma esagonale del porto di Traiano non era cosa da poco: nella parte nord c’era stato insabbiamento, sia per cause naturali che dovute all’uomo. Giovanni ottenne i mutui necessari dallo Stato solo dopo la prima guerra mondiale (perché si voleva valorizzare l’agro romano) e intraprese con coraggio l’opera colossale. Nel castello di S. Giorgio a Maccarese si vedono due quadri che mostrano l’agro portuense in due fasi: quello prima della bonifica e l’assetto successivo realizzato da lui e dal consorzio Maccarese. Massimo esecutore della bonifica, Giovanni era tuttavia caratterizzato – secondo il conferenziere che ha analizzato a fondo tutto ciò che attiene al personaggio - dal culto del pittoresco, dall’amore per la palude e la natura selvaggia, tanto che questo aspetto sembra essere quasi preponderante nella sua figura. Il principe agricoltore e banchiere (fondò la Banca del Fucino nel 1923, per sviluppare le sue proprietà in Abruzzo) mentre portava avanti le trasformazioni della campagna romana attraverso le aziende, seguendo criteri razionali moderni anche riguardo alla superficie dei casali proporzionata alla dimensione di esse, manteneva alcune zone in stato artificiale paludoso, e copriva di alberazione le zone attorno al lago. Principe artista e rurale secondo il Lugli, ebbe il gusto estetico per l’agro romano prima del cambiamento del ‘900: un ambiente in stato quasi primitivo, prediletto dai cacciatori e dai pescatori.

Nel sec. XVII il sito di Porto, intorno ai 1000 ettari, appartenne al Capitolato di S. Pietro (in zona c’era l’antico Episcopio di Porto), poi ai Pallavicini di Genova. L’odierna villa Torlonia che si affaccia sulla banchina del porto di Traiano, di 350 metri circa, è il risultato di una serie di interventi edilizi su un edificio preesistente risalente probabilmente ai Pallavicini, famiglia nobile dalla quale nel 1856 Alessandro Torlonia la rilevò. Mise mano ben presto alla sua ristrutturazione, facendo in sostanza una scommessa sul futuro, perché in genere prima si provvede alla bonifica del terreno circostante – e abbiamo visto quanto fosse arduo il compito in questo caso – e poi alla casa. Evidentemente era sicuro di rendere salubre il luogo. La villa ha una torretta che è quasi un belvedere per ammirare il paesaggio e avamposti laterali. Non presenta molte decorazioni all’esterno. E’ abbellita dal lato frontale con un portico dorico di tipo tuscanico, senza scanalature, con colonne lisce; tuttavia non si sa se esso sia stato inserito da Alessandro o dal nipote. Ha l’affaccio verso la banchina, verso il lago, e dal lato opposto verso la zona produttiva. L’ing. Venuti si occupò della costruzione delle idrovore che da una posizione sopraelevata potessero prosciugare il terreno dall’acqua stagnante e al tempo stesso fornire il flusso idrico per le coltivazioni delle aziende. Esse sono conservate come una specie di sacrario, con la scritta in latino “ IUVAT EMPTA LABORE GLORIA”. I progetti di alto tenore tecnologico riguardarono anche l’impiego di materiali speciali per la stabilizzazione delle sponde del lago di 33 ettari, prima totalmente irregolari: la corazza Decauville per gli argini, realizzata dall’industria autarchica italiana. Tuttavia queste opere rappresentavano la perdita del carattere pittoresco del paesaggio, un disvalore, e così si volle riproporre un’atmosfera naturale. oltre con il filtro verde delle piante, con una serie di fabbriche lungo l’argine, come la Casetta delle Anatre, voluta da Giovanni. Un piano estetico. Ancora oggi nel percorso che porta alla villa ci si imbatte in esse. I proprietari attuali sono i duchi Sforza Cesarini, in quanto discendenti da Maria Torlonia sorella di Giovanni che sposò Lorenzo Sforza Cesarini. Il giardino è progettato in maniera libera, con la poetica di quello romantico, con piante esotiche, pittoresco, selvaggio, da contrapporre al parco rustico, più regolare.

 Nella tenuta furono trovati numerose statue di epoca romana, ed è significativo che Giovanni fece coniare, alla maniera degli imperatori romani, il suo volto in un lato di una medaglia a lui dedicata, e nell’altro l’immagine del lago di Porto. Una sorta di parallelismo, ritorno ad un lontano passato. Aveva dunque anche il culto della sua personalità, e del resto ci fu grande armonia tra lui e Mussolini, al quale permise di alloggiare a Villa Torlonia a Roma sulla Via Nomentana. Si nota tuttavia un certo antagonismo sottotraccia da parte di quest’ultimo nei suoi confronti. Inoltre, Giovanni a Porto non solo volle creare per sé il giardino rustico ma anche un luogo esclusivo per ritirarsi, con affaccio sul Mediterraneo. Non gli bastava la vista dalla torretta della villa. Quindi fece costruire un villino a forma di nave, di catamarano, con la poppa rivolta verso il mare, in una zona paludosa. L’idea di questo originale edificio fu sua ed è un esempio di archeologia industriale del ‘900, perché realizzato in cemento armato, che in genere non viene usato in questo ambito. E’ del 1934 ed è chiamata Casetta dell’Isolotto; la sua ultima dimora, perché morì nel 1938. Ha certi tratti di D’Annunzio per il suo gusto di ambienti virtuali. Il nome segreto della sua barca era “Oso” e l’aveva arredata in modo marinaresco. Inoltre amava essere ritratto secondo lo schema iconografico del guanto in mano del giovane di Tiziano, in quanto significa l’autoconsapevolezza di sé. Per concludere: nonostante la distruzione del gioiello dei Torlonia a Roma, la loro dimora davanti Palazzo Venezia, per far posto all’inizio del Novecento al monumento di Vittorio Emanuele II (segno della supremazia della monarchia nei confronti dell’aristocrazia papale come i Torlonia), la famiglia in questione trovò il modo di convivere bene, io penso, con il nuovo corso della storia, e comunque di lasciare ai posteri, attraverso l’opera di Giovanni a Porto, un territorio risanato, naturale e con le vestigia del passato valorizzate.

 

Maria Luisa Guglielmi     

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17 dicembre 2014 

Prof. Franco Bruno

"Piante ed animali, evoluzioni differenti, ma....siamo certi di essere così diversi?"

 

Il prof. Bruno, ci presenta ogni volta tematiche scientifiche interessanti ma complesse, catturando l’attenzione con ragionamenti e schede riassuntive che permettono di avere un quadro della materia, ed esponendo i suoi punti di vista. Lo scorso mercoledì ha esordito confessando che l’oggetto della sua nuova riflessione per i soci de “Il Giardino Romano”, appunto “il segreto” delle differenze tra animali e piante, è frutto di un lungo ripensamento da parte sua; idee formatesi lungo tanti anni di studi e di insegnamento universitario, e per il momento non raccolte in un libro.

Egli informa che dovrà affrontare argomenti che competono a diverse discipline cercando di esporli con parole molto semplici e chiare, perché le cose da capire sono complesse. Affronta infatti i problemi inerenti ai meccanismi cellulari specifici delle piante, al concetto di ordine e di disordine di queste, alla loro respirazione, crescita e riproduzione, affermando che esse seguono le leggi universali della vita, comuni ad ogni altro essere vivente. Questa importante realtà esiste anche nel campo della biologia. Quindi egli vuole dimostrarla, osservando con rammarico che in passato, anche in epoche remote, l’umanità non la percepiva: vedi la “dimenticanza” di Noé di portare nell’Arca le piante oltre gli animali. Non erano annoverate fra i “viventi”. Aristotele diceva che esse posseggono “solo” un’anima vegetale, cioè di tipo inferiore, e ancor oggi si usa l’espressione “vegetale” per rimarcare la passività di un uomo.

Non sappiamo quale errore facciamo. Esse sono invece molto più “furbe”, cioè hanno sviluppato accorgimenti che utilizzano gli stessi animali per lo svolgimento dei loro processi. Lo stesso Darwin non l’aveva compreso: scrisse che l’apice di una radichetta agisce come il cervello di un animale “inferiore”. Se noi invece osserviamo in laboratorio la crescita di un apice aderente al vetro, esso serpeggia come un verme pur non possedendo un cervello. Sono noti poi diversi altri tipi di movimento nelle piante: la “Mimosa pudica” ad esempio risponde agli stimoli tattili. A livello radicale ricordiamo, proprio nell’apice, anche gli statoliti: granuli di amido che hanno una funzione importantissima. Secondo alcuni è da attribuire ad essi la sensibilità geotropica delle piante, cioè la facoltà di orientarsi secondo l’azione della gravità. Capovolgendo una radichetta, facendola cioè decorrere verso l’alto, dopo breve tempo si vedrà la stessa dirigersi nuovamente verso il basso, ad opera, sembra, degli statoliti.

Osserviamo il citoscheletro di una cellula, ultrastruttura cellulare molto importante nella compartimentazione degli organelli quindi dell’ordine con cui le funzioni di una cellula si svolgono. Attraverso il citoscheletro si possono trasmettere anche stimoli da cellula a cellula attraverso l’intero organismo. L’inventore della macchina della verità, macchina che registra le reazioni di un individuo alle bugie, cioè quando egli mente, ebbe l’idea di applicare i suoi elettrodi anche alle piante, ed osservò che l’attività elettrica ad esempio di una foglia aumentava all’aumentare della temperatura, cosa peraltro logica in quanto le reazioni cellulari sono tipiche reazioni di ossido-riduzione, cioè di composti che perdono e altri che guadagnano elettroni. L’aumento della temperatura aumenta infatti la velocità di trasferimento degli elettroni.

La RAI ampliò questo concetto sostenendo, in una fiction piuttosto famosa degli anni ‘70, che le piante reagivano se presenti, ad atti cruenti, come un omicidio, abbassando le foglie in presenza dell’assassino, conservando la quindi la memoria dell’avvenimento. Ovviamente ciò non corrisponde a verità, le piante presentano sensibilità sorprendenti ma non fino a questo punto. Il conferenziere ricorda anche che quando nel 1987, era membro del Comitato di Biologia e Medicina del CNR si parlava dell’agopuntura cinese come di una fandonia. Poco tempo dopo però vennero alla luce le proprietà delle endorfine, che mitigarono le negatività del beneficio per l’uomo della suddetta pratica. Le conoscenze biologiche degli anni ’80 non erano sufficienti. Le conoscenze biologiche oggi sono molto più approfondite e ci permettono di comprendere meglio determinati processi.

Gli animali comunicano tra loro e l’uomo addirittura possiede il linguaggio. Ma anche le piante comunicano fra loro. C’è un composto nelle loro pareti cellulari che in presenza di un attacco fungino o di fitofagi, libera molecole che avvertono le piante vicine della stessa specie. Si tratta di comunicazione molecolare! E’ vero noi uomini abbiamo anche una coscienza e una intelligenza superiore; siamo infatti l’unica specie che ha studiato tutte le altre creature viventi, fossili e viventi. Niente male però per organismi condannati, in prima approssimazione, alla immobilità!

Certo l’immobilità rappresenta una differenza macroscopica con gli animali. Le piante non  vanno a cercare le sostanze nutritive come gli animali. E allora le producono in situ con la fotosintesi, producono cioè i carboidrati mentre assorbono l’azoto e altri nutrienti dal terreno. Tutto ciò per abbassare l’entropia, alla quale anche tutti gli animali sono soggetti. E’ interessante ricordare che si vive grazie al secondo principio della termodinamica, grazie cioè alla capacità di abbassare l’entropia, la quantità di disordine molecolare. Se mangiamo una bistecca il nostro organismo la distrugge completamente assorbendo le sostanze elementari, con le quali però costruisce le proprie proteine, molecole molto ordinate, a bassa entropia. Con il tempo però, cioè con l’invecchiamento, l’organismo non riesce più ad abbassarla, e più o meno lentamente si avvia al disordine, quindi alla morte.

Questo continuo processo, delle piante e degli animali fino all’uomo, serve a mantenere costanti le esigenze di vita fino a quando è possibile: nutrendosi, metabolizzando per crescere,  riprodursi ed evolversi. La conservazione del patrimonio genetico comporta come vedremo tra breve, il dispendio di molta energia, ma quando l’evoluzione trova un meccanismo, un processo che funziona, esso rappresenta un elemento di unificazione tra piante ed animali, una sorta cioè di legge universale della natura.

Esaminiamo brevemnte il livello cellulare. In natura abbiamo due tipi di cellule: procariote ed eucariote. Le prime sono tipiche dei cianobatteri e dei batteri veri. Per due miliardi e mezzo di anni queste cellule non si sono evolute e se dobbiamo dirla tutta, ancora oggi dopo oltre 4 miliardi di anni sono inalterate. I batteri hanno occupato tutti gli ambienti disponibili, compreso l’organismo umano. Potremmo dire che loro sono i veri abitanti della Terra, perché continueranno ad esistere immutati fino alla fine del sistema solare, fra 5 miliardi di anni, più o meno. Ma 1,5 miliardi di anni fa diverse cellule procariote si sono riunite in simbiosi per formare, attraverso una serie di numerosi tentativi, una cellula particolare, quella eucariota, che è stata in grado di dare avvio agli organismi pluricellulari, sia animali che vegetali.

Si comprende quindi l’importanza della cellula eucariota, ma prima di arrivare alla costituzione attuale la natura ha messo in campo un’infinità di tentativi, tanto che ancor oggi si possono osservare organismi con due nuclei come Cryptomonas o con tre come Cyanophora. Quindi essa si è formata gradualmente. Ciò vuol dire che sia nel nucleo attuale delle nostre cellule così come nelle piante ci sono dei geni di origine diversa. Il nucleo e il citoplasma di una cellula eucariota rappresentano addirittura linee evolutive diverse. Se ne deduce che le cellule eucariote sono degli artefatti biologici. Animali e piante da un punto di vista cellulare sono identici.

Tutti gli esseri viventi devono continuamente sostituire le parti che si deteriorano: si tratta di  una autosostituzione che avviene sotto il controllo del DNA. Come molecola il DNA è molto stabile ma non all’infinito. Durante la sua divisione, ogni tanto, avviene un errore. L’individuo che si forma o non è adatto e viene eliminato oppure determina l’evoluzione della specie, nel senso che i suoi discendenti sono meglio adattati in rapporto all’ambiente. Con la combinazione di solo 4 lettere ATCG (che indicano le basi azotate: adenina, guanina, timina, citosina) tutte le cellule contengono le istruzioni per l’uso. Il genoma delle piante è un programma di informazioni risalente a 4 miliardi di anni fa. Il DNA animale o vegetale è dunque identico.

Prendiamo ora in esame una funzione importantissima come la respirazione che procura per piante ed animali l’energia necessaria alla vita. Non ci sono differenze fondamentali: si tratta di un processo che avviene a livello cellulare per produrre energia per vivere. Erroneamente si riteneva di non poter dormire in una stanza con piante in quanto di notte le piante avrebbero emesso anidride  carbonica e solo di giorno ossigeno. In realtà le piante emettono CO2 sia di notte che di giorno come gli animali.

La crescita continua invece riguarda solo le piante. Gli animali hanno una crescita limitata alle dimensioni della specie. Ma non è vero che il mondo animale supera quello vegetale in dimensioni: la balenottera azzurra tanto citata non è la creatura più grande sulla terra con le sue 30 e più tonnellate di peso! Non consideriamo ovviamente le sequoie, alberi alti 110-120 metri e del peso di 2-3000 tonnellate.

Vediamo ora la riproduzione. Il ciclo di sviluppo degli organismi viventi può essere ricondotto a 4 tipi fondamentali. Quello che ci riguarda è del tipo diplonte. Tutte le cellule dell’individuo sono diploidi, hanno cioè un numero doppio di cromosomi, salvo le cellule sessuali, che sono aploidi, hanno cioè un numero di cromosomi dimezzato. E’ ovvio che unendo due cellule sessuali, una maschile con una femminile si ritorna al numero doppio. Condividiamo questo ciclo con diversi organismi vegetali.

Come noto il fiore è l’organo sessuale delle piante più evolute, le angiosperme. Per la riproduzione sessuale le piante devono affidarsi alla impollinazione. Nelle specie anemofile ci pensa il vento a disperdere il polline. Ma altre specie si affidano per questo compito agli animali. In questo campo le piante sono straordinarie in fatto di “strategie” visive, tattili e olfattive per attirare gli animali e farsi aiutare nella riproduzione. Ci sono piante che attirano le api e le mosche, che imitano persino nella loro forma il pipistrello. In base allo strattagemma adottato dalla pianta l’insetto diventa specifico per una specie. Darwin sospettò correttamente che l’orchidea del Madagascar (Angraecum sesquipedale), dallo sperone lungo 30 cm, avesse un insetto capace di arrivare a prelevare il suo nettare, ed infatti 60 anni dopo si scopri una falena dalla proboscide così lunga.

Il prof. Bruno conclude la sua conversazione mostrando diverse strategie utilizzate dalle piante per la distribuzione del polline e dicendo che secondo il suo parere le piante hanno sviluppato tecniche sessuali superiori a quelle degli animali, partendo da una base comune di processo. Inoltre pensa che nella penetrazione del tubetto pollinico nell’ovario fino all’oosfera anche le piante possano provare piacere anche più degli animali, svolgendosi questo processo in decine, centinaia o migliaia di fiori contemporaneamente. E’ ovvio che questa affermazione non si può dimostrare – egli continua – se non sulla base del ragionamento che molte leggi in natura sono universali. Siamo tutti esseri viventi e obbediamo alle stesse leggi, anche se l’evoluzione ha nettamente separato piante ed animali.

 

Maria Luisa Guglielmi (testo supervisionato e integrato dal prof. Franco Bruno)  

  

                    

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Il presidente Rossini presenta il prof. Franco Bruno Il prof. Bruno durante la conferenza Il prof. Bruno durante la conferenza

10/12/2014

lasciata, per questa occasione, l'abituale aula dell'Orto Botanico siamo stati ospiti di Don Andrea del Balzo dei Duchi di Caprigliano nella prestigosa sede del Circolo della Caccia, in palazzo Borghese a Roma, dove abbiamo avuto il piacere di ascoltare una conferenza del prof. Pierlorenzo Marchiafava.  Al termine, nel corso di un breve rinfresco, ci siamo scambiati gli auguri di Natale.

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Prof. Pierlorenzo Marchiafava:

"la coltivazione dei pini esotici, l'arboreto"

 

Sono stati presentati i fatti salienti che hanno accompagnato la nascita e la evoluzione del vivaio di conifere esotiche, nel corso degli ultimi quaranta anni. Tutte le piante coltivate nel vivaio sono state coltivate da seme, poiché trattandosi di specie che vegetano in tutte le parti del mondo, si ritenne utile testare la loro adattabilità al nostro ambiente fin dalla germinazione  del seme. Ad oggi nel vivaio sono raccolte quasi 60 specie del genere “Pinus”, tutte adattate naturalmente alle condizioni climatiche e podologiche della bassa collina toscana, alcune coltivate in vaso, altre in pieno campo dove possono mostrare le loro caratteristiche di esemplari adulti  cresciuti nel nostro ambiente. Dopo avere passato in rassegna le principali iniziative realizzate negli ultimi due secoli al fine di adattare  specie arboree esotiche,  viene descritta la peculiarità esclusivamente botanica del vivaio di conifere esotiche che consiste nel  contenere  un insieme di tante  diverse specie di pini nelle quali possano essere rappresentate tutte le più significative caratteristiche  morfologiche e strutturali che contraddistinguono tra loro le varie specie di pini.  Ad esempio, sono state illustrate alcune  piante del vivaio con aghi corti e rigidi (Pinus aristata, P. flexilis, P. contorta latifolia) e confrontate con numerose specie ad aghi lunghi (P. palustris, P. roxburghii, P. patula, P. yunnanensis) dove ogni specie ne mostra colori  ed altre  proprietà specifiche. E’ stata anche illustrata la differenza tra le dimensioni, la forma delle scaglie di  pine (o coni) enormi (Pinus coulteri, P. sabiniana) e pine di forma, colore e grandezza differente (Pinus wallichiana, P. rigida, P. taeda, P. tabuliformis), ed anche la differenza tra differenti tipi di corteccia. Infine, è stata  mostrata la lenta evoluzione degli aghi giovanili del P. maximartinezii in aghi adulti ed il loro cambiamento di colore (da azzurro chiaro a verde)  nel corso della maturazione.

 

Pierlorenzo Marchiafava

 

 

 

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Il saluto di Don Andrea del Balzo Il Presidente Antonio Rossini presenta il conferenziere il prof. Marchiafava durante la sua conferenza la folta partecipazione dei soci del Giardino Romano

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26 novembre 2014

 

Elvira Imbellone:

“Impressioni di viaggio nel Paese del Sol Levante"

 

La socia Elvira Imbellone ha voluto ripercorrere con noi il suo recente viaggio, a marzo 2014, in Giappone, per condividere alcune cose fra le più significative relative al mondo verde e ai giardini di questo Paese. Ha vissuto l’esperienza dell’”hanami” - letteralmente “ammirare i fiori” – la rituale osservanza delle piante al colmo della loro fioritura, specialmente i ciliegi. Le persone vivono questo evento come una vera e propria festa, un’occasione di socializzazione che a primavera riunisce ogni tipo di gente, dai “manager” agli scolari, alle famiglie che fanno picnic all’aperto. I media annunciano l’inizio dello spettacolo della natura, che dura una decina di giorni, con due giorni di picco della fioritura. Quest’anno la Imbellone ha potuto essere testimone di essa, e poi efficace cronista per noi della sua emozione, corredata dalle sue spiegazioni botaniche e dalle splendide foto delle varie specie di ciliegi. Il suo viaggio si è svolto a Tokyo e a Kyoto. Aldilà della pratica religiosa, ella afferma, i giapponesi sono permeati dalla tradizione shintoista, che crede nelle forze della natura. Il fiume Sumida attraversa la città, e le case in periferia sono a due soli piani. In queste alloggiano la maggioranza degli abitanti; gli altri nei grandi palazzi, dove non si vedono fiori esposti. Come è vissuto allora il verde nel Sol Levante? Certamente quello pubblico è ben tenuto, ella dice: ogni spazio è addobbato con esso, compresi i parcheggi-auto sopraelevati, dove ciuffi abbondanti spuntano intorno le finestre  Si nota fra l’altro una parete di Ficus repens ed edera variegata.

Il parco di Ueno a Tokyo fu fondato nel 1873 sulle terre di un complesso di templi buddisti sorti nel 1625 a nord-est del castello di Edo (fortezza del XV sec., quando l’attuale Tokyo si chiamava Edo) per tener lontani gli spiriti maligni. E’ conosciuto per la celebrazione della fioritura dei ciliegi in primavera, appunto per l’”hanami”. In questo si trova il Prunus subhirtella rosa intenso. In esso c’è pure una zona degradata dove si rifugiano i senza-tetto, ma colpisce il fatto che i letti di queste persone siano ordinati e allineati. Il Giappone è anche questo. Il Giardino Koishikawa Korakuen a Tokyo appartenne alla famiglia del terzo shogun Tokugawa dall’inizio del ‘600. Lui lo fece costruire insieme al cinese Zhu Shunshui. Completato nel giro di 30 anni, riflette la bellezza paesaggistica della Cina e del Giappone ed è un posto per passeggiare. Ci sono 20 tipi diversi di ciliegi. Nella collina di Sho-Rozan si ammira un tappeto di bambù nano, e nella veranda dello Kiyomizudera a Kyoto si gode un bel panorama. Nel parco Hamarikyu al centro di Tokyo, di oltre 25 ettari, un po’ come il  Central Park di New York, si respira un’aria agreste nonostante la vicinanza dei grattacieli, dice l’Imbellone, a causa delle fioriture  stagionali (colza, peonia, cosmea). Un albero simile all’avocado, il Machilus thumbergii si prepara a fiorire. Nel posto c’è pure un Pinus thumbergii di 300 anni. Il nome del parco letteralmente significa “Giardino strappato alla spiaggia”, in quanto è situato alla foce del fiume Sumida, in un terreno un tempo paludoso utilizzato per la caccia all’anatra. Bonificato, fu sede di un palazzo dello shogun Tokugawa e della sua famiglia fino all’800. La metà superiore del giardino è stata sistemata durante il periodo Meiji. Nel santuario shintoista Meiji dell’inizio del ‘900 dedicato alle anime dell’imperatore Mutsuhito e di sua moglie, si venerano le divinità delle forze naturali. In genere sono preferiti allo scopo luoghi meno contaminati dall’uomo, come i boschi ecc. Nell’area sacra sono presenti diversi simboli che servono per scacciare gli spiriti maligni.

 Numerosi Pinus thumbergii si trovano anche nel giardino del palazzo imperiale, potati a nuvolette. Le alberature stradali sono sempre così. Nelle antiche mura del castello di Edo la massa bianca di una  Spiraea prunifolia dà luce all’insieme. Si trovano inoltre in giro siepi di azalea dalla foglia piccola potata compatta che fa tutta una curva. L’azalea è molto utilizzata. Ritornando al palazzo Imperiale, in esso si segnala la presenza anche della Chaenomeles japonica dai fiori rossi ecc. Circa i ciliegi abbiamo il Prunus persica ‘Yakan’, il Prunus x yedoensis, il ciliegio di Tokyo ed il Prunus japonica. Maackia amurensis è un albero originario del Giappone dalla bella corteccia, che tollera lo stress, cioè che si adatta facilmente al clima. 

Kobori Enshu, un maestro del thé all’inizio del ‘600 realizzò molti giardini importanti come il giardino imperiale. I prati sono di Zoysia japonica, bella e compatta. La conferenziera fa vedere tante altre specie, come il cedro rosso del Giappone e la Sciadopitys verticillata, che si trova difficilmente da noi. A Kiyomizu-dera, dove c’è uno dei templi buddisti più belli, ci sono molti ciliegi in fiore e una terrazza panoramica sulla città, nonché un caratteristico cimitero di monaci. Ancora troviamo la Spiraea prunifolia, la Chaenomeles rossa e bianca e Photinia. La siepe di quest’ultima è molto utilizzata. Lo Chion-in Temple a Kyoto è una scuola buddista; il sentiero del filosofo costeggia per ca. un chilometro un canale fiancheggiato da ciliegi bianchi. Il primo giardino zen che incontriamo è del XV sec., Eikan-do, e deve essere guardato da un punto fisso. Deve ispirare la meditazione. La storia di Eikan-do comunque risale al VIII sec. quando un nobile donò la sua villa ad un prete che la convertì a tempio buddista. Appartenendo alla setta di Shingon il capo del tempio fu un discepolo del grande Kobo Daishi, il fondatore della setta. Siamo nel cuore della tradizione giapponese, che io sappia. Nel giardino del pittore moderno Hashimoto Kansetsu c’è un po’ di spirito cinese: molte pietre vengono dalla Cina. Nel suo boschetto di bambù ci sono anche antiche sculture. In realtà il gusto ornamentale di disporre le pietre in mezzo al verde è anche giapponese, come il giardino secco rastrellato di sabbia e rocce, per favorire l’attività meditativa.

L’antica capitale del Giappone (dal 710 al 794) è Nara, con gli edifici più interessanti. Nel suo parco di 660 ettari, dove vagano indisturbati almeno un migliaio di cervi, sono presenti i templi che risalgono a 1300 anni fa. Il giardino di Isuien a Nara  è un altro luogo citato dall’Imbellone, e fu fondato sull’acqua. Il laghetto, e anche il grande lago è un’altra particolarità della paesaggistica giapponese. Nella villa imperiale di Katsura esso è disegnato affinché  la vista su di esso, dal padiglione sulla piattaforma di bambù, duri più a lungo con la luce della luna. Nel Tofuku-ji Temple il grande restauratore e uomo di cultura Shigemori Mirei (1896-1975), che guardava all’Occidente e anche all’arte astratta, nel 1939 assume il moderno nell’arte tradizionale giapponese, l”eternamente moderno”. Così nascono giardini a disegni quadrati di muschio e pietre, come il quadro secco a scacchi. A questo punto l’Imbellone mostra per concludere le immagini di giardini famosi anche occidentali dove le realizzazioni vanno in  questa direzione geometrica: di Russel Page, di Carlo Scarpa a Verona e soprattutto di Burle Marx nel 1972. Suggerisce anche l’opera del pittore dell’avanguardia storica Mondrian, che arrivò a dipingere quadrati colorati. Effettivamente, penso, che questo ultimo accostamento fosse dovuto al fatto che egli apparteneva ad un contesto occidentale e si era pure convertito al cattolicesimo dal protestantesimo trovando nel primo l’essenzialità, che cercava anche nel suo lavoro. Evidentemente ci sono state reciproche contaminazioni, tra la cultura occidentale ed orientale già all’epoca.

 

Maria Luisa Guglielmi

(supervisione del testo a cura di Elvira Imbellone)          

                  

 

 

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Prunus persica "Yakan" Prunus subirthella Chaenomeles speciosa Edgeworthia a fiore giallo Maackia amurensis Prunus x yedoensis Prunus x koshiensis Prunus japonica Dembo-in garden a Tokyo bosco di aceri con Sasa veitchii Sentiero del filosofo a Kyoto Spiraea prunifolia Nara - Tempio Todai Isuien garden a Nara ciliegi in fiore siepi di azalea potate Ryoani giardino zen Katsura - la piattaforma della luna Villa imperiale di Katsura Parco Maruyama a Kyoto Tofuku-ji, il giardino di Shigemori Pinus thumbergii di 300 anni a Tokyo

Giornata Nazionale degli Alberi

21 novembre 2014

abbiamo celebrato questo evento nella stupenda cornice di Villa Celimontana insieme all'associazione ADEA - Amici degli Alberi.

Il nostro presidente Nino Rossini ed il presidente di ADEA Antimo Palumbo, con un folto gruppo di soci, sono sati salutati dal Direttore del Servizio Giardini dott. Bruno Cignini.

E' intervenuta, in una fase dell'incontro, la dott.ssa Angela Farina del Corpo Forestale dello Stato.

Dopo un breve indirizzo del nostro presidente, il prof. Alessandro Cremona, della Soprintendenza dei Beni Culturali di Roma capitale, ha illustrato in maniera completa ed appassionante la storia della villa.

Infine Antimo Palumbo, storico degli alberi ed amico del nostro Giardino Romano, 

ha accompagnato gli intervenuti ad una visita agli alberi più importanti del giardino, illustrandone la storia e le caratteristiche.

 

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all'ingresso di Villa Celimontana con il direttore del Servizio Giardini dott. Cignini (al centro) il prof. Alessandro Cremona illustra la storia della Villa l'intervento della Dott.ssa Farina l'obelisco egiziano che fu donato nel '500 alla famiglia Mattei Antimo Palumbo "al lavoro" la chioma di uno dei pini di Villa Celimontana un lato della villa Mattei

Le nostre conferenze

Orto Botanico di Roma 2014 - 2015

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19 novembre 2014

 

 

ing. Giorgio Boldini:

“Trasformazione dei lastrici solari in     giardini pensili”, anche nel contesto più generale dell’attuazione della legge L. 10/2013: norme per lo sviluppo delle aree verdi urbane.

 

L’ing. Boldini, presidente della Fondazione Giuseppe Boldini e dell’associazione italiana giardini pensili (Aivep: Ass. It. Verde Pensile) presentandosi si definisce innanzitutto “amante del verde”, poi progettista di giardini pensili con brevetti di tecnologia innovativa in questo campo, sia a livello nazionale che mondiale, nonché membro del “Comitato per lo sviluppo del verde” del Ministero italiano dell’Ambiente. La sua prima azione è stata quella di dare spinte normative per considerare i giardini pensili utili alla risoluzione dei problemi dell’ambiente cittadino. Inoltre, come sperimentatore di un sistema alternativo di costruzione di questi ha riscontrato un risparmio energetico del 65% apportato dalla copertura verde sovrastante da lui realizzata, rispetto al consumo di condizionatori durante l’estate. Se tante case si dotassero di questa le città avrebbero una forte riduzione di calore durante l’estate.

E’ poco noto intanto che il giardino pensile come involucro edilizio beneficia della detrazione fiscale del 50% per il suo impianto. Infatti lo scorso 14 aprile 2014 il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, promosso dall’art.3 della recente legge 10/2013, ha prodotto la sua prima delibera a favore della trasformazione dei lastrici solari in giardini pensili, seguita dalla 1/2014.  Nel 2011 si svolse un convegno in collaborazione con le amministrazioni pubbliche, con l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, che incaricarono l’ing, Boldini di scrivere una relazione sul verde urbano, quale presidente dell’Aivep. Egli sintetizza che il verde oltre che bello è necessario. A Roma la temperatura nella stagione estiva sale di cinque gradi e a Milano di 9 per effetto dell’aria calda espulsa all’esterno dai condizionatori. Quanto malessere e quanta spesa energetica! Un altro inconveniente sono le bombe d’acqua, che hanno un effetto urbano dirompente perché l’acqua si riversa direttamente nelle fognature dalle case e dai parcheggi. Invece se i tetti fossero fatti a giardini pensili scaricherebbero più lentamente. Per quanto riguarda le polveri sottili, il   pm10 è in fase di diminuzione, mentre quelle ipersottili, provenienti dai tubi di scappamento delle automobili sono in aumento. Con gli interventi negli impianti di riscaldamento degli immobili si sono ottenuti benefici, ma ormai si è raggiunto un livello di soglia che necessita altri rimedi. La soluzione è il rinverdimento urbano, L’obiettivo è rivestire gli edifici di verde: “l’abito verde della città”. Nel DDL “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani” si prevedono criteri verdi per le nuove edificazioni cittadine. Il Comune di Bolzano, molto avanzato in questo campo, per ridurre l’impatto edilizio sull’ambiente naturale ha reso già obbligatoria la nuova politica, dal momento che è stato spostato il potere in merito dallo Stato ai singoli Comuni. Il risultato è che tutte le costruzioni bolzanine hanno più del 50 per cento di copertura verde. Paradossalmente la metrica del verde del costruito è oggi in questa città più vasta di quella del non costruito. Ciò è stato possibile anche perché con le nuove norme i privati non possono più ricorrere al Tar a riguardo.

Nell’art. 2 comma 5 del regolamento si dice che la copertura verde è atta a produrre risparmio energetico. Boldini afferma  che, invece degli 80 chili di peso per mq. di un normale giardino pensile, un prato a coltivazione idroponica (cioè fuori suolo in quanto la terra è sostituita da un substrato) ne pesa solo 50. Si mettono solo tre centimetri di terra. Non c’ è più massetto, Le radici delle piante, che si sviluppano in orizzontale poggiano sulla superficie impermeabile. Il lavoro deve essere perfetto, con collaudo di allagamento, perché nemmeno una goccia deve passare. E comunque il giardino deve essere sempre irrigato a pioggia. Si semina sopra un compost stagionato il quale poggia su uno strato di ghiaia di vetro spuma, materiale ricavato da scarti di vetro e perciò a buon mercato. Inoltre pesa meno dell’argilla espansa. Occorre un forte livello di drenaggio per le radici delle piante, in modo che ricevano ossigeno. Queste crescono rigogliose, in modo più accentuato che in un giardino pensile normale perché sono più ossigenate. Nel tempo si risparmia pure – lui dice - perché dopo 25-30 anni un lastrico ricoperto di guaina di catrame si spacca, a causa degli sbalzi termici. Le infiltrazioni d’acqua sono presenti, mentre la tenuta stagna dell’altro sistema è superiore. La temperatura  è sempre un po’ più bassa rispetto a quella esterna, e così dentro l’appartamento.

Se gli alberi piantanti in questo giardino sono esposti a forte vento non succede nulla. Boldini è originario di Treviso ed appartiene ad una famiglia di notevoli agricoltori; perciò con un back-ground culturale di “agronomo” come egli dice. Non ha parlato invece della sua discendenza dal  pittore e patriota ottocentesco Giuseppe Boldini, al quale è dedicata la Fondazione da lui presieduta. Ha puntualizzato che gli alberi posti sul piano stradale collassano perché le radici non respirano, in quanto sono soffocate dal cemento. Ha proposto al Comune di Treviso, molto inquinato, una green belt intorno la città. Per combattere le polveri sottili ormai non c’è che il verde, in ogni sua declinazione, dal verde verticale sopra le recinzioni con edera e glicine, allo stacking green, al ripristino del paesaggio rurale, alla realizzazione di aree verdi ecc. Si è visto ad esempio che il biossido di azoto viene abbattuto del 38 per cento con una siepe verde, Queste necessità sono state oggetto appunto di recenti provvedimenti normativi, ai quali, come ho già accennato, ha collaborato Boldini. L’immagine più suggestiva è quella del suo orto pensile senza un filo di terra; le sue viti rigogliose hanno un apparato radicale enorme – lui informa – e ci trasportano in un futuro dove la tecnologia sosterrà il verde.

 

Maria Luisa Guglielmi        

                  

 

 


Le nostre conferenze

Orto Botanico di Roma 2014 - 2015

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12 novembre 2014

 

 

Mimma Pallavicini:  "Giardini contemporanei e nuove

                                        tendenze. Frontiere emergenti" 

 

 

La “giornalista del verde” (esperta sia dal punto di vista tecnico che politico) Mimma Pallavicini puntualizza che parlerà dei giardini contemporanei, non moderni, in quanto è particolarmente interessata alle nuove tendenze in materia emergenti nel mondo. L’immagine di apertura è una scultura di donna sdraiata su un cuscino, sintesi di dove sta andando il giardino oggi: facile da gestire e da vivere. C’è un’esigenza di bassa manutenzione, sostenibilità economica e semplicità di gestione nella cura del verde a vari livelli: dai grandi appezzamenti dei parchi pubblici, alle isole spartitraffico delle città, ai giardini privati fino alle piante sui balconi di casa. Lo dice anche il fatto che succedono cose “stravaganti” (esempi negativi) come la Reggia di Colorno in passato dei Farnese, dove c’era un grande prato davanti al meraviglioso palazzo. Si andava a passeggio su di esso, compresi i malati di mente, perché dopo la guerra il fabbricato fu adibito sulla parte destra a manicomio (vi lavorò Basaglia) e alloggio per i medici. La provincia di Parma un giorno l’ha ristrutturato mandando via il nosocomio e operando un falso storico “delirante” sul giardino, con siepine e fontane. Le carpinate da 80 metri l’una esigono potatura, con problema di personale. Il verde della reggia di Venaria Reale è pure in difficoltà, con arbusti morti. Il frutteto di questo posto magico simile alle corti europee consiste in migliaia di piante, e si fa fatica a conservarle. A questo punto la Pallavicini ci mostra una foto del giardino paesaggistico di Sheffield in Inghilterra, dove non si vede la mancanza di manutenzione; l’opposto di quanto succede in Italia. Tuttavia il Parco della Burcina nel nostro paese è un esempio imitabile, con rododendri rosa e bianchi: se c’è qualcosa fuori posto non si vede. A Bergamo Alta il paesaggista inglese Peter Fink, che fa giardini in tutto il mondo, ha realizzato una soluzione “pop” in una piazza per contrasto, con pietre e moquette rosa sulla quale sono disposte sedie, giochi per bambini ecc.: della serie “fate il disegno che volete ma create un ambiente piacevole”. La Piazza Vecchia di Bergamo Alta è piena di graminacee di diversi colori: buon risultato. Anche a Stoccarda le hanno usate sperimentando le specie. Nel giro di tre anni si vede se attecchiscono. In questa città si vedono in giro anche piccoli fazzoletti di fiori, come del resto in Francia, specie nei paesini della Normandia, dove si vuole che gli uccellini si avvicinino e becchino. In qualsiasi parco della Germania c’è un hotel per gli insetti. In Francia si è indetto un concorso per designer di detto hotel. Così a Londra. La cosa importante è considerare la natura a misura di tutte le creature che popolano il giardino.

 In Francia si è fatto uno studio sulla  cosmea (Cosmos), che ha radici che assorbono i metalli pesanti nel terreno che si vuole disinquinare. In Turingia si è bonificata un’area di 600 ettari dall’uranio sempre piantando cosmea. In una delle due città-dormitorio dei minatori son riusciti nel tempo a far crescere sul luogo prima insalubre alberi da frutta, e hanno esposto orgogliosamente il cartello: “Raccogli la mela e assaggiala”.

In Italia il grande paesaggista pugliese Filippo Marroccoli lavora sulle vecchie varietà del Cilento. Paesaggista di formazione, si cimenta nel suo vivaio-giardino con idee molto chiare. Una delle sue piante, la Salvia x clevelandii ‘Allen Chickering’ viola, avrà grande futuro nel giardino. Un altro, Klaus Evert, 75enne, direttore del verde pubblico di Stoccarda, presta particolare attenzione alle piante che si riproducono da sole. E’ partito all’inizio degli anni ’90 quando all’indomani dell’abbattimento del muro di Berlino ci si pose il problema in Germania di come utilizzare le materie. Furono piantate soprattutto erbacee perenni. Tappeti di queste si vedono nelle aiuole del centro della città, anche negli spartitraffico. Si notano anche le grosse gipsofile, piante a foglia bianca; anche queste senza impianto di irrigazione. Devono cavarsela da sole. A Venaria Reale sono riusciti invece a mettere ben 4 tipi di bosso. Le erbacee perenni sono presenti pure intorno al castello di Cornatel in Borgogna. Sebbene sia un posto molto classico, con bossi, sono stati seminati papaveri della California ecc. per attirare le farfalle. Un altro signore da menzionare è il vivaista Renzo Crescini di Brescia che ha lanciato metà delle erbacee perenni in Italia. Un conto è il lavoro del collezionista, che ha tanto tempo ed energie da spendere, ed un conto il giardiniere della domenica che deve scegliere piante che diano meno da fare, come i settembrini. La  Lippia repens ad esempio è una piantina da prato che non si deve mai tagliare, mai bagnare, mai concimare. Mario Mariani, biologo di formazione, vive in Ticino. Le sue realizzazioni da giardino si vedono in giro per il mondo, come i Pennisetum di diverse specie, da 40 cm. a 120 di altezza, e ciuffi informali di sanguisorbe e di Miscanthus. In dicembre sotto la brina sono tutto un ciuffo bianco: uno spettacolo. Un po’ per volta si fa il giardino personalizzato e in parte esso cresce da solo. Allora si assecondano le piante spontanee. Mariani non usa i fiori, ma si avvale molto del colore delle piante. Il Miscanthus circonda le ortensie a casa sua, e in riva al laghetto una Colocasia non gela. Sempre a casa sua ha messo dei cactus in mezzo ai ciottoli, e ha esposto una poltrona molto originale, scavata in un tronco d’albero.

Inoltre la conferenziera fornisce altre notizie sul proprio giardino e di uno che ha visitato in Bretagna, per poi soffermarsi su un altro “tormentone”: quello dell’orto. L’Expo di Milano è servita – ella dice – a fini didattici: la gente ha capito che le piante ci danno da mangiare. Esse possono essere insieme ornamentali e commestibili, come il cavolo di color viola-azzurro. Lo stesso l’amaranto e le erbe acerbe. Si può fare un’aiuola di bellezza anche con queste. L’orto ha bisogno di rigore ma deve essere separato a suo parere dal giardino. Lei non condivide l’idea di piantare ad esempio i meli in città inquinate: a Torino si vorrebbe sostituire i tigli con i meli.

Circa il giardino verticale, lo Stacking Green di Saigon è fornito di pannelli fotovoltaici: è autosufficiente. Si può in questo modo rinverdire le città; mitigare l’aria calda dei Tropici. Da noi capita di vedere verde verticale davanti agli uffici ed altro, ma esistono anche le soluzioni da interni per umidificare l’ambiente, con pannelli di selci, erbe miserie ecc. In Germania in un angolo di un parco verticale hanno messo cose facili, cioè Geranium di tre-quatttro tipi, dentro i vasetti la yuta e l’irrigazione goccia a goccia. Tecniche messe a punto da Patric Blank in Francia. Sull’autostrada Torino-Milano, accanto al raccordo per uscire a Certosa, è sorto da poco un hotel a quattro stelle con 120-140 stanze, con green verticale e autosuffucienza energetica, a pannelli fotovoltaici. In esso si mangia vegetariano.

Per coloro che vogliono più semplicemente avere contatto con la natura esistono i moduli già pronti per coltivare ortaggi, anche in balcone. La conferenza termina con l’immagine di una pera di un orto-frutteto nel bosco, mangiata da una gazza, come dire che dobbiamo imparare a convivere, a spartire con altre creature: a trovare l’aspetto buono della convivenza.

 

Maria Luisa Guglielmi

(supervisione del testo, per la parte botanica, a cura di Elvira Imbellone)             

 

 

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la giornalista Mimma Pallavicini

Le nostre conferenze

Orto Botanico di Roma 2014 - 2015

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5 novembre 2014

Prof. Fabio Attorre: "Spedizione scientifica all'isola di Socotra"

 

Il prof. Attorre inizia illustrando brevemente la sua attività per la creazione di una app per smartphone e tablet utile per visitare le piante dell’Orto Botanico e le ville di Roma, anche dal punto di vista archeologico. E’ un evento importante, ma il professore, appassionato ricercatore alla Sapienza di Roma di conservazione delle specie locali, entra subito nell’argomento scientifico oggetto della conferenza odierna, incentrata principalmente sull’ambiente naturale dell’isola di Socotra. Essa è la maggiore (lunga 140 km e larga 40) delle quattro del piccolo arcipelago omonimo, situato nell’Oceano Indiano a fianco della penisola arabica. Esso si staccò dalla placca tettonica africano-arabica in seguito all’apertura del Mar Rosso nel Terziario dando vita a numerosissimi endemismi sia vegetali che animali. Nel 2004 nacque l’idea di organizzare una spedizione italiana per lavorare in pratica in questo scoglio, dove già qualche tempo prima si erano recati botanici fiorentini. Così Attorre ebbe l’opportunità di studiare da vicino questo laboratorio vivente. A Socotra è più difficile analizzare i processi evolutivi rispetto ad esempio alle Galapagos, dove la composizione geologica è meno antica. Ci sarebbero ancora circa ventimila specie ancora da scoprire. Il fatto interessante è l’ambiente incontaminato, perché il turismo di massa non l’ha ancora raggiunta (oggi è visitata da circa 2000 persone l’anno, che alloggiano nella pianura costiera di Qualansya). Socotra è la quarta isola per densità di endemismi al mondo (cioè di specie che si sono evolute e che crescono solo lì), dopo le Seychelles, New Caledonia e Hawai. Questa eccezionale ricchezza di endemismi è dovuta anche alle particolari condizioni climatiche, bizzarre come alcune pietre o piante del luogo. C’è umidità permanente sui monti più alti dell’isola, a 1500 metri circa, simile a quella a 3000 metri in altri luoghi del mondo. Un’altra caratteristica è il forte vento, di 100-120 km orari, che spazza da giugno a settembre anche la spiaggia. Le tempeste monsoniche rendono inospitale dunque l’isola per questo periodo dell’anno, e le piogge invernali sono più intense nella sua parte interna. Il clima tropicale in definitiva è più sopportabile da gennaio a marzo. E’ preferibile oggi venire in aereo da Dubai, piuttosto che dallo Yemen, alla Repubblica del quale appartiene ora dal punto di vista amministrativo. Il prof. Attorre nella sua missione del 2004 si recò anche nella capitale dello Yemen, che è stata in passato una città carovaniera, così come Socotra era uno dei punti di maggiore produzione di incenso, ricavato dalla pianta Boswellia socotrana ecc. L’eccezionale biodiversità e peculiarità endemiche dell’isola (dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 2008) si riscontra anche nella caratteristica Dracaena cinnibari, altrimenti detta “sangue del drago” perché da essa si estrae una resina di color rosso usata come medicinale e colorante (è stata sperimentata dal suddetto ricercatore su una sua ferita superficiale come coagulante, ma funziona anche contro il mal di pancia). La pianta si presenta con la chioma a forma di ombrello rovesciato e non avendo, come le palme,  gli anelli nel tronco, non se ne può conoscere esattamente l’età. I numerosi esemplari esistenti possono avere anche trecento anni. Tuttavia gli studiosi hanno affermato che questo endemismo è collegato ad un’impostazione biologica molto antica, come altri elementi presenti nel luogo. Abbiamo anche l’albero del cetriolo, Dendroscyos socotranus, e l’aloe socotrina (Aloe perryi). L’albero più grande è la Sterculia africana, con tronco violaceo. Le euforie arboree sono molto belle, colorate. Così la begonia socotrana, le orchidee e soprattutto un albero di 4-5 metri con fiori rosa, la rosa del deserto (Adenium obesum). Nella fauna non mancano le tartarughe, il camaleonte, il pipistrello, il topo, vari pesci autoctoni ecc.

Ora la produzione di incenso è minimale nel plateaux calcareo di Homil, anche perché gli alberi interessati crescono molto lentamente. I circa 60mila abitanti del’isola sopravvivono con la pastorizia - soprattutto  allevamento di capre - e con la pesca, oltre che con un po’ di turismo. Le capre sono un vero problema perché distruggono la vegetazione intorno agli alberi. Si mette una recinzione ma quando inizia la stagione secca i pastori la buttano giù. Così certe piante si adattano a crescere orizzontalmente nelle fenditure delle rocce. La difesa dell’ecosistema tuttavia passa secondo Attorre anche dall’evitare di immettere nell’ambiente coltivazioni estranee dal dubbio impatto, come quelle degli ortaggi mediterranei, o dal dotare il territorio di una scuola come quella costruita per i figli degli isolani recentemente dall’Unesco, che sembra a lui una cattedrale nel deserto. A quanto pare essi raccolgono il miele prodotto dalle api in modo rudimentale, bruciando, e sarebbe forse più opportuno insegnare loro, penso, innanzitutto le tecniche utili per il loro territorio.

L’emergenza ambientale comunque è una questione che riguarda tutto il mondo. L’innalzamento della temperatura a livello globale  sui 3-4 gradi è un fatto reale, afferma il professore su specifica domanda. Se la crisi economica in Occidente ha ridimensionato le aspettative di crescita con i fenomeni di inquinamento collegati, la Cina ed altri colossi continuano in pratica a spingere verso un rapido deterioramento del clima, senza politiche adeguate. All’inizio Attorre ha spiegato perché l’Italia spende tanti soldi  per le missioni scientifiche a Socotra, un isoletta così lontana. La risposta risiede anche in ragioni storiche da lui accennate, di profondi legami con lo Yemen durante la seconda guerra mondiale, e di comprensione delle culture locali da parte del valoroso ufficiale Amedeo Guillet, poi generale e ambasciatore nel dopoguerra, una specie di Lawrence d’Arabia italiano. Egli organizzò pure una guerriglia privata a favore della patria al momento della resa agli Inglesi.

L’immersione per le due ore della conferenza in questo mondo esotico, assolutamente insolito, anche attraverso magnifiche fotografie, ci ha gratificato e ci ha convinto che la conoscenza dei meccanismi dell’ecosistema non deve subire limiti aprioristici. Riguarda anche ad esempio la difesa e l’incremento della nostra produzione agricola; come la nostra coltivazione di Kiwi, prima o seconda al mondo, compromessa da un parassita asiatico.

 

Maria Luisa Guglielmi                      

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Boswellia socotrana  Dracaena cinnabari altrimenti detta "sangue del drago" Dendroscyos socotranus - l'albero del cetriolo Aloe perryi Sterculia africana  Adenium obesum - la rosa del deserto Conferenza del prof. Fabio Attorre Conferenza del prof. Fabio Attorre

 


Visita del 15 ottobre 2014 all’Oasi di Porto

(su gentile concessione di don Ascanio Sforza Cesarini)

 

Tra le meraviglie d’Italia l’Oasi naturalistica di Porto si distingue per l’importanza del sito archeologico connesso, maggiore ad esempio della Villa di Domiziano nel Parco del Circeo. Si è sviluppata attorno all’antico porto di Roma, i due bacini artificiali fatti costruire da Claudio e da Traiano. Il  porto di Claudio, di forma circolare e più grande (90 ettari contro i 33 di quello di Traiano, che è invece di perfetta forma esagonale), si rese presto inutilizzabile perché troppo vicino alla foce del Tevere che lo insabbiava. L’imperatore Traiano fece allora costruire un altro porto dandone l’incarico, nel 112 d.c., all’architetto Apollodoro da Damasco. Di questo porto si conservano ancora 2000 metri di banchine. Era capace di contenere 300 navi (strette e lunghe) contemporaneamente ed era collegato da un canale al fiume Tevere consentendo così il trasporto delle merci fino al centro di Roma. Se il fiume Tevere è stato essenziale nell’antichità per l’affermazione di Roma, il suo collegamento con il mare, tramite appunto un porto vicino, ha costituito un fattore indispensabile per l’ulteriore espansione della sua potenza nel Mediterraneo. Le installazioni portuali sorte nell’area furono poi ristrutturate dall’’imperatore Settimio Severo. Esse sono visibili lungo le sponde del bacino di Traiano. Dopo secoli di abbandono e di tentativi falliti di risanamento del territorio invaso dalle paludi malariche, Alessandro Torlonia, nel 1856, acquistò la tenuta dell’agro portuense ed il principe Giovanni Torlonia, negli anni ’30 del 900, operò la bonifica e il recupero di resti archeologici.  Da oltre mezzo secolo è di proprietà del casato Sforza Cesarini e solo nel 1993 è diventata Oasi, cioè area verde di alto pregio (40.000 lecci, 1000 pini 500 platani ecc.) e nel 1995 zona a protezione speciale, dove non si può cacciare né pescare. Oggi il bacino riceve il flusso delle acque depurate del Tevere, è profondo  cinque metri e si presenta come un lago di forma esagonale. I Torlonia lo prosciugarono per  poi riempirlo  con acqua pulita.  Il mare, attraverso i secoli, è arretrato di circa 4 km.

 Abbiamo avuto il privilegio di visitare la villa  dei Torlonia che risale all’Ottocento, ora abitata dagli Sforza Cesarini, che ne hanno preservato lo stile. In realtà anche il percorso sulla strada non asfaltata ed alberata, con vista sul lago, seduti in un carro trainato da una pariglia di cavalli (quella al ritorno era composta – abbiamo saputo – dalle cavalle Domizia e Giulia), ricordava molto una scena ottocentesca, anche perché il cocchiere era rigorosamente in costume. Come dimenticare inoltre il grosso “eucaliptus camaldulensis” con la grande corteccia a terra (ogni anno a settembre-ottobre cambia pelle) o il volo dell’airone cinerino sopra di noi, diretto verso il lago, mentre sostavamo nella prima stazione dell’Oasi, la Casina delle Anatre! Tutto è studiato per non disturbare l’ambiente naturale; affinché i daini del parco, le 130 specie di volatili che lo attraversano, la fauna ittica (come il pesce persico), la flora ecc. trovino le migliori condizioni di “habitat”. E’ sorprendente che a due passi da Roma esista questo paradiso naturale. I cormorani riposano paciosi asciugandosi le ali sulle due o tre barche presenti in mezzo al lago. Questo uccello acquatico, a differenza di altre creature che vivono sull’acqua, non ha una ghiandola che secerne grasso perché così è più pesante per immergersi in profondità fino a 30 metri per prendere i pesci. Ci dicono che frequenta l’area anche il rapace falco delle paludi oltre ai gabbiani, e che si vede spesso l’airone bianco, che si distingue dalla garzetta per il becco nero, mentre la seconda lo ha giallo. La nitticora è piccola, di color verde melanzana. Le numerose specie di uccelli migratori provenienti dal Nord Europa vengono qui per tutto l’inverno o sostano per il Nord Africa. Non mancano anche gli anatridi, cioè le papere e le anatre. Il germano reale maschio è di colore verde brillante con riflessi metallizzati, la femmina marroncina. Il maschio è altruista, perché ha la funzione di distogliere l’attenzione in certe occasioni dalla femmina. La natura ci insegna anche questo.

La giornata è stata indimenticabile e desideriamo porgere il nostro caloroso ringraziamento al Duca ed alla Duchessa Sforza Cesarini che ci hanno personalmente intrattenuti con squisita ospitalità, al direttore della tenuta, alle gentili e competenti guide per la parte archeologica e per quella naturalistica ed al personale tutto.

 

Maria Luisa Guglielmi                       

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Il lago dalla casina delle anatre (foto M.L.Guglielmi) Il lago In carrozza in giro per la tenuta (foto M.L.Guglielmi) Il parco Il parco Villa Sforza Cesarini (foto M.L. Guglielmi) I cormorani in riposo sulla barca (foto M.L. Guglielmi) Uno scorcio del lago dalla casina delle anatre Tutti in carrozza iIl gigantesco eucaliptus Scorcio della villa (foto A. Koeppen) Nino e Serena Rossini nel parco (foto A. Koeppen) L'orto

Apertura dell'anno sociale

1 ottobre 2014

 

Non poteva esserci scelta migliore della splendida residenza di campagna di Ginevra Conte Romeo, figliola della nostra socia Giusi, per ospitare l'incontro tra i soci in occasione dell'apertura dell'anno sociale.

A Ginevra ed alla sua famiglia i nostri calorosi ringraziamenti.

Il presidente Antonio Rossini ha dato il benvenuto ai numerosissimi inervenuti delineando le principali linee organizzative previste e promosse dal Consiglio Direttivo.

Quindi si sono aperte le tavole colme di manicaretti, preparati dalle socie (questa volta anche cuoche oltre che giardiniere), dei quali è stata apprezzata non soltanto la bontà ma anche la presentazione.

 

 

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A margine del viaggio dell’Oltrepopavese.  

(25-27 settembre 2014)

 

Il viaggio dell’”Oltrepopavese” ha riservato ai partecipanti molte sorprese visitando una zona scarsamente frequentata.

A prescindere dalla creazione dei giardini da parte di due esperte paesaggiste Anja Werner e Anna Scaravelli, nonché quello del famoso Prof. Giubbini, storico dell’arte dei giardini, la attenzione del gruppo è stata attratta da tre eventi: i vigneti di Vistarino, la coltivazione del riso e il collegio Borromeo.

Scrive Gianluca Simonini:

“L’acqua non era solo sinonimo di navigazione; fin dal Medioevo le vaste aree malsane furono oggetto di titaniche opere di regimentazione ai fini agrari, fra tutte ricordiamo l’irrigazione per scoli, la creazione delle terre marcite per avere sempre erba fresca pascoliva e da qui il passo è breve per la coltivazione del riso. Il riso era giunto nel Quattrocento, tramite le truppe spagnole di Federico d’Aragona, prima del Regno di Napoli, poi in Lombardia o Piemonte. Gli Sforza trasformarono i terreni acquitrinosi pavesi in uno straordinario laboratorio naturale dove fare esperimenti agricoli all’avanguardia per l’epoca: il marchese Gonzaga di Mantova regalò al cugino Ludovico il Moro alcuni sacchi di riso orientale pregiato, germogliati nella famosa cascina ducale detta “La Sforzesca”, ove nacque la prima risaia italiana. Il riso da allora diverrà sinonimo della cucina popolare povera non solo pavese ma milanese, lombarda e padana, coltivazione agraria purtroppo in declino.

Con i suoi 85 mila ettari di risaie, Pavia è la capitale europea del riso di cui abbiamo notato il procedimento di raccolta, non più quello pittoresco con il cavallo e i canti delle mondine del film “Riso amaro” (De Santis 1949) ma compiuto da grandi trebbiatrici che sfilano nel vasto paesaggio piatto e monotono , attraversato da reticoli di canali, punteggiato da cascine a corte in mattoni a vista e da castelli.

Dalle acque piatte delle risaie in pianura a quelle frizzanti dagli spumanti di collina, è sempre l’interazione dell’uomo con la natura che crea frutti meravigliosi. La genesi delle bollicine Oltrepò è legata alla vicenda dei Conti Vistarino di Rocca de’Giorgi, di cui abbiamo visitato la dimora, il parco e i vigneti. L’arrivo dello spumante secco, il Pinot nero, si deve ad Augusto Carlo Vistarino che nel 1850 impiantò il primo vigneto francese, pare su consiglio degli amici Gancia della Langhe, produttori di spumante dolce, il Moscato d’Asti che beviamo a Natale con il Panettone. Vistarino importò le prime barbatelle dalla Borgogna e aprì la strada a tutti i produttori locali che, seguendolo impiantarono oltre 13.000 ettari di vigneto. Oggi l’Oltrepò pavese è la terza area viticola per estensione a denominazione di origine controllata e la prima per superficie a Pinot nero in Italia. La via francese delle uve fu rinvigorita anche grazie alla nonna degli attuali Vistarino che era francese, una Orleans. La zona dell’Oltrepò si svelò essere una delle migliori aree micro-climatiche per tale vitigno, allevato a 400 m di altitudine, su terreni argillosi duri e freschi, anche d’estate. Le diverse esposizioni consentono ai raggi del sole di portare gli acini d’uva a una maturazione ottimale grazie a temperature miti con scarse precipitazioni, inverni non eccessivamente rigidi, forte escursione termica tra il giorno e la notte, giusta umidità (una leggera brezza presente durante tutto l’anno che svolge un’importante funzione protettiva)”.

Fin qui il Dott. Simonini con la sua vasta erudizione.

Aggiungo la mia impressione: per la piacevole visione delle risaie e delle colline coltivate a vigneto non rende ragione della bellezza del paesaggio che in continua variazione di pianure e colline sfuma in una soffusa bruma e rievoca i quadri di Turner. Non meno interessante è il Collegio Borromeo non solo e non tanto per il carattere architettonico quanto per la finalità di ospitare gratuitamente gli studenti poveri ma dotati, con livelli di studio assai alti.

Gianluca dedica al Museo Borromeo quanto segue:

“Il palazzo (1562) opera dell’arch. bolognese Pellegrino Tibaldi si impone con la facciata sulla piccola piazza antistante, con un rapporto di imponenza arrogante, senza precedenti a Pavia, che ricorda lo stesso impatto che provocò a Roma l’erezione del palazzo Farnese. L’atmosfera cambia all’interno. Nel cortile l’armonia rassicurante fu pensata per forgiare lo spirito e l’intelletto dei giovani studenti, ve ne alloggiavano 40.

Sui tre lati della corte, ultimata nel 1585, il Tibaldi realizzò il primo esempio in Lombardia di doppio loggiato scandito da archi con colonne binate, che diverrà un elemento classico della architettura lombarda”. Questa architettura la ritroviamo spesso a Milano nelle corti”.

“Artefici dell’iniziativa – prosegue Simonini - furono il futuro papa Pio IV Medici di Marignano (1559-1565) e suo nipote Carlo Borromeo, entrambi residenti a Pavia, in particolare il giovane aspirante prelato soggiornò per i suoi studi diritto canonico. All’indomani della nomina dello zio a papa, Carlo fu chiamato a Roma ove ebbe modo di meditare sulle condizioni disagiate e precarie degli studenti “lasciati a loro stessi”. Maturò in lui l’intenzione di porre rimedio a ciò soprattutto alla luce di quanto avveniva nel clima della generale e profonda riforma cattolica post-tridentina; la nuova gerarchia ecclesiastica aveva attribuito un posto di rilievo alla formazione delle giovani generazioni, sia di religiosi sia di laici. L’ambizione era quella di creare un’istituzione paradigmatica, valida nei suoi intenti moralizzatori coerenti con il piano di sviluppo delle strutture scolastiche volute da Pio IV  e per questo realizzata per durare nel tempo. Vi accedevano gratuitamente gli studenti poveri ma dotati, con elevati livelli d’attitudine allo studio. In questo contesto di etica e meritocrazia crebbe un altro membro di casa Borromeo, il futuro card. Federico Borromeo, che del collegio pavese fu uno dei primi alunni”.

Il viaggio pur contenuto nel suo itinerario ha posto l’accento su situazioni poco note nel loro aspetto pratico, ma assai significative per il paesaggio, che ho trovato uno dei più suggestivi di Italia, a cui si aggiunge la cultura di Pavia e la villa del Prof. Giubbini alla foce del Po, di indubbio interesse.

 

Avv. Antonio Rossini 

Clicca sulla foto per ingrandire (foto a cura di Franco e Gloria Melchiorri)


La gita a Castelluccio di Norcia per la fioritura delle lenticchie

25 giugno 2014

 

Prima di salire a Castelluccio sostiamo a Norcia, sempre affascinante per i suoi monumenti e per la sua storia legata a San Benedetto. Situata a 600 metri circa d’altitudine al limitare nord della pianura di S. Scolastica (dal nome della sorella gemella di Benedetto, raffigurata in genere con una colomba in mano), conserva la cinta muraria. La piazza principale, dedicata al santo, è la parte più interessante, soprattutto per la chiesa risalente al XII sec. (dalla facciata gotica con rosone e fregi dei 4 evangelisti) e la Castellina, costruita per volontà di papa Giulio III su progetto del 1554 di Jacopo Barozzi da Vignola, sede dei governatori pontifici. La tradizione vuole che la chiesa sia stata edificata sui resti della casa di Benedetto. Forse  il ricordo della sua casa natale in questo luogo sorse in tempi precoci, e magari l’abitazione della famiglia del santo era in questo palazzo pubblico perché suo padre rivestiva un’importante carica municipale. Quello che sappiamo di sicuro dalla storia è che, nell’unica biografia attendibile del santo che ci sia pervenuta, la sua estrazione sociale è “liberiori genere”, cioè nobile, più che agiata.

Egli era una persona pratica, e nella sua organizzazione monastica introdusse il lavoro nei campi. Sembra che avesse inventato anche il sistema controllato di irrigazione dei terreni, realizzato probabilmente dall’ordine benedettino nella parte bassa dell’altipiano di Norcia, nei circa 70 ettari di prati dove si riversa l’acqua proveniente dalle alture circostanti, consentendo la coltura delle cosiddette “marcite”, con due raccolti l’anno, attraverso una serie di chiuse per trattenerla.

 

Dal Pian Grande di Castelluccio di Norcia, a circa 1400 metri, sulle pendici ovest del monte Vettore (2476 metri), si ha una visione panoramica della vallata sottostante, nella quale vengono coltivate le lenticchie per tutta la sua estensione. La loro fioritura è di color giallo. La strada per arrivarci ricorda i tornanti deserti del Parco del Gran Sasso vicino l’Aquila. E anche questo dei Monti Sibillini, al confine tra Umbria e Marche, è uno spettacolo da non perdere. Mi sarebbe piaciuto camminare o restare a lungo all’aria aperta, ma le nubi minacciose scoraggiavano comunque escursioni. La colazione è stata servita nella veranda della Taverna, e le vivande particolari, a base di lenticchie, piselli selvatici, funghi del posto nella pastasciutta, agnello ecc. sono state apprezzate. La nostra socia Anna Maria Fellini  ci ha raggiunto, e ha insistito affinché prendessimo il “dessert” nella sua villa di Ussita in provincia di Macerata, ad una trentina di chilometri. Così ci siamo diretti verso le Marche attraverso la strada che costeggia il percorso del fiume Nera, dalle acque limpide (vengono allevate trote in numerose vasche), contornato da una vegetazione lussureggiante. In prossimità della sua casa, a 700 metri d’altitudine, siamo stati investiti dal fragore del torrente Ussita affluente del Nera. La sua villa è decisamente di ambiente montano, con molti abeti e la vista del monte Bove, che però non incombe. L’accoglienza di Anna Maria è stata grande, e abbiamo potuto riunirci nella sua terrazza godendo delle sue piante nella quiete di questa parte dell’Appennino, non affollato come altre località famose di montagna.

 

Maria Luisa Guglielmi    

 

le foto della gita - clicca per ingrandire

la chiesa risalente al XII secolo (foto Maria Luisa G.) la piazza antistante la chiesa (foto Maria Luisa G.) il museo Castellina (foto Maria Luisa G.) tipica norcineria (foto Maria Luisa G.) singolari prodotti in vendita (foto Maria Luisa G.) l'immagine dell'Italia formata da abeti (foto Cecilia G.) (foto Cecilia G.) la fioritura delle lenticchie (foto Cecilia G.) i campi di lenticchie (foto Cecilia G.) villa Fellini a Ussita (foto Maria Luisa G.)

Gita a Caprarola per visitare il Palazzo Farnese con il suo parco  ed il giardino della nostra socia Annamaria Migliori  

18 giugno 2014

 

 

Non è la prima volta che i soci del Giardino Romano visitano il palazzo Farnese di Caprarola, grande capolavoro dell’arte rinascimentale; l’occasione per una ulteriore ricognizione è data dalla recente apertura al pubblico dei sotterranei - dove è stato allestito un percorso multimediale – e dall’opportunità di inoltrarsi nel giardino, fino al limite del bosco, dove si scorgono fra l’altro i cinquecenteschi esemplari superstiti di abeti bianchi (portati da Camaldoli e piantati qui per volere del cardinale Alessandro Farnese nipote del papa Paolo III, sebbene il clima non fosse particolarmente adatto per loro). Il palazzo, decisamente fuori misura rispetto l’abitato, è accessibile attraverso la vasta piazza antistante; un portone monumentale consente anche l’ingresso all’Interrato, dove si trovano le cucine e i servizi. Entrando in questa zona siamo accolti da immagini proiettate sulle pareti spoglie dei corridoi, illustranti i personaggi e gli eventi principali del casato Farnese, anche con punti di commento sonoro, per ricreare l’atmosfera della residenza-fortezza, simbolo della potenza farnesiana e centro del Ducato di Castro. E questa dimensione si percepisce anche attraverso la visita dei numerosi e ampi ambienti adibiti alla preparazione dei pasti della corte - 150 persone – e dello stesso Alessandro, nato nel 1520, cardinale a 14 anni, figlio di Gerolama Orsini e di Pierluigi figlio a sua volta di papa Paolo III. Infatti per evitare  avvelenamenti al padrone di casa, eventualità da mettere in conto in quei tempi, furono predisposti locali di cucina separati, con personale diverso, particolarmente fidato, il quale era in contatto diretto con il cardinale e alloggiava in stanze immediatamente sopra queste cucine. Peraltro il palazzo, imponente, disponeva di un’ala posta ad est per il soggiorno estivo e ad ovest  per quello invernale, vicine ai rispettivi giardini stagionali, quadrati, secondo lo stile italiano. Sulla fortezza pentagonale con bastioni difensivi di Antonio da Sangallo, iniziata a costruire intorno al 1520 dopo l’acquisizione del territorio di Caprarola da parte del futuro papa nel 1504, l’architetto Vignola innestò il suo progetto di residenza (dal 1559) su committenza del nipote, con tipologia originale di complesso che si snoda tra piazzali, scalinate e giardini su vari livelli. L’impianto del giardino è da ascrivere a lui, ma primo esecutore fu Giacomo del Duca. La pendenza della collina sul retro fu tagliata per isolare il palazzo (intervento molto costoso), mantenendo tuttavia il collegamento con il paesaggio boschivo, al quale si arriva incontrando fontane monumentali con rampe, catene d’acqua ecc. I giardini bassi e i giardini alti sono realizzati in modo unitario fra loro, insieme con il palazzo. Esso dalla parte del paese è visibile invece dal basso, perché il Vignola ristrutturò il Borgo in modo che esso fosse attraversato dalla Via Dritta. L’esterno e l’interno sono concepiti per esaltare la ricchezza e la potenza della famiglia.

All’interno la Scala Regia, affrescata dal Vignola, ruota intorno a 30 colonne di peperino ed era percorribile anche a cavallo per consentire al cardinale di raggiungere in sella la sua camera da letto; il cortile, progettato dal medesimo, è in forma circolare e composto da due porticati sovrapposti; i saloni sono tutti affrescati, sia con motivi grotteschi in seguito al rinvenimento archeologico della Domus Aurea di Nerone in quell’epoca, sia per gli interventi pittorici di Taddeo Zuccari, e dopo la sua morte, del fratello Federico, presto rimosso dalla committenza perché aveva accettato di lavorare anche a Villa d’Este. Antonio Tempesta ed altri continuano l’opera. Singolare il piccolo ambiente, destinato a studiolo, sulla cui volta è affrescata l’Hermatena, Hermes e Athena, uniti come siamesi dalla vita in giù, a testimoniare l’assoluta indissolubilità della sapienza e dell’eloquenza. Quest'opera, come altri affreschi del palazzo, fu ispirata da Annibal Caro, letterato umanista, marchigiano che aveva lavorato anche a Firenze. E’ interessante anche il grande mappamondo a parete di epoca successiva, dove manca solo il continente australiano, all’epoca non ancora scoperto, e il luminoso salone d’Ercole, allusivo delle fatiche del cardinale Alessandro nell’edificare la villa. Egli morì il 2 marzo 1589 e fu sepolto nella chiesa del Gesù a Roma, da lui fatta erigere. 

Quando ci avviamo verso il pullmann il tempo sembra volgere al brutto, ma poi si riprende, permettendoci di trascorrere ancora altre ore all’aperto, nella villa della nostra socia Annamaria Migliori alle porte di Caprarola. Ammiriamo particolarmente, oltre la sua collezione di rose e il folto cespuglio di ortensie blu, il magnifico cedro del Libano antistante l’edificio, il quale, secondo me, non ha niente da invidiare ai grandiosi abeti bianchi del giardino farnesiano. Ha più di 40 anni, essendo stato piantato alla fine degli anni ’60, e dimostra di ambientarsi bene nella tenuta. Noto anche come la padrona di casa abbia curato ogni particolare, scegliendo i fiori giusti intorno all’edificio, anche sotto l’aspetto cromatico. L’accoglienza prosegue con la sontuosa colazione da lei offerta ai soci, come se non si trattasse di un’occasione conviviale campestre.

Maria Luisa Guglielmi      

 

le foto della gita . clicca per ingrandire

la spianata del Palazzo: è arrivata la prima socia, Cecilia. Giusi, in bianco sullo sfondo, organizzatrice della gita, attende gli altri soci ora sono tutti arrivati; stiamo per entrare la stessa foto, però presa da dietro il fotografo (foto: M.L. Guglielmi) un angolo delle vastissime cucine un enorme camino con la sua cappa. Qui si arrostivano gli animali interi uno dei tanti forni la cucina ad uso esclusivo del cardinale - il fuoco veniva lasciato sempre acceso la scala elicoidale, detta "scala regia", collega il piano arrivo delle carrozze agli appartamenti del piano nobile. Il cardinale la percorreva a cavallo progettata da Jacopo Barozzi, detto "il Vignola" ancora la scala regia il viale di abeti bianchi tra cui alcuni esemplari sono ancora quelli piantati da Alessandro Farnese salendo verso la "casina del piacere" si incontrano vasche e percorsi d'acqua si sale verso la "casina del piacere" (sullo sfondo), al tempo di Einaudi residenza estiva del Presidente  il fotografo sulla spianata della "casina del piacere" (foto Cecilia Greco) bruno and bin full immersion Giusi, Cecilia, Antonella e Mimmi galleggiano nel labirinto il giardino all'italiana (foto Antonella Fornai) la sala d'Ercole con la famosa fontana tutti i pavimenti sono quelli originali, in cotto smaltato la sala dei Fasti - scene di un matrimonio Farnese-Asburgo il cortile interno, progettato dal Vignola, è composto da due caratteristici porticati sovrapposti ancora la sala dei Fasti il soffitto in legno di cedro intagliato: è odoroso e non viene attaccato dalle tarme. E' lì da 500 anni. l'affresco dell' Hermatena: sapienza ed eloquenza mai disgiunte  la sala del Mappamondo (manca l'Oceania con l'Australia, non ancora scoperta) la nostra bravissima guida Bianca Panu al lavoro

La gita a Montiano per visitare il giardino della nostra socia Yvonne Barton e a Spello per la tenuta S. Giuseppe (Casa Barbanera)  

22 maggio 2014

 

 

La villa di Yvonne Barton, più vicina a Chiusi che a Perugia, è stata una piacevole sorpresa per i soci, che non immaginavano quale scrigno di bellezza essa fosse. Acquistata anche per il meraviglioso panorama sul lago Trasimeno, aveva all’origine un giardino spoglio, consistente in un unico cespuglio di rose (‘Queen Elizabeth’, ancora visibile), lontano dal fabbricato. Yvonne e suo marito, anche lui inglese, rinunciarono ad installarvi una piscina. Optarono per un lago con ninfee, dal momento che la villa non doveva essere per loro solo dimora estiva. Chiamarono un esperto nel campo – di Bolzano – per progettarlo in maniera ecologica, cioè su elementi di ecosistema. Infatti al centro è profondo due metri e mezzo per mantenere l’acqua fresca. La chimica è bandita; c’è inoltre in esso un flusso costante d’acqua e le piante acquatiche la puliscono. Le numerose ninfee rosate galleggianti sono sorvolate dalle libellule, accorse naturalmente sul posto. Queste ultime sono anch’esse ‘provvidenziali’, in quanto mangiano le zanzare, che sono assenti anche intorno all’edificio. La pendenza intorno al lago è stata sistemata con muretti a secco, e riempita da innumerevoli fiori, sapientemente scelti per creare un effetto complessivo armonioso, come in un quadro di Claude Monet, il quale dipinse anche laghi e ninfee. I cisti (mai visti così tanti, anche di colore rosa acceso; si è scelto di mettere in evidenza la flora spontanea del luogo, della macchia mediterranea, come quella che si può ammirare all’ingresso della villa: cisti multicolori e ginestre) si alternano alle rose antiche, alle calendule, esemplari della famiglia delle composite, sambuca nigra ecc. A quanto pare non esiste un impianto di irrigazione. Tutto è naturale. Avvicinandosi alla casa si nota un melograno. ll muro di essa, di fronte al lago, è in parte nascosto da un gigantesco gruppo di rose rampicanti ‘Paul’s Himalayan Musk’ bianco-rosate, e da un cespuglio di quelle non comuni, della specie cosiddetta ‘Seven Sisters’, come ci racconta la stessa Yvonne, precisando che il nome viene dalle varie sfumature di rosa di questa pianta di origine cinese, portata nel ‘600 in America, in Luisiana, dai francesi. Il retro della casa, davanti al lago, è dunque incantevole. Tuttavia è notevole anche la vista, dalla parte opposta, dei filari d’uva Panicale (anticipati da gruppi di rose rosse, usate spesso per controllare la presenza di insetti nocivi) prodotta da Yvonne; senza delimitazione tra la zona agricola e il piazzale che introduce all’abitazione. Ciò trasmette un senso di pace, in sintonia del resto con lo scenario apparentemente casuale formato dal lago suddetto e dalla sua cornice di piante. Esso è stato progettato da lei: è cresciuto a poco a poco nell’arco di sette anni ed è stato curato nei particolari. La preziosità del posto e la calorosa accoglienza di Yvonne ci fanno allontanare a malincuore. Siamo attesi in un ristorante non molto distante, alla Trattoria dell’Opificio, di atmosfera familiare, dove consumiamo una buona colazione.

Nel pomeriggio percorriamo la strada per Perugia per raggiungere la tenuta S. Giuseppe sede della Fondazione Barbanera, vicino Spello. Lì fa gli onori di casa Andrea Campi Falkner, di origine austriaca, del Tirolo, moglie dell’editore Feliciano Campi, sulla soglia di un grande immobile ristrutturato, bachificio nel ’700 e poi cotonificio, anche abitazione della coppia. Il trasferimento dalla sede di Foligno quattro anni fa ha motivazioni culturali, accenna Andrea Falkner.

 In poco tempo si sono trasformati anche i terreni: 7 ettari certificati biologici. La tenuta è pianeggiante, sottostante la collina dove si trova il paese medievale di Spello, che si può scorgere in alto nella sua estensione antica monumentale. In due anni è sorto I’orto giardino di due ettari di fronte all’edificio: a croce e a stanze secondo lo stile monastico medievale. Il paesaggista inglese Peter Curzon che lo ha progettato probabilmente ha scelto un giardino formale per l’esigenza di ricordare la tradizione culturale legata alle edizioni Barbanera, che affonda le sue radici nel medioevo umbro. Sembra che a Foligno esistessero allora tendenze caldee e un po’ mistico-esoteriche, da quanto ho capito nel corso della visita all’Archivio storico in sede. Lo studio dell’attività degli astri, specialmente della luna, doveva costituire la caratteristica principale di questi ambienti. Comunque l’Editoriale Campi è una realtà che opera nella tradizione e sulla figura di Barbanera, e la Fondazione tiene molto all’aspetto naturalistico connesso, attraverso anche la valorizzazione del terreno circostante l’antico bachificio. Sono stati piantati ben 98 piante di gelso, dal momento che ne erano rimaste solo due, e si coltivano fra l’altro erbe officinali, ortaggi in via d’estinzione e frutti di archeologia arborea.  

Il giardiino di due ettari ci viene illustrato dall’esperto agronomo Isabella dalla Ragione, la quale ci intrattiene a lungo e con grande competenza e passione sulle caratteristiche delle sue piante. Fra le notizie apprese c’è quella che la consolida, dai fiori blu, è molto importante perché utile per una buona concimazione della terra. A quanto pare il terreno in questione è difficile, e necessita di concimazione bovina. Altra cosa da rammentare: le tagete, fiori gialli, attirano le coccinelle. Nel percorso a croce incontriamo varie rose rampicanti; nell’orto le Claire Martin, nell’arco le Pierre de Rozard ecc. Non mancano anche le lavande, le salvie ed i melograni da frutto, i quali devono essere potati – ci dice Isabella dalla Ragione – prima che si riempiano di foglie, dunque non in primavera. Non sempre essi fruttificano, perché le condizioni del terreno devono essere favorevoli a questo.

La giornata, ancora soleggiata con il trascorrere delle ore, ci fa apprezzare appieno il tripudio di forme, colori e profumi intorno a noi. Tra l’altro maggio è il mese per eccellenza di fioritura delle rose e la loro bellezza non finisce mai di stupire. Inoltre, il 22 maggio ricorre la festa di Santa Rita da Cascia, ricordata per il miracolo della rosa fiorita in inverno: segno di speranza.     

 

Maria Luisa Guglielmi Gaetani

 

Alcune foto della gita - clicca per ingrandire

da Yvonne Barton - foto M.L.Guglielmi da Yvonne Barton - foto T. Bonichi da Yvonne Barton - foto M.L. Guglielmi da Yvonne Barton - foto T. Bonichi da Yvonne Barton - foto T. Bonichi da Yvonne Barton - foto M.L. Guglielmi da Yvonne Barton - foto M.L. Guglielmi da Yvonne Barton - foto M.L. Guglielmi da Yvonne Barton - foto T. Bonichi da Yvonne Barton - foto M.L. Guglielmi tenuta S. Giuseppe - foto M.L. Guglielmi tenuta S. Giuseppe - foto M.L. Guglielmi tenuta S. Giuseppe - foto M.L. Guglielmi tenuta S. Giuseppe - foto M.L. Guglielmi tenuta S. Giuseppe - foto M.L. Guglielmi tenuta S. Giuseppe - foto M.L. Guglielmi

La gita alla tenuta dei Revelli Caracciolo a Torrecchia (Cisterna di Latina) - aprile 2014

mercoledì 16 aprile un folto gruppo di soci ha visitato la tenuta Revelli Caracciolo. Ecco il racconto che di questa splendida giornata ha fatto la nostra socia Maria Luisa Guglielmi

 

 

Il castello di Torrecchia (Vecchia), edificato intorno al 1100, sebbene in rovina, troneggia ancora in mezzo alla natura, nei seicento ettari della tenuta Revelli Caracciolo, già di Carlo Caracciolo morto nel 2008. Essa è essenzialmente un parco di boschi e giardini: si è evitato il frazionamento del territorio, che ne avrebbe compromesso la principale attrattiva di paradiso terrestre incontaminato. Infatti è stata dichiarata monumento naturale: non si possono tagliare gli alberi, nemmeno potarli. La sua superficie adibita a coltivazione è solo 150 ettari. Inoltre in essa si allevano vacche maremmane allo stato brado, che noi non abbiamo visto pascolare sui prati vicino alla strada ma che avremmo potuto scorgere in altri momenti come ci è stato detto. Entrando nel complesso si è subito colpiti dai tanti alberi rigogliosi di alto fusto e dalla vegetazione lussureggiante in genere, come può essere quella situata in una vasta area non edificata. Quando Caracciolo acquistò la tenuta dalla famiglia Sbardella nel 1991 (nell’Ottocento forse era ancora dei Caetani; dal 1504 quando papa Giulio II affidò loro il feudo di Cisterna. Lauro Marchetti, il curatore del giardino della vicina Ninfa, ha indicato anche loro come proprietari di Torrecchia nel passato, senza specificare),si preoccupò innanzitutto di liberare la cinta muraria medievale dal groviglio di piante che la nascondevano alla vista, tanto che talvolta venivano alla luce pezzi di rovine in mezzo al verde, con soddisfazione generale. Non il castello vero e proprio che è alto sulla dolce collina. Poi si sono tolti i tralicci che deturpavano la tenuta e si è provveduto a fornirla di acqua abbondante. Ci ha raccontato Marchetti che nel 1991 Caracciolo si rivolse per primo a lui per sistemare Torrecchia, per progettare i suoi giardini. Egli tra l’altro incaricò un rabdomante, che trovò un fiume sotterraneo. Attorno al ruscello, in uno dei punti umidi del giardino, notiamo gruppetti di calle. In seguito il designer del verde Dan Pearson ha modificato in parte l’assetto del giardino e ne ha ampliato la superficie, rendendo l’atmosfera romantica di un giardino inglese, non in contrasto con il bosco circostante.  Diverse qualità di rose si inerpicano sulle rovine, che sono visitate anche dai glicini bianchi. Nei soffici prati verdi si alternano piante rare, alberi secolari, cespugli di rose, magnolie, felci, curiosità come il cosiddetto “albero dei fazzoletti” dal quale pendono candidi lunghi fiori simili appunto a kleenex spiegati al vento. Una varietà notevole di specie botaniche. L’architetto Gae Aulenti ha trasformato il granaio seicentesco presente vicino al castello in abitazione del proprietario, che peraltro lavora come giornalista a Parigi e che quindi può forse godersi poco questo paradiso.Torrecchia (Vecchia) fu aperta per la prima volta al pubblico nel 2007, e fu una rivelazione di bellezza per gli appassionati di giardini.

La giornata turistica prosegue con la colazione a base essenzialmente di verdure e crostate, servite in abbondanza e molto apprezzate dai soci, in un ristorante panoramico a trenta chilometri da Torrecchia. Nel pomeriggio ci rechiamo nella riserva naturale di Ninfa, non per una visita guidata (già compiuta in altre occasioni) ma per parlare con Lauro Marchetti, direttore di Ninfa, appunto della nascita e dell’evoluzione del giardino di Torrecchia. Lui è la persona più adatta ad illustrarcela, sia per la sua collaborazione già accennata con Carlo Caracciolo, sia per la sua conoscenza del territorio circostante, dal momento che fin da bambino ha vissuto nella villa di Ninfa, essendo istruito all’arte del giardinaggio dai proprietari Leila Caetani e suo marito Hubert Howard. Essi, non avendo eredi si erano affezionati a lui e si preoccupavano di assicurare al complesso naturalistico di Ninfa continuità positiva (nel ’72 istituirono la fondazione Roffredo Caetani. La provetta giardiniera e pittrice molto colta e religiosa Leila morì nel ’77. Ninfa fu dichiarata nel ’76 monumento naturale, mentre Torrecchia è fra le aree protette di più recente istituzione nel Lazio). Hubert del nobile casato inglese cattolico degli Howard (quello dei duchi di Norfolk) presiedette la Fondazione Roffredo Caetani dal 1978 fino al suo decesso nel 1987. Dunque Lauro Marchetti è la memoria storica ed insieme il vigile custode di una cultura di preservazione naturalistica che non tollera ad esempio che una strada attraversi la tenuta di Torrecchia stravolgendo la sua caratteristica di oasi di verde a perdita d’occhio. Ci ha raccontato che un progetto simile fu sventato in passato e che lui fu solidale con il proprietario. Dopo più di un’ora, deliziati anche dal giardino in fiore di Ninfa e dai suoi flussi di acqua cristallina, risaliamo per tornare a Roma.     

 

Maria Luisa Guglielmi


 

alcune foto della gita (clicca per ingrandire)


XI  Giornata Nazionale del Giardino

(12 aprile 2014)

Cliccate per ingrandire

subito dopo la messa a dimora dei due alberi da frutto

Il Giardino Romano - Garden Club ha celebrato la XI Giornata Nazionale del Giardino, indetta dall'UGAI (Unione Garden Club d'Italia ed attività similari) il giorno 12 aprile 2014 alle ore 10,30 al Circo di Massenzio sulla Via Appia Antica n. 153 dove sono stati piantati a proprie spese alcuni alberi fruttiferi in sostituzione di altri perduti a causa del tempo.

La proposta del Giardino Romano - Garden Club è stata favorevolmente apprezzata dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Roma Capitale e dallo Assessorato all'Ambiente che hanno partecipato direttamente all'iniziativa.

Si tratta di un esempio di collaborazione tra pubblico e privato volto a valorizzare ed a ripristinare il decoro dell'area massenziana di grandissimo pregio, come tutta l'Appia Antica su cui si affaccia.

Il Presidente della Repubblica ha espresso particolare riconoscimento per le attività svolte dal Giardino Romano nel 2012, nel 2013 e questo anno, con rescritto in data 7/4/2014, ha destinato una medaglia di bronzo al Giardino Romano quale suo premio di rappresentanza per la speciale iniziativa organizzativa svolta in occasione della XI Giornata Nazionale del Giardino.

Passeggiando lungo l'Appia Antica, poco prima della monumentale tomba di Cecilia Metella, si apprezza una straordinaria e suggestiva veduta del Circo, dalla parte dei cisiddetti carceres.

Fino a circa 20 anni fa questa veduta, già di per se splendida, era straordinariamente vivacizzata dalla presenza di due rigogliosi alberi da frutto - probabilmente un mandorlo e un ciliegio - che crescevano sul greppo in primo piano sulla destra del monumento.

Queste due piante costituivano una quinta di alto valore paesaggistico, e facevano pensare alle vedute dei pittori di paesaggio del XVIII e XIX secolo. A primavera il trionfo dei fiori commuoveva il passante, a testimonianza di quanto sia importante e storica per Roma l'associazione fisica tra i ruderi e la vegetazione. Oggi di essi non rimangono che due tronconi anneriti.

Il Giardino Romano - Garden Club, avvalendosi dello studio dell'Arch. Massimo De Vico Fallani, noto esperto e docente universitario, ha inteso riqualificare quest'area ripiantando i due alberi da frutto, per restituire a questo famoso contesto archeologico romano la bellezza di un tempo, cui l'arte dei giardini contribuisce non meno dell'architettura e della storia. I fruttiferi posti in opera sono un "prunus serrulato Kanzan" a fiore doppio rosa ed un "prunus avium" a fiore doppio bianco.

Questo intervento è stato pensato come un ulteriore passo nell'opera di abbellimento naturalistico dei più importanti monumenti di Roma che il Giardino Romano ha fin qui concretizzato, anche nella speranza che l'esempio possa funzionare da stimolo per le pubbliche amministrazioni per le tante cose belle, ma semplici e poco costose, che un occhio più attento potrebbero essere resi possibili.

Questa iniziativa scelta dal Giardino Romano si allaccia ad altre attività dallo stesso svolte e indirizzate a valorizzare il verde storico e la diffusione di giardini e parchi pubblici onde destare l'interesse della cittadinanza per renderla edotta dal valore patrimoniale, sociale, architettonico e sapienziale, base per una conoscenza e conservazione del patrimonio pubblico.

Sono intervenuti, per il Sovrintendente dott. Claudio Parisi Presicce, la Dr.ssa Carmelina Camardo della Sovrintendenza; per l'Assessore all'Ambiente Dr.ssa Estella Marino, il Dott. Riccardo Camilleri, la Dott.ssa Carla Benocci quale storica dell'Arte e l'ideatore progettista dell'intervento l'Arch. Massimo De Vico Fallani.

Dopo l'illustrazione dell'intervento e la visita al Circo di Massenzio, l'assemblea si è sciolta.

Il Giardino Roamno rinnova i ringraziamenti per gli illustri ed eruditi interventi.

 

Avv.Antonio Rossini

Presidente Giardino Romano - Garden Club

le immagini dell'evento (cliccate per ingrandire)

un gruppo di soci segue le fasi di messa a dimora (a destra) la troupe di RAI UNO al lavoro il Presidente avv. Rossini con la dr.ssa Benocci e il dott. Camilleri la vice-presid. del Giardino Romano Gloria Viero intervistata da RAI UNO  un gruppo di soci. Sullo sfondo la tomba di Cecilia Metella Il Presidente avv. Antonio Rossini intervistato da RAI UNO  l'intervento della Dott.ssa Camardo l'intervento del Dott. Camilleri l'intervento della Dott.ssa Benocci l'intervento dell'Arch. De Vico Fallani la cerimonia è finita, i soci si avviano all'uscita; sullo sfondo, a testimonianza dell'evento, i due alberi da frutto

 


Le nostre conferenze nell'aula "Aranciera" dell'Orto Botanico di Roma

 

19 marzo 2014    "La farfalla: animato fiore senza stelo" (Gianumberto Accinelli)

Il dott. Gianumberto Accinelli ci ha parlato di come l'uomo, con le sue molteplici attività, metta in pericolo alcune specie animali e vegetali e di alcune ne abbia addirittura causato l'estinzione. Le farfalle, ad esempio, gioiosa e colorata presenza sui fiori dei campi, ma anche dei nostri balconi e giardini, a causa dell'uso di pesticidi, sono pericolosamente diminuite o addirittura scomparse.

Il dott. Accinelli ci ha quindi indicato cosa piantare nel nostro giardino per creare una popolazione di fiori capaci di attirare le farfalle, le coccinelle e gli altri insetti utili.

 

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12 marzo 2014:                 "L'intimità del paesaggio" (Sophie Agata Ambroise)

L'architetto paesaggista Sophie Agata Ambroise ci ha presentato e illustrato quattro suoi lavori di grande impegno, svolti su terreni con caratteristiche diverse, talvolta di altissima difficoltà ambientale. Conferenza di grande qualità e interesse.

 

Chi volesse approfondire il contenuto di questa conferenza può andare nella sezione "la voce dei soci" dove troverà un efficace riassunto scritto dalla nostra socia Maria Luisa Guglielmi 

                                                 

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il Presidente, avv. Rossini, presenta la conferenziera Sophie Agata Ambroise durante la conferenza Gloria Viero e Antonio Rossini ringraziano Sophie Agata Ambroise al termine della conferenza

26 febbraio 2014            "Donne giardiniere" (Carla Benocci)

La Prof.ssa Carla Benocci ci ha illustrato i suoi recenti studi sul tema “Donne giardiniere dall’Inghilterra all’Italia: dalla regina Elisabetta I a Mary Talbot Doria Pamphilj, delizie e riscatto sociale”.

 

Chi volesse approfondire il contenuto di questa conferenza può andare nella sezione "la voce dei soci" dove troverà un efficace riassunto scritto dalla nostra socia Maria Luisa Guglielmi

 

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Il Presidente avv. Rossini presenta la Prof.ssa Benocci

5 febbraio 2014:      "Fascino di erbe antiche: le restionaceae" (Maurizio Casale)

Il dott. Maurizio Casale ci ha introdotti nel mondo di queste erbe originarie dell'emisfero australe, antichissime ed eleganti, ricche di fascino e di stile.

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la nostra socia Elvira Imbellone presenta il dott. Casale Il dott. Casale durante la conferenza

29 gennaio 2014: "Le piante aromatiche rendono intimo e segreto un giardino e spesso ne diventano un elemento dominante" (Antonella Fornai)

Antonella Fornai, former President del Giardino Romano - Garden Club, nota esperta di giardini, curatrice della mostra Flora Cult, ci ha intrattenuto su un tema molto stimolante. 

 

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Antonella Fornai durante la conferenza Antonella Fornai durante la conferenza

22 gennaio 2014:           "Madera, i giardini coloniali:

                              Viaggio in poltrona con Gianluca Simonini"

Un viaggio attraverso le incredibili fioriture dell'isola di Madera, fotografate da alcuni soci e commentate, con l'abituale grande professionalità, dal dott. Gianluca Simonini.

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Il Presidente, avv. Rossini, presenta il dott. Simonini Durante la conferenza Durante la conferenza Il dott. Simonini con alcune socie

 


15 gennaio 2014:    "I funghi nell'alimentazione: rischi e benefici"

                                                   (Corrado Fanelli)

Abbiamo avuto il piacere di partecipare al seminario del Prof. Corrado Fanelli, Direttore del Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università di Roma “La Sapienza”: egli, da buon micologo ci ha illustrato la presenza, nei funghi, di enzimi prodotti dai funghi stessi nelle differenti specie e la relazione con la produzione, anch’essa per i funghi, di micotossine.

Quietando le ansie prodotte dalla conoscenza di sostanze a noi ignote, ha tranquillizzato tutti per la nostra sopravvivenza.

(nota a cura di Paola Lanzara)

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Il Prof. Fanelli durante la conferenza Il Prof. Fanelli ci mostra una foto del funghi Aemillaria mellea, comunemente noti col nome di "chiodini"

4 dicembre 2013:         "Le orchidee e la loro coltivazione" (Franco Bruno)

Il Prof. Franco Bruno ci ha intrattenuto in una dotta conversazione sulle orchidee, le loro caratteristiche e la loro coltivazione, svelandoci anche alcuni "trucchi" per una periodica e abbondante fioritura e per una maggiore durata di vita.

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il Prof. Bruno inizia la conferenza Il conferenziere illustra le caratteristiche di un'orchidea

27 novembre 2013:        "Le erbe spontanee commestibili" (Ugo Laneri)

Il Dott. Ugo Laneri, biologo e curatore di parchi, giardini e orti botanici, ci ha parlato delle erbe spontantanee commestibili e ci ha informato sulla identificazione, raccolta e preparazione di oltre 40 specie tra le più comuni in Italia.

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il dott. Ugo Laneri durante la conferenza

13 novembre 2013:      "Storia dei parchi e dei giardini imperiali russi" 

                                                        (Beatrice Andreucci)

La paesaggista Beatrice Andreucci ci ha illustrato la storia dei parchi e dei giardini imperiali russi attraverso 8 secoli.

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la nostra vice presidente Gloria Viero presenta la conferenziera la paesaggista Beatice Andreucci durante la conferenza

6 novembre 2013:          "I Giardini Medioevali" (Paola Lanzara)

La Dott.ssa Paola Lanzara ci ha accompagnati in un affascinante giro per i "Giardini Medioevali"

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frutti vari in un cesto (stampa da un disegno di Giotto del 1300 ca.) più o meno gli stessi frutti oggi fiori in un vaso (stampa da un quadro di epoca medioevale) gli stessi fiori oggi la conferenziera a colloquio con il prof. Corrado Fanelli

Visita alla tenuta presidenziale di Castelporziano

ed agli scavi di Ostia antica

(18 ottobre 2013)

 

Questa visita, richiestissima, ha occupato l'intera giornata.

La mattina è stata dedicata alla grandiosa tenuta di Castelporziano che ha un'estensione di 59 km2, pari a 5892 ettari, con un perimetro di ca. 50 km. Comprende foreste, antiche vestigia romane ed una spiaggia incontaminata di ca 3 km.  La fauna è ricchissima con maggioranza di cinghiali, daini e cervi.

Siamo stati accompagnati da una competente guardia forestale che univa ad un' informazione botanica completa  una conoscenza dettagliata della storia della tenuta dall'epoca romana ai giorni nostri.

Nella seconda parte della mattinata il dott. Mauro Piacentini della Presidenza della Repubblica ci ha guidati in una visita al giardino del Castello  illustrando le varie specie botaniche e le particolarità di un grande mosaico di epoca romana.

Dopo una piacevole colazione al Centro ristoro della tenuta ci siamo traferiti agli scavi di Ostia antica. Il breve tempo a disposizione e la fatica accumulata ci hanno consentito di vedere solo una parte deglli scavi (la più importante) ma la nostra simpaticissima guida Bianca Esmeralda Panu, dall'eloquio suadente e piacevole, ci ha permesso comunque di acquisire tutte le informazioni necessarie alla conoscenza del complesso.

Le foto che seguono ci danno un'dea, purtroppo molto parziale, di quello che abbiamo visto:

 

 

clicca sulla foto per ingrandire

il gruppo ascolta la guida all'inizio della visita la foresta di pini questa imponente quercia ha 800 anni. Nella tenuta sono stati contati 53 patriarchi la quercia si è sviluppata su un antico forno romano il nostro gruppo nel folto della foresta il giardino del castello e una parte del grande mosaico il decumano maggiore attraversa Ostia antica da est a ovest una breve sosta sul bordo del decumano la visita volge al termine. Ci si avvia all'uscita

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La visita del parco di Villa Taverna, residenza dell'Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia

21 maggio 2013

 

 

 

Il 21 maggio abbiamo avuto modo di visitare a Roma un parco esteso poco più di tre ettari dove sorge Villa Taverna, splendida dimora cinquecentesca, residenza dell'Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia.

Il giardino, nel suo impianto di giardino all'italiana, ha la classica conformazione ed organizzazione dei giardini di rappresentanza, dove niente è dovuto al caso e la cura è estrema in ogni dettaglio.

Eravamo guidati dalla Dr.ssa Carla Benocci che ci ha illustrato, con dovizia di  particolari, la storia del giardino e della villa che, fu donata nel 1576 dal papa Gregorio XIII al Collegio Germanico. Nel 1920 fu acquistata dal Principe Ludovico Taverna. Venne restaurata dal famoso architetto Carlo Maria Busiri Vici. In seguito, dopo la guerra, venne definitivamente acquistata dagli Stati Uniti e destinata a residenza del loro ambasciatore in Italia.

Il giardino è disseminato di lecci ed olmi imponenti, siepi di bosso accuratamente potate, antiche sculture di epoca romana e rinascimentale, leggiadre fontane e prati curatissimi.

In un angolo, su un piano sottostante quello del giardino e circondata da alberi e siepi che ne garantiscono la riservatezza, al posto di una antica peschiera, è stata realizzata una piscina su richiesta del Presidente Kennedy il quale, affetto da dolori cronici alla schiena, aveva bisogno di nuotare e lo fece spesso durante i suoi soggiorni romani.

Abbiamo avuto l’onore della presenza della Signora Rose Thorne, moglie dell'ambasciatore David Thorne, che ha voluto salutare di persona il nostro gruppo e che, ci ha accompagnato per un lungo tratto. Siamo grati e desideriamo porgere, a nome di tutti i soci,  gli omaggi ed i ringraziamenti più calorosi alla Signora Thorne per l'ospitalità e la cortesia dimostrataci.

Un ringraziamento anche ai solerti funzionari dell'Ambasciata americana ed infine, "last but not least", un affettuoso ringraziamento alla Dr.ssa Benocci per la competente illustrazione storico -  culturale.

 

 

 

Alcune immagini

il gruppo del Giardino Romano con la signora Thorne La nostra consigliera Giusy Giacalone a colloquio con Rose Thorne

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GIARDINO ROMANO – GARDEN CLUB

 

FESTIVAL DEL VERDE E DEL PAESAGGIO

(Auditorium Parco della Musica: 17 – 18 – 19 maggio 2013)

 

Il Giardino Romano - Garden Club ha partecipato al Festival del Verde e del Paesaggio con un progetto originale ideato da una nostra socia l’Arch. Paesaggista Maria Elena Marani dal titolo:

 

 "Giardino al femminile"

 

Il “Giardino al femminile” vuole essere il pretesto per raccontare un “universo femminile” fatto di forme, volumi, profumi, suoni, ma soprattutto di colori e di azioni che vedono la donna protagonista, progettista ed interprete della complessità del mondo femminile, in un happening in cui espressioni artistiche e mondo naturale si fondono idealmente nel giardino, in una prospettiva di benessere e di bellezza.

In effetti si potrebbe dire che “la donna è nata in un giardino” poiché l’idea della donna  fu concepita, secondo la Bibbia, dal Creatore nel giardino dell’Eden come ultimo atto della Creazione.  Genesi 2. 18-24

Il dualismo donna-giardino è sempre esistito: oltre alle similitudini floreali atte a simboleggiare ed  esaltare la bellezza femminile, l'interesse delle donne alla cultura del paesaggio e del giardino è sempre stata significativa.

In tutto il mondo le donne hanno da sempre sperimentato la progettazione dei giardini, degli orti, dei parchi e del paesaggio in genere, avendo la capacità di coniugare  più valori, estetici, artistici, letterari botanici,  nella progettazione:

in Inghilterra con le straordinarie e pioneristiche paesaggiste  Gertrude Jekyll (1843-1932),  Vita Sackville-West (1892-1962), Brenda Colvin (1897-1981) e  Sylvia Crowe (1901-1998);

in America con le paesaggiste Ellen B. Shipman (1870-1950), Beatrixe J. Farrand (1872-1959) e nell'attualità con Mary Miss, Martha Schwartz;

in Italia con l'architetto-paesaggista Maria Teresa Parpagliolo Shephard (1903) come capostipite ed a seguire  alcune paesaggiste contemporanee come Mariella Zoppi, Ines Romiti, Marta Isnenghi e Sofia Varoli Piazza.

L’idea alla base del giardino viene espressa nella “tavolozza dei colori”, interpretazione personale con inchiostri colorati in contenitori di metallo del “cerchio cromatico”, un “laboratorio concettuale” che rappresenta l’estrazione dei colori naturali dalle piante tintorie presenti nel giardino.

Gli stessi colori si ritroveranno nelle sfumature della spalliera di rose rampicanti che fa da fondale al giardino (tema del policromo), nel primo e secondo piano della siepe di Mirtus e Viburnum (quinte sceniche), nelle bordure di arbusti ed erbacee (tema del monocromo).

Ogni colore diviene di volta in volta protagonista, un momento dinamico rappresentato dal giallo, dall’arancio e dal rosso che simboleggiano la felicità, l’energia, la luce;

un momento intermedio rappresentato dal viola, dal verde e dal blu, che simboleggiano la serenità, la riflessione, l’ascolto;

un momento statico rappresentato dalle tonalità di grigio, che simboleggiano l’inquietudine, la solitudine, il silenzio.

L’innovazione è nella concezione di una “progettualità interattiva”, nel connubio fra esperienza estetica legata alla progettazione del giardino ed esperienza artistica legata alla sfera emozionale di cui la donna è il trait d’union: un giardino che nasce da una progettualità svincolata dalla contestualità storica, ma acquisisce un nuovo valore aggiunto dalla rappresentazione socio culturale ed emozionale dell’universo femminile.

La “Donna”, l’elemento necessario di un Universo, che alla fine del sesto giorno, il Creatore, riflettendo in un “Giardino”, aveva intuito mancasse ancora di qualcosa per essere perfetto.”

 

P.S.: Il progetto, in origine  più esteso, si è dovuto ridimensionare per esigenze organizzative.

alcune immagini

 

 

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X GIORNATA NAZIONALE DEL GIARDINO

13 APRILE 2013

 

A margine dell’evento si ricorda che la Giornata Nazionale del Giardino venne istituita dieci anni fa, su decisione dell’UGAI perché in contemporanea tutti i club associati esponessero, ciascuno nella propria territorialità, il tema de “Il verde pubblico è anche tuo”.

Lo spirito della celebrazione è quello di richiamare l’attenzione delle Autorità sull’esigenza di individuare, conoscere e ripristinare i giardini e i parchi pubblici. Con ciò proponendo alla sensibilità dei soci la necessità di riguardare al binomio pubblico – privato come ad una coniugazione indissolubile.

Questo è lo spirito col quale si attende alla celebrazione: fare per richiamare l’attenzione di tutti sulla cultura dei giardini e del verde pubblico, con quello che ne consegue: ad es. il rispetto, l’educazione, l’esempio della natura, la sua generosità.

Il Giardino Romano ha provveduto in occasione della Giornata Nazionale del Giardino a numerosi interventi a cominciare dal 2004 regalando al Comune di Roma un camelieto a Villa Torlonia in base al pregevole studio condotto dalla nostra Past President D.ssa Lanzara e con il consenso della Dott.ssa Campitelli della Sovrintendenza del Comune di Roma, che ancora oggi ha onorato con la sua presenza questa nuova iniziativa.

Il Giardino Romano ha proseguito la sua opera con la cartellinatura delle piante anche rare che si trovano nella Villa Aldobrandini.

Nel 2010 ha ripristinato uno dei due allori che si trova davanti alla c.d. reggia di Numa Pompilio al Palatino e una rosa al sacello delle vestali e ciò col consenso della Sovrintendenza Archeologica.

Nel 2012, in base al pregevole studio dell’Arch. De Vico Fallani ha concorso al ripristino a sue spese dell’esedra arborea di Piazza del Popolo e oggi nel 2013, nel decimo anniversario della Giornata del Giardino, in base ad uno studio archeologico dell’architetto Massimo De Vico Fallani sono state piantate a spese del Giardino Romano un cipresso, un pino e due tamerici onde integrare le essenze decadute nel tempo sulla Via Appia Antica.

Tutto ciò anche per merito e consenso della Sovrintendenza Speciale per i beni archeologici di Roma la quale ci ha onorato della sua diretta partecipazione.

Questo intervento è stato oggetto di un espresso riconoscimento con medaglia di bronzo del Capo dello Stato che ha voluto destinare un suo premio di rappresentanza alla speciale iniziativa.

Si esprimono i più vivi ringraziamenti alla Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Roma che ha partecipato in prima persona all’iniziativa assumendo le funzioni di promoter. Come pure la qualità di promoter spetta all’Arch. Massimo De Vico Fallani, al quale parole di elogio e di vivo apprezzamento non bastano.

Si ringrazia la Dr. Giovanna Alberti Campitelli che ci ha onorato per il suo intervento culturale e con la sua partecipazione affettuosa.

Si ringraziano il Dott. Marzio Giacalone, Benedetta Ramondelli, Franca Neuschuler, Anna Maria Migliori, Lucia De Angelis, Gloria Viero e la nostra Dott.ssa Paola Lanzara nonché i soci tutti che con il loro contributo hanno reso possibile l’evento.

 

Il Presidente del Giardino Romano - Garden Club

                 Avv. Antonio Rossini

 

Alcune immagini

ai lati di questo altorilievo sono state piantate le due tamerici l'altorilievo  rappresenta un guerriero che, messa a terra la sua armatura, si mostra in tutta la sua vigoria fisica si pianta una delle tamerici la past president Paola Lanzara illustra l'altorilievo ai soci la via Appia Antica - Regina Viarum Il Presidente Antonio Rossini apre la celebrazione. Al tavolo da sinistra: la dr.ssa Rita Paris, l'Arch. Roberta Campitelli, l'Arch. Massimo De Vico Fallani, la Dr.ssa Paola Lanzara

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La conferenza del Prof. Franco Bruno sulla 

"Origine della vita"

(resoconto a cura dell'Avv. Antonio Rossini)

Il 14 novembre 2012 il Prof. Franco Bruno ha svolto ai soci del Giardino Romano una interessante lezione sull’”origine della vita”, di cui dò un breve resoconto, ovviamente attingendo largamente alle conclusioni del Professore.

Egli si pone le domande

—  Come si è originata la vita, in  quali condizioni e in che modo ha potuto sorgere spontaneamente in un ambiente inizialmente sterile; come e in quali condizioni la prima protocellula si è formata in assenza di una vita preesistente, questo è il vero problema, considerato che:

—   1- non ci sono testimoni

—  2- la probabilità degli eventi è evanescente, la esistenza dei quali è così bassa da far apparire la comparsa della vita sulla Terra come una sorta di miracolo talmente improbabile da non poter essere descritto né dalla fisica né dalla chimica.

UN PO’ DI STORIA

·      Età dell’universo = 14 miliardi di anni

·      Età della Terra     = 5,5 miliardi di anni

·      Vita residua stimata della Terra = altri 5,5 miliardi di anni

·      Origine della vita sulla Terra = 4, 4,5 miliardi di anni fa

·      Primi fossili accertati = 3,5 miliardi di anni dal presente. Si tratta dei famosi stromatoliti australiani (simili ai cianobatteri attuali)

 

LA TERRA PRIMORDIALE

·      Atmosfera primitiva costituita da Idrogeno, Ammoniaca, Metano, Anidride carbonica, Azoto, Acqua sotto forma di vapore. Mancanza di Ossigeno molecolare O2

·      Con queste condizioni di ambiente il problema dell’origine della vita diventa un aspetto del processo evolutivo generale della Terra.

·      La transizione dal non vivente al vivente non è un fatto (non è stato dimostrato), è una ipotesi di ricerca sostenuta da sperimentazioni, scoperte e ragionamenti “sensati”

 

DEFINIZIONE DI VIVENTE

·      Che cos’è vivente?

·      E’ vivente un sistema capace di automantenersi, cioè di metabolizzare, crescere e riprodursi. E’ inoltre capace di mutare ed evolversi.

·      Si comprende che la presenza di un sistema genetico è assolutamente essenziale

·      In conclusione il problema dell’Origine della Vita viene a coincidere con l’origine di un sistema genetico, capace di trasmettere l’informazione e di replicare un programma in continua evoluzione.

 

TEORIE SULL’ORIGINE

 

A – IPOTESI EXTRATERRESTRE

 

1.    PANSPERMIA, Arrhenius, 1907, primo fautore di questa ipotesi . Secondo tale ipotesi la vita sarebbe nata in qualche luogo dello spazio e, in seguito, avrebbe colonizzato la Terra.

·      2. F.Crick, uno degli scopritori del DNA, sostiene che esseri intelligenti avrebbero “inseminato” la Terra.

·      3. Più credibile appare l’ipotesi secondo la quale comete o asteroidi avrebbero portato sulla Terra le prime cellule dalla cui evoluzione si sarebbero originati i viventi che popolano il nostro pianeta.

·      4. Studi recenti hanno mostrano che il DNA adsorbito alle particelle di ARGILLA, non solo persiste per tempi lunghissimi nell’ambiente,

 ma mantiene pure le sue “caratteristiche” biologiche.

 

B – IPOTESI TERRESTRE

·      Secondo tale ipotesi la vita sarebbe nata sul nostro pianeta.

·      Viene condivisa dalla quasi totalità degli scienziati e sarebbe avvenuta in 2 tappe: prima si sarebbero formate le molecole organiche ( a partire da sostanze inorganiche ) ed in un secondo momento esse avrebbero dato origine alle prime cellule per fenomeni di autoaggregazione.

 

1.   Ipotesi del brodo caldo diluito: Oparin – Haldane (-1930) piccole molecole organiche formano molecole più complesse

2.   Esperimento di Miller – 1953 simulazione di un sistema atmosfera / oceano sottoposta a scariche elettriche generative di composti organici

3.   RNA World : catene di RNA formatesi spontaneamente

4.   Pizza Primordiale Acidi grassi e lipidi possono aver formato uno strato sulla pirite (roccia eruttiva), formando la "pizza primordiale“, ciò avrebbe facilitato le reazioni di condensazione e quindi la formazione di polimeri implicati nel metabolismo e di molecole in grado di autoriprodursi

Come si vede questi batteri vivono in condizioni estreme come quelle che dovevano esserci nelle condizioni primordiali della Terra, sono perciò più antichi dei batteri attuali o Eubatteri

Il Prof. Bruno ha poi ricordato la ipotesi di Ageno del 1991 sulla formazione del contenitore per ottenere tutte le molecole necessarie al funzionamento sia pure di una protocellula, nonché la ipotesi di Ageno del 1996 a proposito della fotosintesi quale sorgente di energia.

Si osserva che

·      Per un paio di miliardi di anni almeno gli unici organismi viventi sono stati organismi unicellulari (PROCARIOTI)

·      Un miliardo e mezzo circa di anni dal presente, da una simbiosi di 4-6 protocellule si forma la cellula eucariota (MARGULIS, 1970, TEORIA SIMBIONTICA): l’evoluzione progredisce rapidamente

·      EUCARIOTI, costituiti cioè di cellule eucariote sono le piante, gli animali fino all’uomo,i funghi, i protozoi e i mixomiceti.

Avviandosi alla conclusione il Prof. Bruno osserva che stabilire l’inizio della fotosintesi significa trovare la chiave di volta dell’evoluzione.

“FOTOSINTESI E RESPIRAZIONE SONO PROCESSI CORRELATI MA NON NECESSARIAMENTE CONQUISTE EVOLUTIVE. AMBEDUE CONCORRONO AD ACCUMULARE ENERGIA PER LA CELLULA

POTREBBERO BENISSIMO AVERE AVUTO UNO SVILUPPO CONTEMPORANEO

“UNA CELLULA E’ UNA SOLUZIONE ACQUOSA DI COMPOSTI CHIMICI DELIMITATA DA UNA MEMBRANA, MA NON E’ L’UNICA MATRICE COMUNE DI TUTTI GLI ORGANISMI (vedi CENOCITI, POLIENERGIDI, VIRUS, BATTERIOGAGI, MICOPLASMI, ecc.)

UNA CELLULA EUCARIOTA NON RAPPRESENTA UNA STRUTTURA MINIMA MA UN  2° LIVELLO GERARCHICO,  UN SISTEMA DI SISTEMI.

“In sostanza NON SI PUÒ DARE UNA DEFINIZIONE SEMPLICE E LINEARE, TUTTO QUELLO CHE SAPPIAMO FARE È ELENCARE UN CERTO NUMERO DI CARATTERISTICHE ESSENZIALI CHE GLI ESSERI VIVENTI POSSIEDONO E SENZA LE QUALI NON SAREBBERO TALI:

–      “Un essere vivente è una determinata quantità di materia organizzata, limitata nel tempo e nello spazio, capace di metabolizzare, riprodursi ed evolvere. Nella vita c’è ordine e disciplina, le molecole non si muovono a caso, essere vivo vuol dire essere sempre pronto a compiere una serie di azioni, insomma c’è una organizzazione, un flusso continuo di materia, di energia e di informazione.

–      “Tutti gli esseri viventi introducono continuamente materia nel proprio corpo, devono cioè nutrirsi a tutte le età perché tutte le parti compreso il DNA si devono inevitabilmente SOSTITUIRE.

–      “Quindi per vivere, per mantenerci ordinati (bassissima entropia), per espletare le funzioni degli esseri viventi abbiamo bisogno in continuazione di AUTOSOSTITUIRCI. Cambiano le molecole, resta la forma, resta il progetto, le funzioni, ecc. ma gli individui si modificano senza interruzione e con un certo ritmo. In apparenza restiamo gli stessi ma siamo sempre in trasformazione, la nuova materia sostituisce la vecchia e ne prende forma.

–      “Tutto in un essere vivente deve essere controllato e ricontrollato perché l’ordine biologico non nasce in modo spontaneo e non rimane cristallizzato, ma è frutto di un CONTROLLO e di una INFORMAZIONE, un’altra parola chiave della vita

–      “L’Informazione essenziale per la vita è portata dal DNA: un GIGANTESCO TESTO SCRITTO CON UN ALFABETO DI SOLE 4 LETTERE A,C,G,T e presente in tutte le cellule del nostro corpo, cioè ogni cellula contiene le istruzioni per l’uso (il GENOMA).

–      “Come depositario dell’informazione genetica il DNA si comporta come fosse eterno e immutabile, ma lo studio dell’evoluzione biologica ha mostrato che col tempo (migliaia di generazioni) anche i genomi cambiano, o, meglio, evolvono. Usiamo dire che gli organismi evolvono, ma non è vero: in realtà sono i loro genomi a farlo. IL MECCANISMO DI DUPLICAZIONE DEL DNA infatti NON È PERFETTO, è QUASI perfetto: si verifica un errore ogni MILIARDO di caratteri nucleotidici copiati. Molti di questi errori non hanno effetti o sono deleteri, ma qualche volta le nuove combinazioni sono più vantaggiose in un ambiente mutato e finiscono per soppiantare il genoma preesistente. Le popolazioni cambiano.

–      “Attraverso concetti di energia, materia e informazione ci siamo congiunti con il processo biologico per eccellenza, l’evoluzione, cioè il processo dei viventi: CONTINUITÀ, MUTAZIONE E SELEZIONE.

–      “Ricordate cosa disse PASTEUR? : “un po’ di scienza allontana da Dio, ma molta riconduce a LUI.

–      “Ora ne avete acquisita molta e avrete capito che: Pur non influenzando l’evoluzione, a LUI sarebbe bastato mettere insieme 4 basi azotate e uno zucchero per ottenere un database formidabile dal quale hanno preso origine tutte le forme viventi passate e presenti sulla Terra”.

Prof. Franco Bruno

 

In nota alla dotta lezione, resta il fatto che “l’origine della vita” costituisce uno dei problemi più profondi per la umanità perché è ancorato al quesito esistenziale e solo uno sforzo intellettuale e di fede riesce a dare ragione della vita; questo meraviglioso dono che noi appassionati di piante e di giardini  cogliamo nei suoi significati più belli e più profondi.

Ringrazio il Prof. Bruno per la sua esposizione che indubbiamente è stata incisiva sui nostri pensieri.

Avv. Antonio Rossini 

 

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Il Giardino Romano alla Cascata delle Marmore  

(ottobre 2012)

Domenica 7 ottobre abbiamo avuto il piacere di assistere da vicino a questo spettacolo.

Da vicino perchè la guida ci ha condotto dal belvedere superiore a quello inferiore attraverso un percorso tra i boschi, a pochi metri dall'acqua che con forza impressionante si avventava giù per il declivio. I sentieri sono quasi tutti a scalini e la fatica della discesa è grande ma ancora più grande è la soddisfazione per lo spettacolo, sempre diverso ad ogni curva e sempre affascinante.

Abbiamo girato un breve, semplicissimo video che vi proponiamo in questa pagina. Per vederlo basta cliccare sulla freccia che vedete al centro dell'immagine.

Non finiremo mai di ringraziare gli amici soci del Garden di Terni per la costante assistenza e segnatamente la Presidente Laura Chiari Bartolocci, la signora Maura Raminelli, impeccabile organizzatrice e la signora Gabriella Galeazzi, preziosa guida per lo spostamento alla foresta pietrificata.

MG

 

 

 

 

 

 

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Orti e Giardini – Il cuore di Roma antica.

(22/09/2012)

 

 

Il 22 settembre scorso siamo saliti sul Palatino per l’evento Orti e Giardini. Ne siamo discesi, dopo circa tre ore, con  la consapevolezza di aver vissuto un evento di altissimo livello culturale e storico.

Massimo de Vico Fallani, esimio architetto, docente della scuola di specializzazione dei beni architettonici e del paesaggio dell’Università di Roma, ci ha descritto i particolari storici ed architettonici di questi luoghi di grande fascino facendoci capire quanto alto e raffinato fosse il gusto degli uomini di quel tempo. Grazie di cuore.

Ma questa visita al Palatino ha registrato una “prima assoluta” di grande interesse: la partecipazione, insieme a noi, dei soci del Garden club di Terni, primo esempio di visita congiunta che ci ha fatto veramente molto piacere.

E’ questa un’esperienza da ripetere e della quale il Consiglio Direttivo terrà sicuramente conto nella preparazione dei nuovi programmi.

Ai soci del Garden di Terni rinnoviamo il nostro saluto ed un arrivederci sul loro sito internet che sappiamo prossimo al debutto.

MG

Alcune immagini

I Garden di Roma e Terni insieme sul Palatino Laura Bartolocci (a sinistra) presidente del Garden di Terni con Nino e Serena Rossini soci in controluce sul Palatino

 

 

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FLORA CULT 2012

(27-29 aprile) 

 

Anche questo anno abbiamo partecipato alla manifestazione.

Le socie Elisabetta Filippetti, Matilde Studer, Antonietta Rocchi Cionni, Silvia Fulignati Rocchi, Lorenza Bartolazzi Tonci, Annamaria Migliori hanno gestito un nostro tavolo ed hanno raccolto l’interesse dei visitatori.

Abbiamo ricevuto la visita ed abbiamo sviluppato utili contatti con le socie del Garden Club Stabiae (che sono venute con un pullman messo a disposizione dall’Associazione), con le socie del Club di Savona, e con quelle di Catania di cui fa parte il Vivaio Valverde e che ci hanno invitato a avviare delle possibili attività culturali di scambio attraverso viaggi di studio.

Il Consiglio ringrazia vivamente le socie che hanno intrattenuto i visitatori nonché Carla Zamponi per la composizione floreale e col manifesto da Lei dipinto come insegna del Garden.

     

    Il Presidente

Avv. Antonio Rossini

 

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IX GIORNATA NAZIONALE DEL GIARDINO

 

 

Il Giardino Romano Garden Club ha celebrato il 14 aprile 2012 la Giornata Nazionale del Giardino istituita dall’Unione Giardini Italiani UGAI.

La Giornata Nazionale del Giardino ha per iscopo di illustrare il tema “Giardini condivisi. Valorizzazione del verde in città” alla cittadinanza e il Giardino Romano vi ha concorso in più occasioni dando una partecipazione attiva e influente; è sufficiente ad esempio ricordare il “camelieto” a Villa Torlonia, piantato per il ripristino dell’originale perduto da anni; lo “alloro” piantato davanti alla regia ritenuta di Numa Pompilio al Foro Romano e la rosa al Sacello delle Vestali con l’intervento della Dott.ssa Tomasello della Sovrintendenza del Comune di Roma, la illustrazione della “Quercia” centenaria all’Orto Botanico con l’intervento del Prof. Spada della Università di Roma.

Nella ricorrenza della Giornata Nazionale del Giardino del 14 aprile 2012 il Giardino Romano si è dedicato al ripristino dell’esedra arborea a confine di Piazza del Popolo così come esistita nel lontano 1846.

A tale riguardo il Giardino Romano ha provveduto al restauro dell’esedra piantando i cipressi scomparsi nei due giardini antistanti la piazza, e si è avvalso dello studio e della sapiente guida dell’arch. Massimo De Vico Fallani, studioso specialista di chiara fama.

Con tale intervento il Giardino Romano, che ha una tradizione di 58 anni di attività per la diffusione e la conoscenza dei giardini pubblici e privati, ha voluto incidere sull’opera di ripristino del verde pubblico.

Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica ha inviato al Giardino Romano Garden Club in riconoscimento del particolare evento una medaglia che il Capo della Stato “ha voluto destinare, quale suo premio di rappresentanza, alle speciali iniziative organizzate in occasione della IX Giornata Nazionale del Giardino 2012”.

La nota conclude con “l’augurio sentito per il successo dell’iniziativa”.

Segue la illustrazione storica del parziale restauro dell’esedra arborea di Piazza del Popolo

 

                                                                                                              Il Presidente

Avv.Antonio Rossini

 

 

 

 

  1. 1.  Interesse storico ed artistico

L’architetto francese Martin Louis Berthault concepisce il giardino del Pincio (ultimato nel 1813) e la trasformazione di piazza del Popolo con le due grandi esedre. Nell’area attualmente costruita, compresa tra l’esedra di fondo ed il fiume, era stata prevista dall’architetto napoleonico una sistemazione a giardino, che insieme alla piazza ed all’impianto a verde superiore avrebbe costituito un più grande allestimento esteso fino al fiume, di cui piazza del Popolo veniva a costituire l’episodio monumentale centrale.  Dalle terrazze del Pincio l’esedra di cipressi che fronteggia le prospettive del Pincio in asse con l’attuale via Ferdinando di Savoia costituisce una delle più belle vedute di Roma ed è stata ritratta numerosissime volte da incisori e fotografi fino ai nostri giorni, al punto che è possibile quasi seguire passo per passo le vicende storiche e le trasformazioni della piazza. Già nel 1826 un’acquaforte di G. Balzar (fig. 1) mostra le esedre realizzate, dove ancora mancano gli interventi di Giuseppe Valadier intorno all’obelisco e le prospettive a ridosso del monte Pincio. Si vedono però già i cipressi, che per il loro giovane aspetto potrebbero esser stati piantati da pochi anni. Questo dimostra comunque che i cipressi fanno parte del progetto d’insieme praticamente fin dalla sua concezione. Una planimetria del 1846 allegata alla documentazione per il passaggio del giardino al Comune di Roma da parte della Camera Apostolica conferma l’esistenza della piantagione, ed anche se non si vede traccia della sistemazione a giardino posteriore ideata da Berthault, in questo disegno appare con evidenza la continuità compositiva che unisce la piazza al giardino superiore. Di pochi anni successivi è un’altra suggestiva incisione di Luigi Rossini (fig. 2), dove i cipressi appaiono più cresciuti e sono peraltro molto più numerosi di quelli che comparivano nella veduta di G. Balzar.  Ancora in una fotografia del 1885 (fig. 3), il filare compatto di cipressi riveste armoniosamente l’esedra, confermando in pieno la veridicità delle precedenti documentazioni grafiche.

L’esedra arborea è un motivo classico dei giardini e dell’urbanistica romana. Come fondale monumentale, dagli esempi romani (le esedre delle Terme) a quelli dei giardini rinascimentali (villa Albani-Torlonia, giardino vaticano del Belvedere), al grande abbraccio berniniano del colonnato di san Pietro, fino ai tempi moderni (Esedre arboree di piazza Venezia) rappresenta uno degli elementi figurativi più caratteristici della Roma antica e moderna.

Inoltre, a partire dai primi del secolo scorso, l’esedra arborea di piazza del Popolo ha assunto il significato aggiuntivo di schermatura che nasconde gli edifici d’abitazione successivamente costruiti alle sue spalle.

 

2.  Il degrado

Da diversi anni questa esedra si è impoverita e resa irriconoscibile nel suo significato per la morte e la mancata sostituzione di diversi cipressi, dei quali sono ben riconoscibili le ceppaie ancora rimaste in sito.

Il paragone tra alcune immagini fotografiche rispettivamente del 1990 e attuali mostrano come il processo di degrado si sia accentuato negli ultimi anni, aprendo larghe lacune attraverso le quali i fabbricati compaiono distruggendo la bellezza e la funzione urbanistica di questo importante elemento.

- 1990 nonostante i primi segni di degrado, la cortina di cipressi è ancora sostanzialmente integra (fig. 4)

- 2012 la schermatura non esiste più per la perdita di molti cipressi, dei quali almeno quattro sul lato sinistro e due sul lato destro (fig. 5)

 

3. La proposta

Per tali considerazioni, nell’interesse della bellezza dei giardini e di Roma, il Garden club della nostra città ha inteso restaurare l’esedra ripiantando almeno sei dei cipressi scomparsi, avvalendosi dell’amichevole disponibilità a prestare consulenza dello studioso specialista architetto Massimo de Vico Fallani.

L’architetto de Vico ha studiato il progetto analizzando la documentazione storica e paragonandola allo stato attuale. L’individuazione delle localizzazioni dei nuovi cipressi sono il risultato di un’indagine visiva (figg. 6. 7, 8)

La nostra iniziativa vuole essere al tempo stesso concreta ma anche stimolatrice di più approfonditi interventi volti a restituire nei tempi più brevi la fitta cortina di cipressi quale si vede nelle fotografie della fine del secolo XIX. Nonostante l’assenza delle competenti autorità capitoline, la cerimonia di piantagione è avvenuta il giorno 14 aprile scorso alla presenza di numerosissimi soci, della dottoressa Alberta Campitelli, direttore dell’ufficio ville e parchi storici, e del progettista architetto Massimo de Vico Fallani. Nell’occasione è motivo di lusinga apprezzatissima la medaglia che il Capo dello Stato Giorgio Napolitano ha voluto concedere al ‘Giardino Romano’ come riconoscimento della sua pregevole azione a favore della bellezza e della conservazione di Roma.

 

Con la elaborazione dell’Arch. Massimo De Vico Fallani

 

Il Presidente del Garden Club di Roma                                                                                                                                           

                                                                                              Avvocato Antonio Rossini

 

 

Illustrazione storica

Acquaforte di G. Balzar del 1826 Incisione di Luigi Rossini (circa 1835) Fotografia del 1885 Fotografia del 1990 Fotografia del febbraio 2012 Indagine visiva per la localizzazione dei nuovi cipressi Indagine visiva per la localizzazione dei nuovi cipressi

 

 

 

 

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La conferenza di Paola Lanzara su Fritz Kahn

 

22 aprile – Orto Botanico di Roma, una domenica noiosa come ce ne sono tante: il giorno di festa o è un giorno di esultanza o forse di quieta passeggiata senza meta. A qualcuno piace e ad altri no.

Alle 16.30 c’è sul programma una conoscenza del tutto nuova: un naturalista contemporaneo (è morto nel 1968), praticamente ignorato in questa veste, che ci dà una robusta mano per percorrere i sentieri della natura.

E’ una novità mondiale poiché di Fritz Kahn naturalista nessuno ha mai parlato.

Giacchè  il Giardino Romano Garden Club ci offre questo percorso nell’ambito della manifestazioni indette dal museo dell’Orto Botanico, in fondo si può tentare ; ed entriamo .

Quando siamo usciti molti di noi avevano quasi le lacrime agli occhi non solo per aver conosciuto questo tesoro nascosto nel mare anche troppo piatto che ci circonda ma anche per il susseguirsi di un caleidoscopio d’immagini in cui chiaramente e semplicemente sono raccontate le bellezze del mondo vegetale. Ma non è tutto.

Nel grande libro verde che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni si sottolinea “l’intelligenza“ vitalistica delle piante che suggeriscono all’uomo le soluzioni che egli, attraverso la scienza, cerca.

(nota di Paola Lanzara)

le foto

durante la conferenza il Prof. Blasi, direttore dell'Orto Botanco, ringrazia la conferenziera

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Gita alla Villa di Bibbiani in Toscana - 12 aprile 2012

 

Il grandioso parco paesaggistico che circonda la villa è stato creato nella prima metà dell'Ottocento da Cosimo Ridolfi, agronomo ed uomo politico, collezionista di conifere esotiche che ha introdotto ed acclimatato a Bibbiani. Nel parco si ammirano sequoie, libocedri e chamaeciparis secolari.
La villa ha una storia ben più antica essendo stata proprietà della famiglia Frescobaldi sino al passaggio per ragioni di matrimonio, ai Ridolfi. Molto interessante anche il giardino formale con una originalissima fontana a cascatelle probabilmente barocca. Questo giardino è stato realizzato vicino  alla villa  presumibilmente all'inizio del Novecento, e presenta un importante teatro di verzura, e belle forme topiarie nelle aiuole geometriche . Un rarissimo teatro del Settecento si trova all'interno della villa, conservato con le originarie scene 'agresti'. Fino a qualche anno fa era possibile ammirare sul retro della villa un'importante collezione di camelie, oggi purtroppo scomparsa.

 

(nota di Antonio Rossini)

 

 

 

Villa di Bibbiani - foto di Elvira Imbellone

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Visita di Villa Paolina

venerdì 23 marzo un folto gruppo di soci ha avuto il privilegio di visitare, con la competente guida della dr.ssa Carla Benocci, la villa che fu di Paolina Bonaparte.

Oggi, proprietà della Francia, ospita la sua ambasciata presso la Santa Sede.

Il grazioso giardino della villa si trova esattamente al di la della breccia praticata dai bersaglieri nelle mura aureliane, nei pressi di Porta Pia, per la conquista di Roma nel 1870.

 

La nostra socia Elvira Imbellone ci ha inviato queste foto:

 

(clicca per ingrandire le foto e leggere la didascalia)

 

 

Villa Paolina

il prospetto della villa dal giardino Questa è la vasca da bagno di  Paolina, che veniva riempita di latte di asina. E' stata sistemata in quest'area del giardino nel restauro  curato da Balthus. L'affresco sulla volta della galleria: canne di bambù e gelsomino

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"Evoluzione e Creazione"

                                                                                             Roma 23 gennaio 2012

 

Il Prof. Franco Bruno dell’Università di Roma La Sapienza ha tenuto ai Soci la lezione su “evoluzione e creazione”.

Il tema della creazione che ciascuno si pone, ha radici fin dalla civiltà ed è stato oggetto di valutazioni fisiche e metafisiche a cominciare dai miti, dalla Bibbia, dai filosofi presocratici.

Aristotele osservava che i primi filosofi individuarono il principio di tutte le cose nelle specie materiali: Physis matrice di tutte le cose, da cui provengono e a cui ritornano.

Il Prof. Bruno dice di essersi divertito a dipanare la matassa di false idee acquisite da giovane ed è sceso dalla lunga scala della evoluzione dell’uomo, riferendo sullo stato del pensiero che hanno ispirato quelle ricerche, fino ad oltrepassare il big – bang ed a mostrarci il “senso dell’eternità”.

La creazione si innesta nella vita dell’uomo e ne coesiste. La scienza può aiutare la fede, ma la fede è un dono di Dio.

Abbiamo il piacere di trascrivere le conclusioni del Prof. Bruno.

Antonio Rossini

 

 

EVOLUZIONE  &  CREAZIONE  -  CONCLUSIONI

 

  • Adamo ed Eva non sono mai esistiti o meglio non si sono mai incontrati sulla Terra
  • Noi SAPIENS non siamo mai stati soli sulla Terra.  40.000 anni fa vivevano 5 specie del genere HOMO
  • I SAPIENS erano neri. Siamo stati quindi i primi migranti provenienti dall’Africa
  • Siamo l’unica specie parlante, anche se i Neanderthal sembra si facessero capire
  • Sulla base della teoria di Einstein lo spazio-tempo al big-bang e nei buchi neri si annulla, cioè finisce con la singolarità
  • Alcuni fisici ritengono che Dio sia la singolarità cosmologica, ossia l’autore del big-bang
  • Non conosciamo le condizioni in quel momento ma solo quelle a 10-43 sec dopo = cioè diametro 10 -33 cm, e T 1032 °C
  • Sulla base della gravitazione quantistica a loop l’universo sembra essere esistito anche prima del big-bang ma in fase di contrazione
  • Se vero, questo potrebbe essere il senso dell’eternità
  • Il tempo quindi non finisce con la singolarità
  • Ma le condizioni reali e soprattutto la sua origine restano coperte da un velo, sono inaccessibili. L’Universo continua a celare i suoi enigmi
  • L’Universo è inoltre altamente ordinato nonostante l’entropia sia in continuo aumento
  • Quale è l’origine di questo ordine? Se è la gravità, essa doveva esistere anche prima del big-bang. Anche questo da senso all’eternità
  • L’ordine inoltre è anche alla base della vita di tutti gli organismi. Disordine cioè aumento di Entropia vuol dire morte.
  • L’Universo è una struttura complessa oltre che ordinata. Ma la complessità è anche alla base della vita degli organismi animali e vegetali
  • Lo stesso sistema solare è capace di sostenere e dare origine alla vita 
  • Dio non influenza l’evoluzione cioè non agisce per trasformare una zampa in una pinna! Dio crea dal nulla!
  • Il senso della Genesi è che l’universo ha un creatore, ma come Dio ha creato non lo sappiamo. I primi 11 capitoli, la cosiddetta ‘preistoria biblica’ cioè ‘creazione, peccato originale, diluvio universale’ rappresentano l’origine biblica dell’Universo, ma considerare Adamo ed Eva personaggi storici è un errore perché il libro della Genesi non è storico
  •  Creazione ed evoluzione convivono dunque su piani diversissimi

Per concludere

 

  • - HO PRESENTATO ARGOMENTAZIONI ENTRO LA LOGICA DELLA SCIENZA
  • - CREAZIONE ED EVOLUZIONE COESISTONO
  • - MODI DIVERSI DI CONSIDERARE LO SPAZIO-TEMPO:
  •      DA OSSERVATORI INTERNI AL SISTEMA
  •      DA CREATORI ESTERNI AL SISTEMA
  • - SULLA TERRA L’AFRICA E’ IL PARADISO TERRESTRE ANCHE SE ADAMO ED EVA          
  •    NON SONO MAI ESISTITI O NON SI SONO MAI INCONTRATI! 
  • - PASTEUR DISSE CHE “UN PO’ DI SCIENZA ALLONTANA DA DIO, MA MOLTA 
  •    RICONDUCE A LUI"
  • - L’HO NEGATO PER 50 ANNI

Franco Bruno

 

 

 

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Viaggio nel Perigord

Nel giugno del 2011 siamo andati nella regione francese del Perigord. Il viaggio è stato pienamente apprezzato da tutti i partecipanti sia per la bellezza dei luoghi visitati che per l'impeccabile organizzazione. Alcune socie ci hanno inviato le loro foto. Le pubblichiamo di seguito, suddivise per autrice.

 

(cliccare su ogni foto per ingrandirla e leggere la didascalia)

Elvira Imbellone

Cephalaria gigantea  - Jardin d'Albarède dei coniugi Lapouge Hemerocallis sp. - Jardin d'Albarède Hemerocallis lilio asphodelus o giglio dorato - Jardin d'Albarède Orlaya grandiflora - Jardin d'Albarède   Verbena bonariensis - le Jardin d'Albarède Dianthus carthusianorum o garofano dei certosini - Jardin d'Albarède P1150392 Topiaria realizzata sagomando i bossi che crescono spontanei nel bosco, secondo una tradizione locale dei contadini - le Jardin d'Albarède il borgo fluviale de La Roque Gageac  sulla Dordogna  Le Jardin d'Eau di Didier Bernard - la collezione di loti vanta 16 cultivar e specie ninfee esotiche - Jardin d'Eau Le Jardin d'Eau - Nymphaea 'Gloriosa' che fiorisce da aprile a ottobre sugli spalti del castello di Losse: un lungo camminamento con topiaria Rosa 'Ghislaine de Féligonde' nel castello di Losse Jardin de l'Imaginaire - uno scorcio suggestivo del bosco con ortensie Jardin de l'Imaginaire - sentiero botanico col fondo di gusci di noci una curiosa colombaia su pilastrini la confluenza  Dordogne - Vezère a Limeuil Chateau Sardy a Vèlines - la casa con peschiera chateau Sardy a Vèlines - la terrazza un'ampia aiuola scoscesa che evoca la ruota di un pavone, realizzata con bosso, leccio e acero campestre - chateau de Veyrignac il caratteristico Borie  La Stevia rebaudiana, lo zucchero per i diabetici - giardino di Cadiot  Artemisia ludoviciana  'Valerie Finni' - giardino di Cadiot Monarda sp. pianta medicinale - giardino di Cadiot Campanula lactiflora 'Loddon Anna' - giardino di Cadiot   la grande e bella foglia frastagliata della Macleaya cordata - giardino di Cadiot Bupleurum fruticosum - chateau Sardy a Vèlines

Cecilia Piraino Greco

un angolo del giardino del castello di Veyrignac la peschiera del castello di Veyrignac veduta della Dordogna dal castello di Veyrignac un caratteristico Borie la Dordogna a Rocque Valeac le Jardin d'Eau di Didier Bernard una fontana del giardino "l'Imaginaire" il ponte medievale Valentrè a Cahors il castello di Rocque Galeac la verzère dal castello di Losse

Maria Mercedes Parodi Zangari

le belle vigne di Cahors con il ponte Valentrè simbolo della città isolotti di narcisi acquatici in fiore sulla Dordogna colocasia nera nel giardino acquatico il parco del castello di Losse passeggiare dentro una fontana giardinaggio intenso il nostro libro in buone mani castello di Losse