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Giardino Romano - Garden Club

c/o Gloria Viero Melchiorri - via Flaminia Nuova 290 - 00191 Roma

Telefono: telef. 06 36303441 - Cell. 335 5471636

E-mail: mariagloriaviero3@gmail.com

Presidente: Gloria Viero Melchiorri (Tel: 335 5471636)

Vicepresidente: Maria Mercedes Zangari Parodi (Tel: 339 5641529)

Soci: 200

 

 

 

 

Anno di fondazione: 1957

La voce dei soci

Elvira Imbellone alle Azzorre

Metrosideros excelsa Metrosideros excelsa Corteccia di Cryptomeria Corteccia di Cryptomeria Dracaena draco millenaria Euphorbia stygiana Pericallis malvifolia Hydrangea Lace Cap Hydrangeae endemiche nel paesaggio Hydrangeae endemiche nel paesaggio Hydrangeae endemiche nel paesaggio Hydrangeae endemiche nel paesaggio Hydrangeae endemiche nel paesaggio Hydrangeae endemiche nel paesaggio

 

 

 

Il “sogno” di Brunello Cucinelli a Solomeo, paesino dell'Umbria

 

di

 

Gabriella Patti d’Aquino

 

A 17 anni è stato illuminato da Kant, per poi passare a Socrate. Ma Aristotele è per lui il massimo. Gli fanno compagnia anche San Benedetto, assieme a Rousseau e Voltaire. La definizione che più gli piace è quella di essere un uomo perbene. «Abbiamo bisogno di gente perbene» scandisce col suo forte accento umbro mentre ti parla del pastore mongolo incontrato una settimana fa, pochi giorni prima di recarsi alla Stanton University dove gli hanno fatto conoscere dieci studenti “geni” americani. A chi gli chiede cosa pensi di questi ragazzi, suggerisce di farli stare «per almeno una settimana a Napoli, da soli», per vedere come e se riuscirebbero a cavarsela. Non ha paura del futuro, non ha paura della globalizzazione, non ha paura delle ondate dell’emigrazione.

Sì, insomma: ho conosciuto meglio Brunello Cucinelli il grande imprenditore umbro della maglieria di lusso, l’affascinante creatore del cachemire colorato. Le sue idee da filantropo moderno ma imbevuto di solida cultura artigianale, la sua azienda che non ha bisogno dei sindacati perché «basta parlarsi», un paese che lo rispetta, i suoi impiegati che ne parlano sempre bene, i suoi amici e collaboratori che lo stimano perché è uno che sa quello che vuole. Sono tutte cose risapute, analizzate, ammirate, discusse da giornalisti, sociologi, economisti. La sua visione della vita, la sua “formula” di lavoro sono talmente un successo che anche i “critici a priori”, quelli che per professione storcono sempre il naso, preferiscono stare alla larga.

Ero già stata altre volte a Solomeo, lo splendido borgo medievale vicino Perugia, che lui ha riportato a nuova vita trasformandolo oltre che in fabbrica anche in qualcosa di più di un centro culturale di primo piano: una visione, un sogno, ma un sogno concreto, con i piedi per terra e la saggezza dei vecchi contadini che tutto sapevano.

Qualche giorno fa, complice una visita esclusiva del Garden Club Giardino Romano, ho potuto vedere come procedono i lavori dei tre parchi del suo Progetto Bellezza realizzati con la consulenza dell’architetto/paesaggista Massimo De Vico Fallani. Il Progetto nasce per rispondere a una domanda che sempre più dovremo porci, anche se per ora continuiamo a voltare la faccia dall’altra parte. La domanda è: come si può far tornare l’Italia verde e bella? E la risposta di Cucinelli è: distruggendo il cemento. Sembra facile, ma poi non lo fa nessuno. Cucinelli invece sì. Su undici ettari di terreno, dove c’erano sei brutti capannoni industriali di  35mila metri quadrati, stanno davvero sorgendo tre parchi: il Parco dell’Industria, quello dell’Oratorio Laico e quello Agrario.

Mentre parla nel suo teatro come un Principe rinascimentale è impossibile non restare colpiti. Roma è una città in crisi? Sì, ma la colpa non è soltanto dei soliti politici. La colpa è anche dei suoi cittadini, tutti. «Se ognuno pulisse il proprio portone la città sarebbe pulita. Qui da noi facciamo così e, come vedete è tutto pulito». Però, nonostante le brutture, uno che promuove un Progetto Bellezza non può che essere un ottimista. È, infatti, è convinto che siamo in un’epoca migliore del passato, anzi speciale. Anche per l’Italia? Sì, anche per l’Italia. Anzi: «questo è un momento favorevole, abbiamo il miglior stato sociale al mondo, abbiamo la stima di tanta gente all’estero che ammira la capacità tutta italiana di affrontare e risolvere l’imprevedibilità». Ma come fa ad essere così ottimista? Ammette: certo «il male dell’anima è oggi più forte di quello di ieri». Ma di motivi per guardare con serenità al futuro, lui ne vede tanti. Spera, per esempio, in Papa Francesco, che ha ridato forza alle grandi idealità e allo spirito della  famiglia. Ma si capisce che la forza la trova dentro di sé e nel suo paese. Altrimenti, avendo cominciato dal nulla, non ce l’avrebbe fatta.

E ha davvero iniziato da zero. Tanti anni fa compra un appezzamento di terreno, sfiancando il proprietario che voleva invece vendere a una ditta di costruzioni pronta a farci 40 monolocali. Solomeo è la cittadina dove è nata sua moglie, che gli è accanto da 45 anni. Il paesino stava morendo, come tanti altri in Italia. E oggi è uno degli indiscussi poli mondiali del lusso. Ma è anche una scuola, perché Cucinelli crede ai giovani. Anzi, le scuole laboratorio sono più di una. Tutte centrate sulla valorizzazione dell’artigianato, quello di una volta, quello che ha reso unica l’Italia: la lavorazione del legno, del ferro ma anche - ovviamente - la sartoria. Ci vanno, senza pagare, apprendisti dai 18 ai 26 anni. Ai quali lui cerca di trasmettere il suo motto: custodire, abbellire e preservare. Ce ne vogliono di più, di italiani così.

 

Gabriella Patti d’Aquino

(gabriella.patti@email.it)

 

Articolo pubblicato nella rubrica “Che si dice in Italia” di America Oggi, quotidiano italiano negli Stati Uniti. Domenica 12 giugno 2016.

Fotografie 7 Giugno 2016

Massimo De Vico Fallani e Brunello Cucinelli Brunello Cucinelli

 

 

 

 

 

 

Gita a Cesi e Civitella D'Arna del 24.05.2016

 

di

 

Maria Gloria Viero Melchiorri

 

Prima tappa della gita e' stata la visita a Cesi (Terni), un paesino arroccato, cinto da mura medioevali. La casata Cesi acquisì il titolo dei Duchi di Acquasparta. Da questa nobile famiglia discendono 5 Cardinali e Federico Cesi,fondatore dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Eredi della famiglia i Marchesi Cittadini.

Appena arrivati siamo stati accolti con affetto dalla Presidente del Garden Club di Terni, Laura Chiari , che mi ha dato l'aiuto necessario per cercarmi il contatto con Marielaure Cesi, e che ringrazio tanto.Nel gruppo di amici che ci hanno ricevuto abbiamo incontrato la nostra amica Daniela Fe' d'Ostiani.

Abbiamo iniziato la visita del giardino della famiglia Cittadini.

Marielaure , insieme al marito Mariano, da circa otto anni lavorano da soli nel recupero del grande terreno che è sotto la Rocca e sotto il Palazzo di famiglia. In pochi anni hanno disboscato allori e piante e riutilizzato tutto il materiale proveniente dalla loro  terra .Entrando dal cancello d'ingresso abbiamo avuto la visione di questo affascinante spazio luminoso ,pieno di armonia, bellissimo.

Marielaure e Mariano in continuo working in progress, uniti da una grande passione hanno creato un giardino di grande sensibilità e fascino.

Marielaure ha grande esperienza in questo campo,avendo lavorato per tanti anni nel vivaio di famiglia in Provenza.

Quindi il concetto base del giardino e' uso di piante mediterranee per il risparmio d'acqua.

Il terreno ripido , terrazzato che con quanta fatica hanno reso affascinante, ricco di armonia e di colori tenui.Il giardino e' attuale ed in continuo movimento, come tiene a ripetere Marielaure , che ci ha trasmesso una grande vitalità e professionalità .

Lasciamo questo luogo, arricchiti nella mente e nel cuore.

Dopo circa 1ora e mezza di pullman , siamo arrivati alla "Ginestrella" da Maura La Cava che ci aspettava con entusiasmo e affetto.

La magnifica dimora , ricca di grandi saloni e opere d'arte in cui traspare sempre la personalità di Tari , mamma tanto amata di Maura.

Abbiamo pranzato in un'antica sala con volte a botte con tutti i prodotti Dell'Orto di famiglia.

Maura ci ha parlato della sua mamma e del suo amore per il giardino . Una rosa le e'stata dedicata Ad accoglierci la nuova Presidente del Garden club di Perugia,Giuseppina Massi Benedetti e con tanta gioia abbiamo rivisto l'amica Maria Viola,past president.

Abbiamo passeggiato, accompagnati da Maura, nel suo grandissimo giardino, ammirato gli aceri palmati, i grandi parterre di rose creati e voluti da Tari, il magnifico orto.

Ma , non posso dimenticare la visione del giardino immerso nel calmo e dolce paesaggio umbro circostante.Colori armoniosi,caldi e morbide colline che incantono.

Grazie Maura e Marielaure, per la vostra ospitalità e vitalità, torneremo...!

 

Testo e foto di Gloria Viero Melchiorri

Fotografie 24.05.2016

 

 

 

Gita del 17 maggio 2016 al “Giardino delle Centorose” di Andrea Emiliani a Budino di Foligno e al “Lavandeto di Assisi”, vivaio e giardino della Lavanda

 

di

 

Maria Luisa Guglielmi

 

L’avventura dell’agronomo e giardiniere Andrea Emiliani a Budino di Foligno, frazione pianeggiante a 5 km dalla città umbra, è nata 12 anni fa, dopo una esperienza con le rose a Montefalco. Il giardino da lui creato nel 2004, su circa tremila metri di terreno molto fertile, iniziato con cento rose da cui il nome, ne conta ora 800 dalle 400 varietà. In particolare sono presenti le rose di David Austin, dal nome del famoso ibridatore inglese, con oltre 218 varietà cartellinate, che rappresentano una delle più vaste collezioni al mondo di questo gruppo di ibridi. Emiliani ci confida che gliene mancano solo 6 per averle tutte ma sono molto difficili da trovare. Nel suo paradiso si possono ammirare anche oltre 110 varietà di iris anche loro cartellinati e molte, moltissime peonie (quelle color corallo ci sono tutte: Coral Charme, Coral Sunset, Coral Supreme e Pink Hawaian Coral); l’insieme del giardino è incastonato in un complesso geometrico, da lui ideato – ci dice - per essere ben visibile anche dall’alto, ad esempio da un aereo. Esso si compone di un grande rettangolo, di due cerchi (uno esclusivamente di rose con colori che vanno dal bianco al giallo all’arancio e l’altro di rose rosa nelle varie tonalità più tenui) e di un semicerchio. Il frutteto che conta più di trenta alberi (con il melo, il pesco ecc) e l’orto sono un po’ distinti. La maggioranza degli alberi che circondano la struttura sono frassini oxifilli e frassini maggiori, varietà scelta perché con le loro chiome non troppo folte fanno filtrare la luce, necessaria alle rose, mentre solo gli ellebori sono coltivati in pieno sole. In questo periodo il Dott. Emiliani lavora nel suo giardino tutti i pomeriggi, mediamente quattro ore al giorno, eseguendo varie operazioni, come togliere a mano le erbacce sotto le aiuole, fare la rimonda delle sfioriture, contenere le piante per motivo di spazio (altrimenti i rigogliosi cespugli si espanderebbero troppo), i trattamenti agli alberi e alle rose a seguito delle piogge infettanti di questa umida primavera, ecc. Inoltre accoglie gli ospiti. L’area è congeniale alla coltivazione: bonificata al tempo di Mussolini perché zona paludosa, fu utilizzata in passato per la produzione della barbabietola da zucchero, che vuole molta acqua e buona esposizione ma anche lavorazioni profonde e concimazioni. In profondità il terreno rimane umido (a circa cinquanta centimetri dalla superficie si trova l’acqua) e sopra invece si asciuga molto velocemente. Si capisce come le rose inglesi di David Austin qui trovino un ambiente piuttosto favorevole, convivendo felicemente nel rettangolo con altri tipi di rose, peonie (lui ci dice che le riproduce, le peonie erbacee e che le micorizza) e iris. L’irrigazione è a goccia in tutte le aiuole ed è completamente automatica. Spiccano fra le altre per la loro bellezza la rosa rampicante “Pierre de Ronsard” di Meilland, la “Royal Jubilee del 1985” rosa chiaro e albicocca, la rossa giallo oro “Carolyn Knight” di David Austin, la rampicante corallo di Sgaravatti (nome di fantasia), la “Jude the Obscure” del 1989 giallo uovo, la più profumata fra le rose di Austin. Stupefacente è poi la sempreverde “Stranvesia davidiana” nascosta tra le rose per la particolarità dei fiori di attrarre le api, e infatti ne notiamo molte svolazzarle intorno. Emiliani appassionato botanico si diverte a riprodurre alcuni tipi di rose, come le “Portland” e le rose “Iceberg”.Tra le peonie arboree del giardino, che però fioriscono in aprile sono da menzionare specialmente la “Jin-Je” dai fiori molto grandi di un colore giallo ricco con bordo del petalo arancio, la Trono di Corallo, la rosa di Zao e la Rockii Loto Bianco e Porpora (Xue Lian). Una peonia erbacea che meriterebbe di essere coltivata in ogni giardino è la Coral Charme. Una parte degli ibridi di iris ha già fiorito e gli steli alti con fiore blu sono magnifici, anche se un pò rovinati dalle recenti piogge battenti.

Dopo un abbondante e buona colazione in un ristorante non molto distante, ci spostiamo ancora per raggiungere il vivaio Castelnuovo di Assisi, il Lavandeto di circa due ettari in pianura a 3 km. da S. Maria degli Angeli di Assisi (la città di S. Francesco è visibile in lontananza sulla collina in tutta la sua estensione). E’ molto grande, per quanto esista da soli 10 anni. Oltre ai campi per la produzione della lavanda, si articola in giardini botanici con le collezioni di lavande, salvie e piante aromatiche. C’è pure un laghetto con le ninfee e i pesci rossi. All’entrata notiamo un bel cespuglio di rose “Clair Matin” e…uno scoiattolo! Ci inoltriamo in un labirinto incredibile di colori e profumi, e le sfumature delle piantine di ogni specie ci fanno riflettere sul fatto che anche tra le piccole erbacee la natura si sbizzarrisce nel creare infiniti percorsi. Una di esse, la lavanda, con la infiorescenza a spiga, conta numerosissime varietà, come la sempreverde “L. angustifolia” (o L. officinalis”), dalla particolare strettezza delle foglie, spontanea in tutto il bacino del Mediterraneo; la “L. lanata”, endemica della zona sud della Spagna, con foglie al contrario ampie e vellutate e molto grigie; la “L. dentata”, presente in natura nel Sud del Mediterraneo, con foglie finemente dentate e con fioritura lunghissima. Nei climi caldi questa è continua, come sembra avvenga adesso a Roma. Tuttavia esiste anche la dentata inglese (“Lavandula dentata candidas”, perenne sempreverde dall’alto cespuglio e dai fiori azzurro-chiaro-viola), come si mostra in questo lavandeto, insieme alla “L. pinnata”, alla “L.stoechas”, alla “Goodwin Grey”, ibrido tra dentata e lanata, di spiga blu violetto, la “Richard Grey” a foglia grigia, la angustifolia “Silver Mist”.Tutte sono adatte al secco (tutte vogliono il sole e poca acqua, in quanto questa non deve ristagnare nel terreno) ma le grigie ancora di più, ci dicono. La più profumata è l’”Arabian Night”; dai fiori viola intenso come nella produzione provenzale. Tutte vanno piantate a primavera e in autunno. Non si usano diserbanti in questo luogo: ogni cosa è fatta a mano. Passiamo poi al settore delle salvie, che fioriscono da adesso fino a novembre. Ammiriamo fra le altre la “Salvia fucsia”, la “Puebla Rose”, la “Microphilla cavalieri”, la “Purpurea” (commestibile), la “Stachys“, la “Nemorosa Caradonna”, slanciata e di colore violetto-scuro. Se la si spunta, ci dice la guida, può fare anche una seconda fioritura. Ci imbattiamo inoltre in altre erbacee, come la perenne rustica “Artemisia stelleriana”, dalle foglie dentate argentate e piccoli fiori gialli, la “Verbena Bonariensis” e la “Santolina”. Quest’ultima, ci assicurano, può essere potata bassissima che tanto ricresce. Nel giardino degli aromi troviamo ad esempio la “Melissa citronella” e le salvie ai sapori di mandarino e di ananas, la Stevia, pure commestibile, la “Santoreggia”, che come è noto si usa per le carni e i legumi, il basilico al limone e quello rosso. La nostra giornata tutta “en plein air” volge al termine e ritorniamo al pullman accompagnati dai giardinieri del vivaio.

 

Testo di Maria Luisa Guglielmi

 

N.B.

Le Foto del Giardino delle 100 Rose di Andrea Emiliani sono di Tilde Bonichi

Le Foto del Lavandeto di Assisi sono di Maria Luisa Guglielmi

Fotografie 17.05.2016

Il Giardino delle 100 Rose Il Giardino delle 100 Rose Il Giardino delle 100 Rose Il Giardino delle 100 Rose Il Giardino delle 100 Rose Il Giardino delle 100 Rose Il Lavandeto di Assisi Il Lavandeto di Assisi Il Lavandeto di Assisi Il Lavandeto di Assisi

 

 

 

 

Gita dell’11 maggio 2016 al “Paese delle Rose” Rocca Ripesena

e al “Castello della Sala”, proprietà Antinori, Orvieto

 

di

 

Maria Luisa Guglielmi

 

L’antico borgo di Rocca Ripesena sorge ai piedi di un’alta parete di tufo che ricorda un quadro cubista di George Braque, e probabilmente non è un caso che il creatore e curatore del progetto del “Paese delle Rose” sia un artista. Walter Branchi è infatti un personaggio eclettico: un apprezzato compositore, musicista e scrittore oltre che un rodologo di fama, specializzato in rose antiche e moderne e già vivaista. Ha saputo valorizzare questo suggestivo ambiente naturale  attraverso l’immissione di numerosissimi cespugli di rose antiche di diverse varietà e colori alla base della rupe rocciosa e lungo i muri, i cortili e gli angoli del paesino. L’opera della natura e quella dell’uomo si fondono in un insieme armonioso che riguarda anche il pittoresco e ordinato centro abitato, con i suoi 50 residenti tesi a prendersi cura delle piante che ornano le loro case private. Non ci sono negozi o uffici; solo un albergo. Il piccolo commercio riguarda i prodotti locali come la crema di rose o la marmellata di castagne. L’associazione orvietana dei genitori sostiene l’iniziativa, che ha il momento “clou” a maggio, con le feste organizzate in loco.

Walter Branchi ci racconta che piantò le prime rose, bianche, intorno all’edicola della Madonna del paese nel 2012: varietà “Madame de Sombreuil”, rosa Tè rampicante dal nome di una contessa che durante la rivoluzione francese ha dovuto bere il sangue degli aristocratici decapitati per salvare temporaneamente il padre. La raccolta di rose incominciò tuttavia nel 2011 con la donazione di un certo numero di esse da parte di Romero Branchi ha scelto per costellare il pianoro ai piedi della rupe di rose antiche, come le francesi “Noisette”, che discendono dall’incrocio con una rosa cinese “Old Blush” e una rosa moscata risalente ai primi dell’’800, le inglesi David Austin, abbastanza rifiorenti, e le Tè, così chiamate da “Tea”. La collezione si presenta rigogliosa, con tanti boccioli per cespuglio, e difatti esse sono molto curate, con prodotti aggiornati somministrati a rotazione perché c’è assuefazione in esse, mentre le terra è neutra, non troppo acida: le rose sono molto tolleranti in questo senso. Branchi ci mostra con amabilità uno per uno gli esemplari da lui collocati, non stancandosi anche di rispondere alle nostre domande. Ed ecco la “Bianca di Corbara”, rosa che lui stesso ha ibridato, poi la “Rosa gallica officinalis”, la famosa rosa rossa emblema della casa dei Lancaster, protagonista della “guerra delle due rose”, così chiamata perché usata in passato in farmacia; la rosa antica cinese “Irene Watts Guillot 1859”; la “Iceberg Burgundy” del 1998; la “Kathleen Pemberton”. Ci dice che le Pemberton sono tutte rifiorenti. Le varietà di rose presenti sono 300 ma le piante sono molto di più, come il sambuco, l’albero salice “Salix Caprea”, le acacie sotto la parete rocciosa. Niente viene sprecato: l’erbaccia si raccoglie, si fa seccare e serve senza fare la composta; l’ortica ad esempio è ricca di azoto e costituisce un tipo di concimazione naturale ai piedi della rosa. Continuando il percorso fra le rose antiche, ecco la “Rosa Alba” e la francese dal nome tradotto in italiano “Coscia di ninfa emozionata” (Cuisse de nimphe Emué), poi i globi del “Boule de neige” e ancora la fantastica vellutata rossa profumata “Baron Giron Girod de l’Ain”, un ibrido perenne che usano molto in Francia alla fine dei filari delle vigne perché ha un portamento eretto, colonnare che non intralcia il passaggio dei trattori. Rifiorisce due volte l’anno. La maggioranza delle rose in questo luogo sono francesi, come quella chiamata “Chapeau de Napoléon” perché ha i sepali dalla forma del cappello del condottiero. Poi incominciano gli ibridi di “Moschata”, come la rosa cinese “Arethusa, Paul 1909”, la “Susanna Vrioni Berat” creata da Walter Branchi e dedicata da lui alla moglie di un suo caro amico, la “Bifera di Paestum” coltivata dai romani, cioè la rosa di Paestum era chiamata dai nostri progenitori “damascena bifera” perché fioriva una seconda volta, in autunno, dopo quella primaverile. La damascena è originaria del Medio Oriente e attualmente si trova prevalentemente in Bulgaria e Marocco. Qui vediamo un cespuglio di damascena bolognese a 30 petali, trigintipetala. La raccolta dei petali, racconta Walter, è un’operazione delicata. Per il motivo che deve essere fatta presto la mattina al buio, alle 4 e mezzo, per non rovinare il prodotto, e per il fatto che nel periodo interessato i contadini sono inebriati dall’odore intenso, come ubriachi. Occorrono tre tonnellate di petali di rose per ricavare un litro di essenza, impiegata anche nei grandi profumi francesi. Si adoperano anche per fare la marmellata. In Bulgaria le rose danno vita all’industria principale del paese. Per la loro coltivazione sono necessarie due concimazioni l’anno: una dopo la potatura, in febbraio, e l’altra dopo la fioritura. Si alterna per la concimazione un anno lo stallatico, che agisce sul terreno organicamente, e l’altro il chimico. Proseguendo nell’”excursus” naturale, Branchi ci segnala con piacere due rose italiane importanti: la “Clementina Carbonieri”, di color arancione, e la “Variegata di Bologna” bourbon striata creata da Bonfiglioli nel 1913. Poi passiamo alla rosa moscata “Brunoni Mottola” che viene da Ducrot, nata spontanea a Ventimiglia nella villa omonima; alla spumosa “Marie Robert”, una Tè bellissima sfumata; alla rosa assomigliante alla peonia “Paul Neyron (Levet 1869)”; ad una che sembra marmorizzata cioè la “Marbré” della Portland; e alla “Golden Wings” gialla. Di particolare menzione è degna la “Rosa Foetida”, che ha dato il giallo alle rose alla fine dell’800, e che si presenta con i colori arancione all’interno e giallo all’esterno. Branchi ci informa che essa sta mutando, in quanto è una rosa instabile, e tende a ritornare, mediante un processo naturale, alla “Foetida Persiana” (gialla). Ammiriamo inoltre la “Rosa Pendulina”, dal profumo eccezionale e rossa, poi la “Rosa Pomifera” perché le sue foglie assomigliano a quelle del melo. Poi ci viene indicato un po’ più in alto un cespuglio dalle rose fra le più piccole al mondo, bonsai, forse scoperte in Cina da un inglese di nome Farrer, da cui il nome scientifico “Farreri F. Persetosa” (l’aggettivo si riferisce al carattere setoso). Dentro il paese si notano anche le rose moderne, oltre alcune antiche già citate, e da ricordare specialmente la “Viridiflora”, la rosa verde cinese, che è risultata vincitrice, come simbolo della speranza, al concorso locale dei ragazzi.

Ci trasferiamo poi al castello della Sala, percorrendo le frazioni di Orvieto contrassegnate da dolci colline e da cisti e ginestre ai bordi delle strade. In una di queste, a quasi 18 km dalla città, quasi al confine con la Toscana, incontriamo il possente maniero, prima dall’alto in una visione d’insieme, poi godendo, avvicinandosi a esso, degli alberi d’alto fusto che lo attorniano. L’edificio è medievale, anche se rimaneggiato per le vicende turbolente dei suoi proprietari che subivano fra l’altro i diroccamenti per ordine del Papato. Angelo Monaldeschi della Vipera lo fece costruire nel 1350 sul piccolo villaggio contadino “della Sala”, documentato catastalmente nel 1292 (l’origine del nome è forse longobarda). E’ squadrato, e il torrione cilindrico più alto misura 29 metri d’altezza. Sorge su un promontorio tufaceo in un territorio incontaminato, dove si trovano anche i 500 ettari dell’azienda della famiglia Antinori, che ha comprato negli anni ’40. Fra i ’70 e gli ’80 ha restaurato il castello e nel 2001 ha chiamato Walter Branchi per progettarne il parco. Lungo la scala per entrare al maniero sono posti vasi di gerani, e dopo la porta d’ingresso opere d’arte sacra: come il dipinto raffigurante Nostro Signore Gesù con le tavolette recanti l’Alfa e l’Omega in mano attorniato da S. Francesco e San Bernardino. Riconoscibile quest’ultimo dal “Nome di Cristo” ripetuto poi in alto vicino alla Cappella, che conserva l’affresco della visita dei Re Magi alla capanna di Betlemme, di scuola umbra della fine del ‘400. In esso è presente anche il monogramma O.S.P.M. notabile in altre parti dell’edificio, a testimonianza della donazione della proprietà nel 1518 al Duomo di Orvieto ad opera di Giovanna Monadelschi della Cervara. Questa aveva sposato suo cugino Antonio, figlio del terribile Gentile Monadelschi della Vipera, ponendo così fine alla rivalità fra i tre rami della potente famiglia orvietana. Orvieto è un antico centro di produzione vinicola e il progetto aziendale per la riqualificazione varietale dei vini portato avanti dagli Antinori, del quale il castello è sede promozionale, è illustrato anche a noi, attraverso anche una degustazione nell’austera sala principale. In giardino sostiamo a lungo, incantati dalla sapiente sistemazione da parte di Branchi che, assecondando il carattere medievale del luogo, ha fatto piantare tutte rose antiche, cinesi, Tè, Noisette, creando anche qui un’armonia particolare. La zona dei lecci è stata da lui delimitata da profilati di ferro colorati per non disperdere le foglie di questi alberi, le quali cadendo in terra formano un tappeto vegetale. Degli archi sostengono le rose “Paul Transon”, che si stagliano bene nel “buio” posteriore. Le rose più profumate in genere sono di color porpora, tutte rifiorenti. La rifiorenza viene dalla Cina, per cui le rose poste qui sul trespolo, le “Park yellow tea scented China”, sono molto importanti storicamente. Branchi afferma infatti che esse sono comprese nelle quattro varietà di rose fondamentali che hanno portato in Occidente la rifiorenza delle rose alla fine del ‘700; prima sconosciuta. Ma anche in questo parco Branchi ha voluto inserire la rosa italiana “Clementina Carbonieri”, come per completare la sintesi armonica fra il vecchio e il nuovo.    

 

Testo e foto di Maria Luisa Guglielmi

Fotografie 11 Maggio 2016

 

 

 

 

Il Giardino Romano a Floracult 2016 con Elvira Imbellone

 

Anche quest’anno il Giardino Romano è stato presente a FLORACULT, la manifestazione di florvivaismo che si svolge ai Casali del Pino nel Parco di Veio, organizzata da Antonella Fornai. L’appuntamento è stato dal 22 al 25 aprile.

Tra i vivaisti espositori abbiamo notato:

·      le erbacee di Vincenzo Nardi, che  ha recentemente tenuto un’interessante conferenza al Giardino Romano proprio sulle perenni. Tra queste ci hanno colpito: Astrantia major ‘Rosensinfonie’ dalla lunga fioritura estiva, Angelica dahurica della Cina, da sole e mezz’ombra, Angelica pachycarpa dalla foglia  lucida, Rudbeckia maxima dalla bella foglia, lungo stelo e margherite gialle, marroni al centro, Agastache ‘Blue Fortune’ che apre bei fiori celeste/blu tutta l’estate, Echinacea pallida  dai caratteristici petali in giù;

·      i garofanini di Billo che esponeva,  tra l’altro, un esuberante garofano inglese ‘Lady in red’ rosso deciso e speziato non dolce, Dianthus ‘Mrs Sinkins’ , ibrido inglese di metà ’800, dai fiori bianchi doppi con petali sfrangiati e disordinati, Dianthus gratianapolitanus ‘La Bourbille’, usato come pianta da compagnia per i bonsai. Billo  arricchisce il suo catalogo di varietà e anche di nuove composizioni utilizzando per esempio Gypsophila cerastioides completamente immersa nel ghiaino per creare un mini roccioso. Il ghiaino, dice Billo, nanizza le piante;

·      il Vivaio Salto del Prete in Umbria, specializzato in piante da arido e per xeriscaping (un approccio ecologico e sostenibile al paesaggio che prevede l’uso di piante tipiche del luogo e di scarse esigenze idriche). Gestito con competenza e passione da due donne, madre e figlia, presenta una collezione di Teucrium, cisti, elicrisi, santoline, origani tappezzanti. Thymus asiaticum molto resistente all’arido e dall’intenso aroma e Myrtus boetica, lento nella crescita, profumato, dalla bella foglia con i margini accartocciati e fiori e bacche più grandi del mirto comune;

·      la collezione di conifere rare presentata dal prof. Marchiafava del Vivaio di Conifere Esotiche: Pinus aristata, ritenuto l’albero più vecchio del mondo (5000 anni), Pinus maximartinesi che ha aghi azzurrognoli e produce pigne grandi e pesanti, Pinus hwangshanensis, spesso raffigurato nei dipinti cinesi per la bellezza della sue forme contorte. Ha chioma ampia e piatta e aghi verde scuro;

·      Le Aromatiche di Bolsena vivaio specializzato in aromatiche e medicinali. Ci ha incuriosito Claytonia perfoliata la lattuga dei minatori, dell’Alaska. Ha foglie grassette e tonde che avvolgono il fusto, buone nell’insalata. Annuale, vive l’inverno e sparisce verso l’estate per poi rinascere, dai molti semi dispersi, l’inverno successivo;

·      il Vivaio Tara di Bolsena con numerose acidofile tra cui alcune piante della sua ricca collezione di Schizophragma, una specie di ortensia rampicante vanto del vivaio, Viburnum plicatum ‘Watanabe’ tutto bianco e rifiorente, Hydrangea macrophylla ‘First White’ elegantissima, dal fiore grande globoso; Hydrangea aspera ‘Taiwan’s pink’ dalle foglie vellutate, infiorescenza piatta a fiori rosa all’interno circondati da fiori sterili bianchi, Wisteria brachibotrys ‘Iko Yama Fuji’. La Davidia involucrata esponeva i suoi fazzoletti bianchi (cultivar dalla fioritura molto precoce);

·      RossoTiziano di Tiziano Croce che ha raccolto rose da vecchi giardini e le ha riprodotte da talea: vanta la Rosa alba (la specie!), rose Portland, bourboniane, ‘Queen of Denmark’ e ‘Sombreuil’ di grande raffinatezza e fascino;

·      il Vivaio Regina Park di Latina che ha presentato tra le piante da sole Artemisia schmidtiana ‘Nana Attraction molto compatta, perenne semi-sempreverde che forma cupolette fino a 10 cm che si allargano, insieme ad  una bella Uncinia,  tappezzante da pieno sole.  Per l’ombra numerose Heuchera in varietà brevettate;

·      le piante grasse di Grossi per un bell’esemplare di Ceropegia fusca dai fusticini cilindrici argentei e l’Euphorbia tirucalli ‘Firesticks’ dalle punte arancio;

·      Elemento Bambù di Philippe Smets che ha offerto una selezione di bambù da coltivare in vaso, in terrazzo: fitti, contenuti, resistenti al vento e al sole scelti tra le varietà più erette. I più consigliati Phyllostachis humilis  adatto anche a vasche strette e Fargesia scabrida, detta la “bellezza dell’Asia”. Insieme, gli aceri di Alessandro Biagioli, il più grande collezionista privato di aceri in Italia, Acer palmatum ‘Singokaku’, dal tronco rosso e le foglie chiare che diventano giallo oro in autunno e Acer palmatum ’Willson pink’ le cui foglie hanno venature verdi e sfumature rosse. Verso l’estate il verde si fa più intenso mentre le foglie nuove sono rosa. Adatto in vaso, cresce fino a 2 m.

·      Vividisanapianta: Viviana Sorrentino che ha proposto le aromatiche dei Fratelli Gramaglia ed ha offerto dimostrazioni della sua sapienza in cucina con ricette per il palato e per la salute. Un leitmotiv della mostra è stato infatti “piante belle e da mangiare”.

Tra gli altri espositori:

·      Torvergatamarmi, azienda familiare che da due anni ha intrapreso la produzione di arredi per giardini: divertenti le cassettine di travertino di Tivoli e particolari i contenitori in peperino di Velletri (ha le “nocciole” all’interno a differenza del peperino di Viterbo che è più uniforme);

·      L’Arte in giardino che ha ricavato originali contenitori di piante da grandi funghi legnosi svuotati;

·      Domus Nova Design di Max Leoncini che ha esposto spiritosi mobili antichi su cui sono state collocate le ceramiche di Paolo Anselmo

 

Si è fatta notare la vivace presenza di numerosi bambini impegnati in attività nella natura. Piccoli alunni delle scuole del Parco di Veio hanno piantato un proprio orto in cassette sulle ruote che, portate poi nelle loro scuole, crescerà e darà alla fine dell’anno scolastico verdure e frutti. Il rapporto con la natura è stato poi espresso in brevi e delicate composizioni poetiche (gli haiku giapponesi) degli alunni dell’insegnante Daniela Costanzi.

 

Elvira Imbellone

 

Fotografie Floracult (Imbellone)

Giardino Romano a Floracult 2016 I garofanini di Billo I garofanini di Billo Orto sulle ruote realizzato dai bambini Myrtus boetica del Vivaio Salto del Prete. Ha portamento globoso. Le foglie sono ripiegate. Salvia africana, le corolle gialle diventano color ruggine a maturazione. Pinus aristata con gocce di resina. Claytonia perfoliata, detta "lattuga dei minatori" (Vivaio Aromatiche di Bolsena). Schizophragma corylifolium, ortensia rampicante dal Vivaio Tara. Davidia involucrata, cultivar che fiorisce già dopo due anni (Vivaio Tara) Paeonia suffruticosa "high noon" di Chiti Vivai Pelargonium "Ardens" dal Vivaio "Il Fiore all’Occhiello" Papaveri d'Islanda di Cottage Garden Artemisia "Nana Attraction" a globi compatti. Vivaio Regina Park Euphorbia tirucalli "Firesticks" (Piante Grasse Grossi).

 

 

 

La Certosa di Trisulti

 

di

 

Maria Grazia Toniolo

 

Se scoprire un giardino in un luogo inaspettato e restare meravigliati del suo fascino è già una fortuna che capita di rado, che dire quando contemporaneamente si incontra anche il creatore di quel luogo?

E' quello che mi capitato qualche anno fa nel mio girovagare ozioso per la Ciociaria.

La Ciociaria è una terra misteriosa perché oggi è trascurata dal turismo e dalla cultura ma la sua storia è quella di Roma e della Romanità. Le città di Anagni, Alatri, Ferentino con le loro mura ciclopiche testimoniano la loro potenza già nel VI sec a.C. E molti personaggi che hanno fatto la grandezza dell’Urbe vengono da quelle zone: parlo di Caio Mario, di Cicerone, di Giovenale, di Agrippa. San Benedetto ideò il monachesimo fondando i suoi conventi a Subiaco e a Montecassino nel V sec. Il Dottore della Chiesa san Tommaso non proveniva da Aquino (XIII sec )? Era di Anagni papa Bonifacio VIII ideatore dell'Anno Santo. Più tardi verso il 1600 il Cavalier d'Arpino fu uno dei maggiori pittori romani.

Nel nostro XX sec il cinema ha trovato le personalità più indimenticabili in quelle zone. Solo qualche nome: Vittorio De Sica nacque a Sora , Marcello Mastroianni a Fontana Liri, Gina Lollobrigida era di Subiaco, Nino Manfredi di Castro dei Volsci.

Questo territorio dimenticato, al di là dell'edificazione selvaggia lungo l’autostrada, ha mantenuto intatte le caratteristiche di una campagna bucolica che tra olivi e vigneti di Cesanese si arrampica verso la catena dei monti Ernici. All'altezza di Alatri una strada sale verso Collepardo e le sue grotte, e poi si inoltra in un bosco di faggi, querce, rovere e aceri. Si fanno molte curve in pochi chilometri lasciandosi alle spalle abitazioni e coltivazioni fino a raggiungere il cancello d'ingresso della Certosa di Trisulti, nascosta nella foresta.

Come tutte le Certose anche questa è un insieme imponente di edifici, che hanno ospitato i Certosini con il loro seguito fino al 1947 quando furono sostituiti dai monaci Cistercensi. Fra di essi ho conosciuto una persona speciale, padre Claudio. Venne a Trisulti da ragazzino seguendo alcuni frati che fuggivano dalla fame e dalle bombe della Napoli del tempo di guerra. Il convento col suo isolamento diventò la sua isola felice e da allora si dedicò, oltre che alla preghiera, a mantenerne e a migliorarne la struttura.

E' sua opera la trasformazione dello spazio sulla sinistra per chi entra nella Certosa, quello davanti  al fabbricato più affascinante e visitato: la farmacia e il laboratorio dello speziale. A metà '800 un altro fuggitivo trovò nella Certosa riparo ai disordini del periodo risorgimentale e, per ringraziare i monaci dell'ospitalità, affrescò tutto quell’appartamento con paesaggi, soggetti botanici e trompe l'oeil sorprendenti. La visita della farmacia con gli antichi vasi di ceramica decorata, i preparati velenosi tenuti sottochiave, il salottino in cui si aspettava per il consulto, è una curiosità di grande fascino.

All'esterno nello spazio d'accesso  padre Claudio ha immaginato un giardino di bossi, ma non li ha lasciati crescere secondo l'ovvio schema simmetrico dei giardinetti del dopoguerra, no, padre Claudio dialogando con ciascuna pianta ha saputo farsi interprete della forma più espressiva e a lei congeniale, lavorando di forbici. D'estate queste complicate figure geometriche, queste piramidi, queste serpentine, che definirei Borrominiane, sono circondate da fiori dei colori più vivaci che, nel clima fresco e non inquinato del luogo, esposto a occidente e protetto dai monti Ernici dai venti del nord est, si moltiplicano con esuberanza. Ma ci vuole una mano attenta e sicura come quella di questo Padre giardiniere, che certamente avrà saputo leggere nello sviluppo di ogni pianticella la Gloria infinita dell'Onnipotente, per tenere in equilibrio i virtuosismi dell'arte topiaria e l'energia delle fioriture stagionali.

Le foto che unisco sono solo un invito a percorrere i 100 km che separano la Capitale da questa Certosa per ammirare cosa possono fare l'amore e l'ingegno anche in una realtà isolata.

Padre Claudio non c'è più perché con i suoi ultimi 2 confratelli è stato spostato in una situazione più confortevole per una persona ultraottantenne, e quindi non si possono più contemplare gli intrichi dei bossi ascoltandolo indirizzare i pellegrini verso una Fede concreta e sapiente: usava un dialetto campano/ciociaro con humour e ironia per incantare i visitatori e condurli così verso la grande chiesa e poi al gigantesco presepe ricco di effetti speciali che aveva costruito.

Il giardino è ancora lì ed è in ordine e vale la pena di visitarlo, ma in fretta perché non c'è nulla di più effimero e fragile di un eden a cui venga a mancare il suo, chiamiamolo così, Genius loci.

Aprile 2016

La Certosa di Trisulti. Fotografie di Maria Grazia Toniolo

 

 

 

 

LA PASSEGGIATA DI PRIMAVERA del 7 Aprile 2016

 

di

 

Gigliola Corsini

Maestra di Ikebana della Scuola Ohara

 

La Passeggiata all’Orto Botanico di Roma ,alla scoperta della Primavera organizzata dalla nostra cara socia Elvira Imbellone preziosa esperta ed appassionata di piante e fiori si  è rivelata molto interessante, come sempre sono stati i suoi itinerari botanici ricchi di dettagli particolari,cercando di farci percepire nella sua più intima verità tutto ciò che vedevamo.

L’ emozione più grande del percorso è stata la scoperta dei bellissimi ciliegi giapponesi da fiore..PRUNUS XYEDOENSIS ,PRUNUS SERRULATA KANZAN. La giornata calda e solare,velata da una leggera foschia ha contribuito a farci sentire avvolte da questa atmosfera incantata, partecipi di questo miracolo della natura.

Celebrare la bellezza dei Ciliegi in fiore è una tradizione che deriva dall’ antico Giappone, il suo nome è HANAMI (lett.”ammirare i fiori”). Appesi ai rami fioriti i raffinati cartoncini colorati a mano, recanti piccole poesie sui ciliegi, che fluttuavano nel vento  primaverile. L’HAIKU “ in Giapponese” l’espressione più eccelsa della poesia Zen; è un ‘arte dove il poeta con un minimo di parole e con la più elementare semplicità  descrive un attimo lirico d’intensa profondità spirituale.

La sosta al padiglione Giapponese situato in una posizione strategica con le sue vedute panoramiche della nostra bella Roma è stata molto gratificante. Le linee morbide delle meravigliose cupole incorniciate dagli splendidi rami fioriti dei ciliegi. E’stato uno spettacolo impareggiabile! Roma , Giappone, due culture che si compenetrano facendoci capire che si può “vagare liberi in balia del vento”, soffermandoci sull’infinita bellezza di ciò che ci circonda senza confini.

Nel pomeriggio, sempre all’Orto Botanico, è stata inaugurata alla presenza del Rettore della Università La Sapienza, dell’ Ambasciatore del Giappone e di altre autorità, la manifestazione Hanami all’ Orto Botanico. Celebriamo la bellezza dei ciliegi in fiore con la visita alla mostra di  Ikebana. Shizenbi la bellezza della natura e la celebrazione dell’ Hanami al Giardino Giapponese. La manifestazione è stata aperta al pubblico per tre giorni dall’ 8 al 10 Aprile.

 

Elvira Imbellone. Fotografie di primavera

Pancratium illyricum, il giglio di mare dai fiori a forma di stella Cisti e Viburnum macrocephalum ‘sterile' in fiore La ricca e precoce fioritura del piccolo Cistus clusii della zona lago di Lesina la lunga spiga purpurea dell’infiorescenza del Melianthus major sullo sfondo del "Pallon di Maggio" (Viburnum macrocephalum ‘sterile’) Asphodelus  fistulosus e Iris recita colasanti (da Maretta Colasante) Petrea volubilis rampicante dalla bella fioritura Bletilla speciosa, un’orchidea terricola dalla ricca fioritura. Le foglie assumono una bella colorazione in autunno. Allium neapolitanum Prunus x yedoensis Prunus serrulata ‘Kanzan’

 

 

 

 

 

Visita del 27 Febbraio 2016 al

Parco del Colle Oppio e al giardino della Domus Aurea.

 

di

 

Sergio Palagiano

 

Oggi, 27/02/2016, si è riunito il gruppo di Consultazione Parco Colle Oppio e Domus Aurea, formato dalle seguenti istituzioni:

  1. a)  Sovrintendenza Colosseo, Foro Romano e Domus Aurea, nella figura dell’Architetto Gabriella Strano, curatrice del Progetto giardino pensile ecosostenibile Domus Aurea;

  2. b)  Sovrintendenza Capitolina competente al Colle Oppio per le Terme di Traiano;

  3. c)  I Municipio Roma Centro assessorato SIMU, che ha curato il restauro del Parco (fontane,

    manufatti, vialetti, roseto);

d) FONDA.C.A (Fondazione per la Cittadinanza Attiva) nella persona del Direttore Emma Amiconi, coordinatrice del gruppo di Consultazione.

Ad essi si sono uniti i Soci del Garden Club Giardino Romano (numero chiuso: 10 partecipanti), accompagnati dalla Vice Presidente Maria Mercedes Zangari Parodi e il sottoscritto. Abbiamo visitato il meraviglioso Parco del Colle Oppio, creato nel 1927 da Raffaele De Vico con le sue belle fontane, riportate a nuova vita da un ottimo restauro, e il roseto, preesistente, nel quale erano rimaste in vita solo nove piante di rose, e dove sono state rimesse a dimora quelle mancanti su dieci pergolati disposti a pettine con 76 tutori, per un totale di più di 110 unità. Queste le varietà di rose prescelte (acquistate presso i Vivai Margheriti di Chiusi) con la valida consulenza del responsabile del Roseto di Roma all’Aventino: Alfred Carrière, Cecile Brunner, Safrano, Bracteata, Mermaid, Belle Portuguese, Zephirine Drouhin, Dorothy Perkins e M.me Butterfly.

Dopo una visita guidata nel Parco, anche nella zona delle Terme di Traiano, abbiamo raggiunto la nuova sezione pilota del giardino “ecosostenibile”, dove si è positivamente sperimentato un sistema di isolamento d’avanguardia a vari strati, in grado di proteggere completamente la sottostante Domus Aurea da infiltrazioni d’acqua, impedendo i danni derivanti dall’incunearsi delle radici degli alberi e dal loro peso, nonché dal peso del terreno stesso (ridotto del 70%): questa sezione copre una superficie di 800 mq (il totale del terrazzamento è di 16.000 mq). Ivi è stato realizzato un sistema di vialetti ed aiuole, che intelligentemente riproduce in superficie la pianta degli ambienti sottostanti la Domus; l’idea è di realizzare in futuro un progetto di camminamento a pergolato che simuli i peripatoi Romani su tutta la restante area. Nella parte di giardino già ultimata (cioè nella sezione pilota) sono stati messi a dimora cipressi in vaso, limoni, corbezzoli ed ulivi in orci (le olle sfondate e inserite in terra all’ uso romano), siepi di rosmarino, mirto, iris e muscari, questi ultimi considerati piccoli agli e perciò eduli, nonché pervinche, tutti obbligatoriamente di color azzurro per richiamare la presenza del ninfeo sottostante! Il tutto contornato da prati di erba resistente (del tipo ‘’campi sportivi”) e roselline nane prostranti fornite dal Vivaio ‘’S’Orrosa’’ di Tor San Lorenzo.

Sergio Palagiano

 

(foto di MMZP)

 

Fotografie della visita al Colle Oppio

Fontana ottagonale di Raffaele De Vico Giardini restaurati del Colle Oppio Fontana con mascherone

 

 

 

 

 

 

Conferenza tenuta presso l'Orto Botanico di Roma il 10 febbraio 2016

 

“Botaniche italiane. Scienziate naturaliste botaniche"

 

di 

 

Elena Macellari

 

Agronoma, Membro della Società Botanica Italiana,

scrittrice su riviste nazionali ed estere e di vari libri

 

 

Testo di Maria Luisa Guglielmi

 

Sono presenti in questa importante occasione la nostra cara past-President Paola Lanzara e il nuovo Direttore dell’Orto Botanico di Roma Loretta Gratani, la quale introduce la conferenza odierna dicendosi partecipe delle difficoltà affrontate dalle donne botaniche. Poi, come omaggio al loro percorso la giovane Flavia Calò illustra la sua composizione floreale. Il libro della Macellari in questione mette in luce non solo la scienza delle pioniere botaniche italiane, alcune emerse dall’oscurità grazie alla sua ricerca, ma anche le condizioni difficili nelle quali esse operarono, nell’ambiente scientifico e sociale in genere, marcatamente sessista. Infatti, “Botaniche italiane, scienziate naturaliste appassionate” rende onore ad una ventina di donne del passato delle quali l’autrice ha cercato di tessere un racconto, con fondamento storico anche delle loro vicende personali. Non si tratta dunque solo di un’indagine abbastanza meticolosa sull’apporto delle “botanofile” (così venivano chiamate nell’800 le donne appassionate di botanica) alla conoscenza del mondo vegetale, ma anche su un pezzo di storia di genere. L’autrice ha incominciato ad esplorarla nel 2010 con la sua biografia di Eva Mameli Calvino, madre di Italo, e si è resa conto che le scienziate risultavano dimenticate dalla maggioranza dei testi. Prima del suo “excursus” ringrazia la prof. Lanzara sua maestra e il prof. Franco Pedrotti, illustre botanico che ha consentito – lei afferma - la realizzazione di un suo progetto di anni, un orto didattico ispirato all’Orto Botanico Patavino.

La riflessione iniziale si concentra sul fatto che la figura del femminino è stata sempre legata alla natura, fin dalle Veneri neolitiche di area mediterranea e indiana risalenti a millenni orsono. Figure statuarie che si riferiscono alla dea Madre di 20mila anni fa e poi manufatti meno remoti, dai 5mila ai 3mila, originati da popolazioni indoeuropee venute in contatto con quelle locali attraverso migrazioni. Le fattezze  accentuano gli organi della riproduzione, fianchi e seni grossi. Il legame fra feminino e natura, che del resto è riscontrabile anche nel “De Rerum Natura” di Lucrezio, ad un certo punto si interrompe, prima scomponendosi in tante divinità femminili connesse con il ciclo della natura e l’attività agricola, come Persefone e Demetra dea delle messi, poi trasferendo il sapere dell’agricoltura agli uomini. Nel Medioevo gli  ostacoli per le donne aumentano quando esse dimostrano eccellenza nell’utilizzo delle erbe, come la scuola salernitana, Trotula nell’area napoletana e la mistica naturalista Ildegarda di Bingen nell’Assia-Renania (1098-1179). Poi nel ‘500 si riappropriano della cura della natura attraverso i grandi personaggi femminili come Caterina dei Medici, la quale ha un’idea dolce di essa, non dominante. Ma sono eccezioni. L’autrice voleva scoprire situazioni inedite. Fra ‘600 e ‘700 sembrano riaffacciarsi, attraverso l’accesso discreto alle accademie alcune donne, reduci da viaggi compiuti in compagnia dei loro mariti, come si evince dai quadri di Vermeer. Raffigurate vicine alla carta geografica o a gabinetti di lettura. Purtroppo nell’800 assistiamo ad un nuovo periodo di oscurità in questo senso, nonostante i viaggi delle zitelle vittoriane, che infastidivano con le loro capacità di osservazione ed ostinazione. Ed anche quelli delle madri viaggiatrici, come l’inglese Mary Woolstonecraft (1759-1797), filosofa e autrice della prima pubblicazione nel 1792 sui diritti delle donne, che tanto contribuì al risveglio della coscienza femminista. La sua seconda figlia Mary sposò il poeta Shelley e fu scrittrice, saggista, biografa e anch’essa una grande viaggiatrice. Un’altra ancora Hèlene d’Orléans, coniugata dal 1895 con Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, trasse ispirazione dalle sue lunghe peregrinazioni intorno al mondo, in Africa, Asia ed Australia (suo marito non la seguì), per scrivere libri come “Viaggi in Africa”. L’esploratrice olandese Alexandrina Tinné (prima donna europea ad attraversare il Sahara (1835-1869) fu uccisa dai Tuareg in una carovaniera, e dalle sue precedenti esperienze africane riportò varie testimonianze, etnografiche e vegetali che suscitarono l’interesse dei contemporanei. In Italia la nobile Elisabetta Fiorini Mazzanti (1799-1879) si distinse in campo scientifico soprattutto per lo studio della biologia romana (Roma 1831), ancora citato per l’antica flora del Colosseo, e per la consapevolezza del valore della biodiversità in rapporto all’ambiente. Si occupò anche di alghe e di muschi e fu accolta in diverse accademie. In Friuli l’udinese geologa e botanica Silvia Zenari visse nella prima metà del ‘900 (1895-1956) e si dedicò invece allo studio della fitogeografia (cioè della distribuzione geografica delle piante e delle loro comunità, ricercandone le cause) che allora non era stato ancora affrontato. Fu donna estremamente autonoma ed un po’ eccentrica, e il suo polemizzare con l’illustre geologo fiorentino Giotto Dainelli (1878-1968) per un testo e soprattutto per le carte geografiche delle Tre Venezie, forse danneggiò inizialmente il suo “cursus honorum”. La sua attenzione si rivolse all’ecologia delle piante d’alta quota, nelle Dolomiti. Carmela Cortini Pedrotti (1931-2007) nata in Sicilia ma trasferitasi a Firenze, fu una botanica a tutto tondo. Conseguì tre lauree in questa città in Scienze Naturali, Biologiche e Forestali. Nell’ultima disciplina fu la prima laureata di sesso femminile in Italia. Si applicò soprattutto allo studio dei muschi, trattati allora sporadicamente. Iniziò a raccogliere dati che le permisero in seguito la stesura di “ Flora dei muschi d’Italia”, un trattato completo. Non ha solamente fondato questo genere di studi sistematici all’interno della Società Botanica Italiana, ma si è anche occupata di protezionismo quando era direttrice dell’Orto Botanico di Camerino nelle Marche. L’Orto in questione è stato intitolato a lei perché lo ha trasformato da luogo solo per studiosi ad ambiente collegato con la città, promuovendo dei percorsi didattici. Albina Messeri (1904-1972) ha avuto una carriera molto interessante. Originaria di Firenze, ha girato molto e ha approfondito lo studio del legno, delle piante antiche, fossili; ricerche improntate alla “Floristica, Sistematica ed Istologia del Legno”. Collaborò con la sua collega ed amica Eleonora Francini anche sulla vegetazione dell’isola di Marettimo vicino Favignana, con molta attenzione alle conifere e al pino di Aleppo. Maria Cengia Sambo (1888-1939) nata ad Este da famiglia nobile, ha avuto 5 figli dal marito Ettore Sambo, anch’egli botanico. La famiglia si stabilì a Prato e lei proseguì i suoi studi sui licheni (ha prodotto 50 pubblicazioni fondamentali per lo studio di essi). Eleonora Francini Corti, nata a Sesto Fiorentino nei primi del Novecento, dopo la cattedra di botanica a Pisa vinse il concorso a Bari per lo stesso insegnamento. In questa città creò fra l’altro un gruppo di ricerca con l’aiuto e la collaborazione della sua amica suddetta Albina Messeri per lo studio della vegetazione delle Puglie. Fece realizzare un fitotrone, un ambiente controllato come temperatura, umidità e illuminazione. Daria Bartoloni Marchetti (1919-1994) modenese fu invece un’incredibile paleobotanica ed esperta in pollini. Leggendo il suo diario 1944-47, emerge una figura diversa da quella rilevabile dalla letteratura scientifica: una donna di grandi paure. Pacifista, prese parte alla lotta partigiana come staffetta e durante la guerra scappò da un luogo all’altro. Fu insicura anche nei rapporti con il coniuge…e qui viene fuori, commenta la conferenziera, la storia di genere. Attiva nell’Unione Donne Italiane, ebbe tre figli. In Toscana abbiamo ancora Onorina Passerini, la quale non ha avuto riconoscimenti. Recuperata attraverso un archivio di famiglia mai aperto. Gli eredi sono stati ben felici di permettere l’accesso ad esso nella soffitta di un palazzo del ‘400 fuori Firenze. Era figlia di un agronomo vero, ma le fu sconsigliato di seguirne le orme accademiche. Proveniva dalla importante famiglia dei conti Passerini di Cortona. Così incominciò a viaggiare, e nel 1910 andò in Africa. Risalì Il Nilo e raccolse molte piante di erbaria coloniale. Perfino Eva Mameli Calvino (1886-1978) ha subìto un certo oscuramento. Fu la prima donna ad ottenere la libera docenza in botanica in Italia, nel 1926, e la prima alla direzione di un Orto botanico, sempre a Cagliari. Ebbe una genialità per la scienza e propensione per le scienze naturali. Suo figlio Italo rifiutò l’eredità delle doti letterarie della madre che comunque si possono evincere dalle sue numerose pubblicazioni, compresa la rivista “Giardino Fiorito”, fondata nel 1931 dai coniugi Calvino. La sua vita subì una svolta decisiva dopo la sua conoscenza di Mario Calvino, eminente agronomo sanremese mandato dal Ministero dell’Agricoltura a Cuba per studiare le piante industriali. Un progetto italiano che poi ha dato i suoi frutti a Sanremo dopo 5 anni. Ella rappresentò una figura fondamentale per la fondazione della scuola di agricoltura della suddetta isola. Le esigenze affettive e professionali dei due si incontrarono. Quindi decisioni immediate con matrimonio per procura e avventura tropicale allietata dalla nascita di Italo, ritorno a Sanremo dove il marito assunse la direzione della Stazione sperimentale di floricoltura della città, in una sede “ad hoc” acquistata della coppia. Dopo la morte di Mario subentrò nell’incarico con grande capacità, ma in mezzo c’è la posizione accademica di prestigio offertale a Cagliari dal ‘26, gli spaventi della seconda guerra mondiale, le fucilazioni simulate alla coppia dai repubblichini ricordate dalla Macellari, e tanta attività di ricerca e di divulgazione. Una vita intensa, che non trascura nemmeno i temi del protezionismo e dell’equilibrio ecosistemico. Nel secondo capitolo del libro sono contenuti cenni su persone meno conosciute della seconda metà dell’800 e prima metà del’900, come la nobile comasca Teresa Castiglioni Ciceri (1750-1821), la prima laureata in scienze agrarie. Ella introdusse la coltivazione delle patate nelle campagne lombarde e scoprì l’utilizzo della scorza dei lupini per ricavarne un tessuto. E’ stato ritrovato un suo ritratto, ed è documentata la sua amicizia con Alessandro Volta. Marianna Panciatichi Ximenes d’Aragona di Firenze (1835-1919) creò un erbario consistente seguendo l’esempio del padre grande collezionista di piante. Sempre a Firenze troviamo un’altra appassionata, Anna Rabitti di S. Giorgio (1803-1874) che pubblicò un catalogo delle piante. Maria Candida Lena Perpenti (1764-1846) nata a Chiavenna in prov. di Sondrio studiò scienze naturali. Doveva diventare farmacista. Il suo nome è legato al suo impegno nella profilassi antivaiolosa, sperimentando il vaccino da poco inventato da Jenner sui suoi figli. Inoltre le procurò notorietà la scoperta di un metodo per la filatura dell’amianto. E’ da menzionare anche il ruolo della botanica Elisa Braig (1803-1870) nella fondazione dell’Orto Botanico di Trieste, e l’impegno giornalistico della mantovana Amalia Foggia Moretti (1872-1947), emblema delle donne italiane della prima metà del ‘900. Laureata in Scienze Naturali e una delle prime in Medicina, si doveva nascondere sotto pseudonimo per tenere una rubrica di medicina e una di cucina su “La Domenica del Corriere”: la seconda sotto quello di “Petronilla”. Negli anni ’20 la realtà era questa, ma ancora oggi “i conti non tornano” riguardo ai diritti delle donne. In uno studio di qualche mese fa si apprende la situazione attuale circa il lavoro delle laureate, con percentuali precise che evidenziano la forte discriminazione in campo universitario per quanto riguarda la loro immissione in progetti di ricerca e nei quadri dirigenti.

 

Focus di Maria Luisa Guglielmi

 

Altre valenti botaniche poco conosciute ricordate nella conferenza di Elena Macellari sono Maria Selebam de Cattani (1789-1870) di Spalato, che Elena Macellari indica come autrice del primo algario, frutto di una serie di esplorazioni intraprese da Maria in tutto l’Adriatico, raccogliendo e classificando 400 alghe marine diverse. Figlia di un matematico e naturalista svizzero e sposata a Domenico de Cattani di Imola,  fin da piccola collezionò le alghe intorno a Zara, rivelandosi però anche appassionata di fiori, tanto da poter disquisire  sull’autenticità specifica del “Lilium cattaniae Vis. Flora Dalmatica 1872” che le era stato dedicato, come si legge in una pubblicazione di nomenclatura botanica del prof. Achille Forti.

Un’altra figura interessante è quella della baronessa trentina Giulia Turco Turcati (1848-1912) sposata al musicista Raffaello Lazzari, raffigurata con abiti eleganti in un pregevole quadro a olio dal pittore trentino Eugenio Prati nel 1887 mentre fuma una sigaretta. Lei e sua madre, contessa Virginia Alberti Poya, erano solite ospitare intellettuali ed artisti, tra cui Prati, fin dagli anni’70 nella loro villa estiva di Sopramonte, che divenne cenacolo e luogo abituale di incontro per pittori, scienziati, letterati e musicisti. In questo contesto culturale stimolante Giulia manifesta doti spiccate di scrittrice (pubblica due romanzi, novelle, recensioni usualmente con lo pseudonimo Jacopo Turco, ricette di cucina, scrive numerose lettere ai vari personaggi della cultura suoi amici, tra cui  Eugenio Prati,  queste ultime ristampate nel 2009 a cura di Alberto Pattini). E’ anche pianista e spesso accompagna il marito direttore d’orchestra suonando durante i concerti. Tra i suoi molti interessi culturali coltiva con passione la classificazione dei funghi, è allieva del micologo naturalista Don Giacomo Bresadola (1847-1929), con il quale intrattiene corrispondenza su notizie, quesiti e approfondimenti. 

Illustrazioni

 

Maria Luisa Guglielmi (illustrazioni tratte da Wikipedia)           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conferenza tenuta presso l'Orto Botanico di Roma il 3 Febbraio 2016

 

Le piante endemiche.

Tipi, origine e significato biogeografico.

 

del

 

Prof. Fabio Garbari

Ordinario presso l'Università di Pisa

già Direttore dell'Orto Botanico di Pisa

 

 

Se andiamo in un dizionario, leggiamo che “endemico” significa “proprio di un determinato paese”, e si dice in particolare di una malattia o di un morbo, specifico di un luogo per ragioni di clima, di nutrizione, di abitudini, di pulizia, ecc.; per endemia si intende una manifestazione costante, anche se sporadica, di una malattia generalmente infettiva, dovuta a cause locali. Si diceva: il gozzo è endemico in certi luoghi delle Alpi; un’endemia di tifo è dovuta all’inquinamento dell’acqua potabile; il prosciugamento di una palude ha prodotto un’endemia malarica…Come si vede, il termine è abitualmente legato ad un uso medico e sta ad indicare una determinata patologia che si manifesta e si mantiene in una definita e circoscritta area geografica.  Con il termine “esodemico” si intende, viceversa, un fenomeno patologico estraneo ad un determinato territorio. Con epidemia, termine ben noto, si intende un evento comune ad un popolo di una certa area geografica.

Il primo ad utilizzare il termine “endemico” in botanica è stato lo svizzero Auguste Pyramus De Candolle, nato a Ginevra nel 1778, proprio l’anno della morte del grande naturalista svedese Carlo Linneo. Per i botanici e i naturalisti in genere, le iniziali di Linneo (L.) e di De Candolle (DC.) sono legate a migliaia di binomi specifici di piante e di organismi diversi, da loro descritti per la prima volta.

Nel 1820 De Candolle, nel suo “Essai élementaire de geographie botanique” - édito a Strasburgo - definì endemiche le famiglie  e i generi di piante le cui specie crescono in un solo paese. La definizione introdotta da De Candolle può apparire, ed infatti lo è, abbastanza vaga senza la precisazione di un territorio di riferimento. La qualifica di “endemico” deve essere riferita ad una determinata situazione geografica, per assumere un reale valore informativo. Si parlerà di un endemita nord-africano, appenninico, apuano, elbano se la distribuzione geografica dell’elemento che stiamo analizzando è appunto del Nord Africa, della catena appenninica, o limitato alle Alpi Apuane o all’Isola d’Elba. E il suo areale sarà  inferiore a quello di taxa simili, di pari rango tassonomico.

Ma vi è appunto un altro elemento da tenere presente: quello del cosiddetto “rango gerarchico” dell’entità endemica considerata. Ogni livello della classificazione (botanica o zoologica) viene chiamato “taxon” (taxa al plurale). Divisioni, classi, ordini, famiglie, generi e specie, sottospecie, varietà sono taxa, cioè i differenti livelli gerarchici dell’ordinamento sistematico, meglio tassonomico, degli organismi. E’ abbastanza facile ed intuitivo comprendere che una singola specie distribuita in una certa area geografica (nel suo “areale” naturale) ha un significato ecologico e biogeografico differente da quello che può avere un intero genere (che può comprendere molte specie) o  una intera famiglia (che può comprendere molti generi, con moltissime specie). In concreto: in Italia, ad esempio, non vi sono famiglie endemiche, cioè esclusive del nostro Paese. Labiate, Valerianacee, Iridacee, Orchidacee ecc. (per un totale di circa 200) sono famiglie rappresentate anche in altre parti del mondo, magari sono endemiche dell’Europa, o di Europa ed Asia (e mancano in Africa, America e Australia). La famiglia Welwitschiaceae è rappresentata da una sola specie, Welwitschia mirabilis, endemica della Namibia in Africa meridionale; Wollemia nobilis, scoperta nel 1994 dalla guardia forestale David Noble, dal quale la pianta prende il nome scientifico, è una gimnosperma araucariacea endemica di una profonda gola del Wollemi National Park, a 150 km a nord di Sydney in Australia. La famiglia delle Araucariacee è endemica dell’America meridionale, Australia e Nuova Zelanda.

Nel caso di endemiti di rango elevato, cioè di entità che rappresentano taxa di alta gerarchia, come potrebbe essere Ginkgo biloba, il solo rappresentante vivente di un’intera classe di gimnosperme, le Ginkgopsida, si parla di relitti tassonomici endemici. La loro sopravvivenza e conservazione sono pertanto prioritarie.

La cupressacea Metasequoia glyptostroboides, pianta ritenuta estinta da due milioni di anni, conosciuta solo come fossile del Pliocene, è stata trovata viva e vegeta nel 1945 nel sud della Cina orientale. Queste specie (cioè la Welwitschia, la Wollemia, la Metasequia…),  endemiche delle zone che ho ricordato, hanno un’importanza ben più rilevante che non specie di graminacee o di leguminose diffuse in tanti paesi o continenti. Espressione di fenomeni evolutivi antichissimi, con strutture fiorali e vegetative specialissime ed uniche, se dovessero scomparire per una causa qualsiasi, cancellerebbero un intero taxon (cioè un intero gruppo sistematico di rango elevato, un’intera famiglia nel caso della Welwitschia; due interi generi negli altri due casi, di enorme significato biologico). Addirittura un’intera classe nel caso del Ginkgo. Il valore dell’ endemismo è quindi legato sia alla sua distribuzione geografica, sia al suo rango gerarchico, cioè al taxon che esso rappresenta. Se ne deduce che per qualificare esattamente un endemita si deve puntualizzare la sua  distribuzione geografica, cioè il suo esatto areale, e contestualmente, il suo corretto rango tassonomico.

Un caso particolare riguarda una pianta endemica della Nuova Caledonia, Amborella trichopoda, unica specie della famiglia Amborellaceae. E’ un alberetto sempreverde della foresta pluviale che ha un significato particolare. Devo premettere che la classificazione delle piante ha subito negli ultimi anni una rivoluzione, conseguente all’uso delle tecniche biomolecolari per comparare i genomi dei viventi. Un gruppo internazionale di specialisti, Angiosperm Phylogeny Group (AGP) ha proposto un quadro filogenetico di tutte le piante a fiori che rispecchia le affinità evolutive tra i vari gruppi. La famiglia Amborellaceae è rappresentata dalla sola Amborella, è isolata al vertice (in realtà alla base) di tutte le altre famiglie. La cosa sorprendente è che Amborella contiene il 100/100 di tutti geni che sono propri delle altre angiosperme ed è quindi da ritenersi la progenitrice di tutte le unità sistematiche delle piante a fiore, evolutesi a partire da circa 140 milioni di anni fa. Si può comprendere come questa specie endemica sia di straordinario significato biologico, sistematico e tassonomico. Se si fosse estinta, la botanica sistematica attuale sarebbe molto diversa e impoverita.

Vorrei ora trattare due punti: la genesi ed i tipi di endemismi vegetali. La comprensione di questi punti è fondamentale per le strategie della conservazione.

Primo punto. Come si origina un’entità endemica? In altre parole, l’endemismo come fenomeno risultante pone questa domanda: quali sono le cause che l’hanno determinato? La fenomenologia che ha portato alla genesi di un determinato taxon endemico è molto varia e in certi casi piuttosto complessa. Dato che mi rivolgo a persone appassionate e competenti, userò termini e concetti scientifici, cercando di essere chiaro e comprensibile.

Una condizione che può portare all’endemizzazione di un taxon è la stenoecia, cioè una risposta ecologica ristretta, intesa come scarsa tolleranza ad uno o più fattori ambientali. Ad esempio la valenza ecologica di una specie può trovare limitazione nella presenza di un elemento minerale o di un suo sale nel suolo; o nella scarsa luminosità in un ambiente; o in livelli di temperatura – minima o massima – ai quali la pianta non si adatta. Per contro, alcune specie si sono differenziate ed adattate a substrati con elevate concentrazioni di metalli pesanti, diventando endemiche (e quindi esclusive) di determinate aree geografiche. Bellissimi esempi sono noti per i Gabbri livornesi, per il Monte Ferrato presso Prato, per le zone del Passo del Bracco tra Toscana e Liguria. Qui vive ad esempio Odontarrhena (Alyssum) bertolonii, una crucifera che accumula nei tessuti, come altre specie tipiche di rocce che i geologi chiamano ultramafiche (cioè ricche di manganese e ferro, ma anche cadmio, cobalto), elementi minerali generalmente tossici per altri vegetali. L’elevata quantità di metalli presente nei tessuti di queste piante dette iperaccumulatrici fa supporre l’esistenza di meccanismi di difesa che evitano gli effetti dannosi causati dai metalli. La parete cellulare delle radici è la prima struttura della pianta ad entrare in contatto con i metalli e può ostacolarne l’assorbimento attraverso meccanismi di esclusione. Ad esempio il cadmio può essere immobilizzato nella parete cellulare e la membrana plasmatica può impedire, o limitare, l’entrata dei metalli nel citoplasma. Studi recenti hanno rivelato l’esistenza, in queste piante, di trasportatori di metalli coinvolti nei meccanismi di tolleranza. Essi includono vari enzimi e polipeptidi a basso peso molecolare che, formando complessi con i metalli, sono importanti per la cosiddetta compartimentalizzazione dei metalli nei vacuoli, i quali sono gli organuli citoplasmatici dove si accumulano i metaboliti secondari. Interessante notare che le serpentinofite, cioè le endemiche dei substrati serpentinosi (il nome fu coniato dal geologo e naturalista pisano Paolo Savi nell’ottocento, e richiama i colori variabili e diversi delle rocce, con diverse sfumature di verde come quelle della pelle di un serpente), si prestano ad applicazioni di “fitoremediation”, cioè l’uso di piante per ridurre o depurare da contaminanti e inquinanti vari substrati, i terreni o le acque.

Ma andiamo ad un altro fattore di endemizzazione, molto più intuitivo e semplice: l’isolamento, determinato da una barriera geografica che  impedisce fisicamente la diffusione di una pianta. Il caso è ben noto per i complessi montuosi o per le isole. A titolo di esempio, si possono considerare gli areali di alcune sassifraghe endemiche e rare della flora italiana, dalla Alpi agli Appennini, con specie esclusive anche del sistema sardo-corso. Un caso singolare di endemismo insulare riguarda una sperduta isola del Pacifico, l’Isola di Pasqua o Rapa Nui, dove cresceva una leguminosa endemica che si riteneva estinta da duecento anni, a seguito della totale deforestazione operata dagli abitanti. Nel 1947 il navigatore solitario norvegese Thor Heyerdahl approdò con il suo Kon Tiki all’Isola di Pasqua dove raccolse incuriosito i semi di una pianta,  sopravvissuta in un unico esemplare sulle ripide coste di Rapa Nui. Uno di questi semi germinò nell’Orto botanico di Kew a Londra. Si trattava di Sophora toromiro, la leguminosa endemica dell’isola, salvata dall’estinzione grazie a Heyerdahl. Stessa sorte è toccata più recentemente ad un’erba aromatica endemica della Sierra Nevada spagnola, Artemisia granatensis, distrutta in natura a forza di raccoglierla per farne dei liquori digestivi. Fortunatamente nell’Orto botanico di Madrid una pianta era coltivata ex situ, e una volta propagata per cura dei colleghi dell’Orto botanico di Cordova, è stato possibile riportarne qualche esemplare in situ, come si suole dire, e garantirne la sopravvivenza. In situ e ex situ sono strategie integrate di conservazione per specie in pericolo di estinzione. Da questi esempi si può comprendere come un areale ristretto possa essere legato all’estinzione.  In seguito alla scomparsa di condizioni idonee alla sopravvivenza, indotta da eventi geografici o climatici naturali, ma anche da alterazioni prodotte dalle attività umane, la distribuzione di una specie endemica si riduce, fino alla possibile scomparsa dell’entità.

Dopo la stenoecia e le barriere geografiche, altro motivo di endemizzazione è la “giovinezza” di un taxon. E’ il caso conseguente ad un isolamento recente, per cause geografiche o di deriva genetica (genetic drift), per cui ai margini di un areale abbastanza vasto gli individui dei popolamenti vegetali tendono ad assumere caratteristiche genetiche e somatiche proprie, dipendentemente dalla frequenza di alcuni geni presenti negli individui periferici di un popolamento. In questa evenienza, l’areale del popolamento differenziatosi da quello originario è minore dell’areale potenziale, per cui si definisce un nuovo, giovane taxon endemico. Un neoendemismo.

Ora, affrontiamo il capitolo dei tipi di endemismo, in rapporto ai fenomeni di speciazione. La speciazione, nella sua più generale accezione, è quel processo che porta alla formazione di nuove popolazioni riproduttivamente isolate, quindi ad unità evolutive indipendenti e discrete che si specializzano e che si adattano all’ambiente. La riuscita di un evento speciativo dipende dall’acquisizione di meccanismi di isolamento – nei taxa endemici particolarmente forti ed evidenti - e nell’abilità di utilizzare certe risorse ambientali con maggiore successo di qualunque altro concorrente. L’argomento è molto vasto e complesso per cui mi limiterò ad alcuni esempi. I meccanismi isolanti, connessi all’interruzione di flussi genici tra individui della stessa popolazione, possono insorgere in specie anfimittiche, cioè che si riproducono per unione di gameti maschili e femminili (i primi portati dal granulo pollinico, i secondi negli ovuli del fiore), e per processi detti apomittici, senza l’unione di gameti. I semi di queste piante non sono conseguenza di gamia, ma prodotto di meccanismi meiotici diciamo irregolari, a seguito dei quali la sporogenesi (o meiosi, che di norma forma quattro spore aploidi, con il numero cromosomico ridotto a metà), forma cellule diploidi, capaci di germinare e di formare nuovi individui, naturalmente con una valenza genetica monoparentale. Ne abbiamo diversi esempi nel genere Calendula, in Limonium, in molte composite. Tra queste Hieracium cophanense del Monte Cofano presso Erice in Sicilia, che con i suoi 27 cromosomi si propaga per semi apomittici.

Nelle piante anfimittiche, che sono la maggioranza, vi sono diverse possibilità di endemizzazione. Claude Favarger, un grande botanico svizzero, scomparso qualche anno fa, ha indagato moltissime piante endemiche delle Alpi, dei Pirenei, delle isole mediterranee e del Nord Africa sulla base dei loro cromosomi, e ha potuto elaborare una classificazione dei tipi di endemismo che è tuttora la più accreditata e usata. Ho avuto il privilegio di essere stato il suo allievo italiano, per cui anch’io ho seguito i suoi insegnamenti e ho applicato l’analisi cromosomica a qualche centinaio di specie endemiche della nostra flora.

Prima di farvi qualche esempio, vi porto qualche dato. In Italia, vi sono 1371 piante vascolari endemiche, quindi circa il 19 % su un totale di circa 7953 specie e sottospecie. Tre appartengono al gruppo dei Licopodi, una al gruppo delle felci, due a quello delle conifere. 1365 entità sono divise tra monocotiledoni (221) e dicotiledoni (1144), per un totale di 29 ordini, 67 famiglie e 304 generi. La Sicilia, la Sardegna, la Calabria e l’Abruzzo sono le regioni più ricche di endemismi. I gruppi sistematici più ricchi sono le composite, la cariofillacee e le asparagacee.

La più nota e importante nostra gimnosperma endemica è l’abete dei Nebrodi, Abies nebrodensis, di cui in natura, nel Vallone degli Angeli di Contrada Quacella sulle Madonie in Sicilia, sono noti 30 individui. Tutelati dal Corpo forestale, recintati e oggetto di attenzione massima, vengono propagati per seme e le plantule affidate anche a privati, che nei loro giardini montani sono orgogliosi di contribuire alla conservazione ex situ di questo relitto endemico.

Tra le angiosperme vi presento qualche paleoendemismo, che secondo la classificazione di Favarger è un taxon isolato sistematicamente, ad esempio una sola specie di un genere, o una specie senza taxa corrispondenti, cioè entità che non presentano somiglianze morfologiche, fisonomiche o strutturali che consentono di ipotizzare la mancanza di un rapporto genetico o filogenetico. I paleoendemiti sono diploidi, con basso numero cromosomico, quindi antichi. Un paleoendemita apuano è Globularia incanescens, unico rappresentante della Sezione Carradoria del genere Globularia, con caratteri fiorali distinti da tutte le altre specie del genere. Diploide a 18 cromosomi, quindi sicuramente primitivo. Altro paleoendemita è Primula palinuri, una specie che assomiglia a piante delle Alpi come la P. auricula, ma è tipica delle rupi marittime di Capo Palinuro nel salernitano, isolata sistematicamente, di antichissima origine, diploide o autopoliploide in qualche individuo. Sei antichi generi sono endemici della flora italiana: tra questi Castroviejoa, con due specie sarde, Petagnaea, Nananthea e Morisia, questi ultimi con una sola specie, quindi paleoendemici.

Un’altra categoria è quella degli schizoendemismi, risultato di una lunga e progressiva differenziazione da un taxon primitivo: si tratta di popolamenti che presentano un’origine comune, lo stesso numero cromosomico, affinità genetiche manifeste ma che occupano areali distinti o ambienti ecologicamente diversificati, il che impedisce il flusso genico e isola in modo permanente i taxa corrispondenti. Che l’origine sia unica si prova incrociandoli sperimentalmente in Orti botanici o arboreti: gli ibridi sono o totalmente o parzialmente fertili. Tipico l’esempio di abeti mediterranei iberici, nordafricani, medio-orientali – anche molto distanziati nei loro areali naturali da centinaia di migliaia di anni – che hanno tutti 24 cromosomi molto simili e sono tra di loro geneticamente compatibili. Molti di loro sono coltivati a Vallombrosa e si sono mostrati sperimentalmente interfertili. Uno schizoendemismo nostrano è Solidago litoralis, una composita esclusiva delle spiagge tirreniche, da Viareggio a Donoratico, originatasi da Solidago virgaurea, collinare e montana, da non più di 14.000-16.000 anni fa, quando la trasgressione marina versiliana ha edificato la pianura delle Toscana occidentale. Le due specie sono simili, hanno 18 cromosomi praticamente uguali, ma una cresce su substrati salati, dove l’altra non può vivere. Fioriscono in tempi diversi e quindi non si incrociano.

Altra categoria è quella dei patroendemismi, entità primitive diploidi dalle quali si sono originate specie più recenti poliploidi, con numero doppio o quadruplo di cromosomi, numero ottenuto per autopoliploidia (cioè per moltiplicazione del proprio numero cromosomico) o per allopoliploidia, cioè con l’intervento di due o più genomi, che si sono ibridati e moltiplicati. A questi poliploidi si dà il nome di apoendemismi. Un caso emblematico è quello di una asparagacea (già considerata una Liliacea o Hyacinthacea) endemica toscana, Bellevalia webbiana, descritta per Pratolino vicino a Firenze a metà ottocento, nel 1854. Già creduta ibrido tra un Muscari comosum, il noto lampascione, e un giacinto, la specie è stata investigata sotto ogni aspetto morfologico, cariologico, biologico-molecolare,  ed è stato visto che si tratta di un allopoliploide a 16 cromosomi, i cui ancestori sono addirittura tre entità diverse: B. ciliata, B. boissieri e B.trifoliata.  E’ una specie minacciata di estinzione, inserita nel Libro Rosso delle specie italiane in pericolo, costantemente monitorata in situ e coltivata ex situ a Pisa e a Firenze.

Voglio infine citare quelli che Favarger chiamava “Endemismi per ignoranza”, cioè taxa di basso valore perché ritenuti varianti locali, come forme casuali o ecotipi che non meritano rango specifico o subspecifico. In realtà studi citogenetici e biomolecolari mostrano che molti di questi popolamenti sono geneticamente isolati, adattati a condizioni ecologiche peculiari, distribuiti in areali ben circoscritti per cui devono essere considerati unità sistematiche autonome, di livello specifico. Esempi sono Cerastium apuanum, Galium palaeoitalicum, Santolina leucantha, Veronica longistyla, Silene lanuginosa, tutte entità che erano considerate una volta forme o semplici varietà, quando non addirittura conspecifiche con altre unità tassonomiche, e che si sono rivelate buone specie endemiche (delle Apuane, in questi casi). Emblematico il caso di Centaurea montis-borlae, non considerato nella  prima edizione della Flora Italiana di Sandro Pignatti: è un poliploide con 88 cromosomi, un numero che non si riscontra in altre centauree come il fiordaliso  o in specie congeneri.

Vi sono casi inversi, cioè di elementi considerati endemici che rientrano invece nella variabilità infraspecifica di altre unità sistematiche. Recentissimo è lo studio di Narcissus etruscus, ritenuto endemico toscano, trovato a Settignano (Firenze) e descritto come buona specie  nel 1858 ma risultato, a seguito di accurate indagini cariologiche e biomolecolari, sinonimo del comune N. tazetta.

E’ tempo di concludere. Abbiamo visto alcuni aspetti dell’endemismo, come si originano gli endemiti e quali sono i tipi più significativi. Essi sono gli elementi che più di altri caratterizzano la flora di un distretto geografico, sono entità esclusive che nobilitano il paesaggio vegetale anche con le loro espressioni fiorali, i loro colori e i loro profumi, la loro spiccata ecologia e le loro strategie adattative. Ma sono anche gli elementi più fragili, esposti a rischi di estinzione di ogni tipo. Pensiamo la flora d’Italia senza Paeonia italica (nel 2015 è stata descritta per la Sardegna una nuova peonia endemica, P. sandrae); o senza l’elegante Dianthus guliae; o senza Linaria capraria, esclusiva dell’Arcipelago toscano. La loro scomparsa segnerebbe la perdita di lembi considerevoli di biodiversità vegetale ed ecosistemica, ed è superfluo dire che nessuna entità endemica potrà mai essere recuperata o ricostruita se si estingue. Milioni, o centinaia di migliaia, o poche decine di anni sono occorsi per costruire il patrimonio vegetale spontaneo attuale. L’uomo - dalla nascita dell’agricoltura neolitica ad oggi - ha saputo selezionare, ibridare, coltivare e utilizzare le risorse vegetali per la propria sopravvivenza e per il proprio benessere, usando diverse piante spontanee come progenitrici di quelle coltivate. Salvaguardare il germoplasma di specie potenzialmente utili, conservare la diversità floristica che nobilita il paesaggio, rispettare boschi e foreste, i grandi alberi ma anche le modeste piante endemiche dei nostri luoghi credo sia un impegno etico, per ciascuno di noi.

 

 

 

 

Passeggiata all'Orto Botanico del 28 Gennaio 2016

 

Cari Soci,
 

Qui di seguito pubblichiamo il ricordo della passeggiata all'Orto Botanico del 28 Gennaio 2016, preparata da Elvira Imbellone con il titolo " il giardino in inverno ".
Elvira ha voluto dedicare questa bellissima mattinata in ricordo del caro Marzio Giacalone, con il quale collaborava per scegliere le più belle  immagini dei suoi viaggi affinché noi tutti potessimo goderne.
 

Gloria Viero

(Presidente del Giardino Romano)

 

 

Foto della passeggiata del 28 Gennaio 2016

Conferenza del 27 gennaio 2016

Angela Zincone, eccellente ed esperta Giardiniera.

Consigli pratici di cura delle piante

 

(Testo di Maria Luisa Guglielmi)

 

Angela Zincone si vuole presentare da sola ai nostri soci, accorsi oggi numerosi per ascoltarla. Lei conosce molti di noi da molto tempo, avendo fatto parte per più di 15 anni della nostra associazione. Amando le piante ha sviluppato sempre più la pratica del giardinaggio, tenendo corsi e dirigendo vivai. Fin da piccola ha avuto la passione “verde”, trasmessa da suo padre, e in seguito ha fatto tesoro degli insegnamenti di due maestri giardinieri straordinari all’Aranciera dell’Orto Botanico. Confessa che quello è stato un momento magico per la sua vita: grazie ad esso ha varcato la soglia della conoscenza botanica, per cui la sofferenza di una pianta maltrattata fa soffrire intensamente chi la osserva. La cura deve essere infatti costante, non solo a primavera, anche se in questa stagione la natura si risveglia. Plinio il Vecchio diceva che con il vento “flavonio” bisogna incominciare a potare, cioè a febbraio. Inoltre è consigliabile farlo con la luna calante. Ciò non è stupido, lei commenta, e questa norma dettata dall’esperienza come il resto delle regole che ci presenta, è contenuta nelle cinque pagine riassuntive da lei preparate per essere distribuite alla fine della conferenza ai soci. Una lista dei lavori d’inverno, con le piante da potare a febbraio e a marzo, quelle con fioriture primaverili da potare solo a fine fioritura (elenco di alberi e arbusti), le siepi a forma squadrata da potare ogniqualvolta la crescita ne alteri la forma evitando i periodi più freddi, e quelle informali, formate da essenze diverse, intervenendo soltanto su quelle più vigorose. Circa la concimazione comincia col dire: “Prima la concimazione organica e poi….tutto il resto” prendendo in esame i vari tipi di concimi liquidi. La potatura è un lavoro di primaria importanza e quasi sempre, soprattutto a livello pubblico, viene eseguita spericolatamente sia per una eccessiva drasticità che per il periodo dell’anno senza riguardo alcuno per la salute- in alcuni casi persino per la sopravvivenza - di una pianta sottoposta a tale trattamento irresponsabile.  Si sofferma perciò sul modo di potare gli alberi e sulla cura delle ferite causate dalla potatura,  insegna come potare le rose a seconda delle loro specificità. Nella sua esposizione ripercorre questi punti, raccomandando di non lasciare mai solo il giardiniere soprattutto nell’operazione di potatura, perché questi può compiere sbagli dannosi per le piante. Ad esempio, ogni rosa è diversa dall’altra e la rifiorente non va potata perché fiorisce sul legno vecchio così come le rose botaniche. Per le altre è consigliabile attendere dopo la fioritura, e specialmente le rampicanti si possono accorciare solo leggermente. La “Banksia” può durare anche 100 anni, e non bisogna accorciarla ma svecchiarla, cioè tagliare alla base i vecchi rami. Le siepi vanno sagomate, e quelle formate da essenze diverse vanno spuntate ove ne emerga disordinatamente qualcuna. Una foto mostra un potatore di siepi anziano molto preciso, che rifiutando la veloce ma dannosa sega elettrica si china con le forbici sulle piante. Le ortensie vanno potate a marzo, perché il gelo potrebbe nuocere. La lantana, anche lei potabile a marzo, rifiorisce in estate: quindi bisogna aspettare. Il limone è delicato e va potato come gli altri agrumi a giugno-luglio. Nella potatura degli alberi oggi si commettono troppi errori. A parte il fatto che un albero monumentale dovrebbe poter esprimere tutta la sua bellezza in piena libertà di crescita  lontano da altri esemplari.

 

 

 

 

Conferenza del 20 Gennaio 2016 all’Aranciera dell’Orto Botanico di Roma dell’Agronomo Giardiniere Ludovico Pollastro

sul tema “I giardini del Mito nella Sicilia Orientale”

 

(Testo di Maria Luisa Guglielmi)

 

Presidente del Garden Club di Taranto fino alla fine del 2015, Pollastro è da molto tempo anche valido auto e consigliere del nostro gruppo romano. Racconta che come direttore di una rivista che si occupava del malessere delle piante venne in contatto con Stelvio Coggiatti, il nostro fondatore, e che all’epoca in suo onore pubblicò un manuale pratico sulle malattie delle piante (dei gerani, rose ecc.), sulle infestanti e sulla lotta ai parassiti. Egli accompagna la sua prolusione con splendide immagini di specie botaniche tipiche del clima mediterraneo come palme e “ficus”, di resti delle vestigia locali e di panorami mozzafiato. La prima diapositiva riguarda la costa rocciosa dell’”isola” di Ortigia, la parte più antica di Siracusa, la cui estremità forma l’entrata naturale di un grande golfo. Essendo ricca di sorgenti di acqua dolce, essa fu abitata fin dall’età del bronzo. Il poeta e scrittore greco Pindaro (518/438 a.C.) definì Siracusa la più bella città dei mortali, mentre il monte Olimpo era residenza degli dèi. Le testimonianze monumentali rimandano all’influenza greca, che è tuttora visibile anche nella cattedrale della città situata ad Ortigia e sorta su un tempio dedicato alla dea Atena, l’Athenaion, del V sec. a.C. Nella trasformazione in chiesa cristiana (S. Maria delle Colonne) sono state inglobate nella struttura colonne doriche eccezionali. Il castello Eurialo, nella frazione Belvedere, è una imponente fortificazione militare fra il V e IV sec. a. C. E’ arrivato fino a noi anche un bagno ebraico, segno della presenza in loco di una colonia ebraica per molto tempo; con ingresso nella parte di un albergo attuale. C’è una roccia affiorante con sorgente di acqua calda carsica, alla quale nel IV-V sec. a.C. gli ebrei portavano le fanciulle della comunità a lavarsi, in seguito alla comparsa del loro ciclo mestruale. In una natura segnata da spaccature nella roccia, falde acquifere, vegetazione spontanea rigogliosa, vicinanza con il mare, non poteva mancare una ricca mitologia. Come quella legata alla “Fonte Aretusa” nella parte meridionale di Ortigia. Un limpido specchio d’acqua dolce semicircolare formato da una sorgente che sgorga a qualche metro dal mare, contornato da papiri e popolato da anatre e pesci. Dice la leggenda che la vergine selvaggia e pudica ninfa Aretusa fu mutata in una fonte da Artemide, alla quale si era rivolta per sfuggire al folle amore per lei di Alfeo, uno dei figli del dio Oceano. Portata dalla Grecia a Siracusa, stabilì qui la sua dimora, dove alla fine fu raggiunta dal giovane innamorato, e visse per sempre felice con lui. Questo è un luogo suggestivo specie al tramonto, quando all’orizzonte il sole scende dietro i monti Iblei, catena della Sicilia sud-orientale con il monte Lauro alto 984 metri. Il mito è la “fabula”, il racconto di tremila anni fa degli uomini che avevano rispetto per gli dei e si inventavano storie collegate ai loro territori. L’Etna, con la sua notevole altezza (di 3333 metri, anche se continue eruzioni fanno variare il dato in più o in meno di 10 metri) e la sua attività vulcanica si prestava anch’esso alla creazione di esse. Anzi, questo monte è il mito per eccellenza. All’alba, guardando verso occidente, si vede proiettata la sua ombra verso il centro della Sicilia, verso Enna e Caltanissetta. La Sicilia è un luogo magico, e perfino la sua forma di triangolo irregolare (è chiamata anche “Trinacria”) le conferisce un carattere fantastico. Si narra che i giganti con in testa Tifeo, il maggiore di loro, decisero di sovvertire l’ordine costituito, di impossessarsi dell’Olimpo dove abitava Zeus con sua moglie. Per arrivarci occorreva costruire una specie di scala, mettendo una sopra l’altra le montagne della terra, e quando stavano per raggiungere il loro scopo furono vinti. Giove infatti se ne accorse, e indignato per l’affronto al suo potere sul mondo incaricò i Ciclopi, coordinati da Efesto divinità minore, di costruire dei razzi di notevole possanza per contrastarli. La testa di Tifeo cadde sotto l’Etna, dove il gigante imprigionato fece fuoco e fiamme per liberarsi, originando il vulcano; i suoi piedi furono posti sotto il Lilibeo (Trapani), il braccio destro sotto il Peloro (Messina) e quello destro sotto Pachino (Siracusa). Il piccolo lago naturale di Pergusa, a pochi km. da Enna, città ombelico dell’isola, è invece legato alla leggenda del ratto di Persefone fanciulla bellissima (Proserpina per i romani) da parte di Ade dio degli Inferi. Fu portata via mentre stava raccogliendo fiori nei pressi del lago. Dopo varie vicissitudini, Demetra sua madre dea delle messi la trovò, e si fece aiutare da Giunone per ricondurla in libertà, con successo. Si stabilì che con il ritorno della fanciulla anche la terra avrebbe esultato, dando origine alla primavera ed estate; accontentando così gli umani. La ninfa Ciane, che abitava a Siracusa e che aveva tentato di opporsi al rapimento di Persefone aggrappandosi al cocchio di Ade, fu trasformata in una fonte. Allora il giovane innamorato di lei Anapo, visto l’accaduto, si fece mutare anche lui in fiume. La “fonte Ciane”, in provincia di Siracusa, si trova all’interno della Riserva Naturale Regionale, e deve il nome al colore azzurrino delle sue acque. Il Ciane in realtà non nasce qui, ma molto più a monte, e riemerge in questo posto dopo aver percorso diversi chilometri nel sottosuolo. La “fonte Ciane” è rinomata per la sua bellezza, data la presenza di molti esemplari di papiro (“Cyperus papyrus”) alti e rigogliosi quasi alla maniera tropicale. E’ l’unico luogo in Europa dove la pianta cresce spontanea, anche se non è stato dichiarato per questo patrimonio dell’umanità, come accade a Creta per la palma da dattero, la “Phoenix dactilifera”. Sembra che una volta anche i papiri della fonte Aretusa fossero spontanei. Vicino Siracusa, circondata da un giardino mediterraneo, c’è un’azienda della baronessa giardiniera Susanna Corvaja, che Pollastro ricorda come persona molto ospitale. Ella abita in una torre d’avvistamento bizantina del XIII-XIV sec., Torre Milocca, da lei restaurata. La struttura in pietra per l’agriturismo è interamente ricavata da una vecchia masseria, utile anche come base di partenza per gite naturalistiche nei dintorni, come all’oasi faunistica di Vendicari e allo sperone roccioso di Pantalica, delimitato dal fiume Anapo. Ma anche il suo giardino è un paradiso, con diversi tipi di piante, come la “Chorisia speciosa”, uno stupendo albero tropicale dai fiori gialli e con una fibra lanosa attaccata ai suoi semi, raccolta in alcuni paesi per imbottire materassi e cuscini. Il tronco presenta grosse spine. Poi troviamo il corbezzolo, “Arbutus unedo”, pianta italica per eccellenza per la presenza di fiori bianchi, frutti rossi e foglie verdi insieme, e una stupenda agave. L’azienda è molto basata sulle piante grasse, e i 150 ettari coltivati comprendono una grossa estensione destinata alla produzione di limoni; il resto ad ortaggi e carciofi.

Scorrono altre foto, come quelle relative alla “Latomia dei Cappuccini”, ora in gestione al FAI e forse intorno al XI sec. acquistata dai suddetti frati. All’indomani dell’Unità d’Italia il sito venne espropriato ai cappuccini, i quali vi coltivavano gli ortaggi e curavano un giardino. Questa è la più grande e antica delle latomie, che formano un sprofondo fertilissimo a causa del terriccio del quale è composto, deposito anche di origine marina. In essa si nota un notevole sviluppo apicale delle piante, come gli ultracentenari pioppi. La chiesa conserva uno stupendo trittico sull’altare del pittore Mattia Preti, una caravaggesca Madonna con S. Agata e S. Lucia, venerate in Sicilia. Nelle “Case del Biviere” (a Lentini, più vicino a Catania anche se in provincia di Siracusa), abitazione della principessa Miki Borghese, ci sono molte piante grasse. Un busto di Cerere guarda il giardino. Una euforbia è abbastanza rara, e si notano anche agavi come l’“Agave ferox”, e piante di aloe. In mezzo sono in mostra due imbarcazioni antiche fatte con le canne, una di forma rotonda e l’altra a due punte, perché una volta qui c’era il più grande lago della Sicilia, profondo solo 8-10 metri, poi interamente prosciugato. I tocchi di colore vengono dati dalle “Bougainville”. Inoltre abbiamo il “Populus tremula”, forse pianta marocchina, il “Cephalocereus”, e l’“Euphorbia grandidens” molto bella. Circa la produzione di frutta, l’azienda è attrezzata per la spedizione di vini e arance di varietà diversa. La casa padronale è accanto all’ex- molo del porticciolo dove una volta arrivavano le barche, su di esso è sistemata una collezione di grandi succulente: al posto della distesa d’acqua ora si allarga un prato all’inglese.

Entriamo poi nella proprietà di Rossella Pezzino di Geronimo, personaggio straordinario e dalle disponibilità finanziarie superiori. Ha comprato una casa ottocentesca con archi nella facciata a Canalicchio (Catania). Il suo è un giardino articolato in stanze concatenate dall’effetto naturale, dove il percorso è guidato da colori e profumi spesso esotici, e dove si vede una “Bougainvillea” bianca potata con arte topiaria accanto a vecchie condutture d’acqua di concezione araba, le saie. Le piante tropicali e subtropicali abbondano, come nello stagno le ninfee e i fiori di loto. La proprietaria viaggia molto, fotografa e trae ispirazione da altre culture. Ha realizzato anche il giardino birmano e quello cinese, immergendosi nei sentieri dell’immaginazione. Se ne incontra anche uno zen, con “Equisetum”. Nelle stanze anche scorci di rose e gigli. La sua proprietà è di sette ettari e sta salvando il vicino bosco di querce con una tomba romana. Visitiamo poi virtualmente il giardino dei Gravina nella Piana del Simeto, progettato da Ettore Paternò, il più bravo della Sicilia, che prima si occupava di vivai insieme alla moglie. Nella sua casa di Catania ha una meravigliosa vista sull’Etna che ha fatto esaltare Burle Marx mentre dalla proprietà agricola si può contemplare la spiaggia del Simeto. La piscina è fra le palme, e si ammirano fra l’altro magnolie, una “Banksia”, che ha fiori bianchi-rosacei somiglianti a quelli della “Chorisia speciosa”, e l’“Acanthus”. Il conferenziere ha parlato anche di altri luoghi e persone, ma mi sembra interessante chiudere questo riassunto con la sua citazione di una pianta endemica siciliana, la “Betula aetnensis”, cioè la betulla dell’Etna, che può vivere in condizioni di caldo e freddo estremi. Quando si pensa alle betulle ci si immagina ambienti nordici, in quanto esse si trovano anche al circolo polare artico, invece annoveriamo questa betulla particolare, che contribuisce al fascino dell’isola, terra di contrasti, di vegetazione tropicale e montana, di mare e di alte vette.

                

 

 

 

 

Conferenza del Prof. Carlo Contesso, “garden designer”,

sull“’Evoluzione del Progetto del Giardino”

tenuta all'Aranciera dell'Orto Botanico mercoledì 13 Gennaio 2016

 

(Testo di Maria Luisa Guglielmi)

 

Ospite illustre del “Giardino Romano è questa volta Carlo Contesso, laureato in “garden design” alla Università di Greenwich (UK) con un “master” in Natural Resources presso il Virginia Tech (USA), professore all’Università di Belle Arti di Perugia, e apprezzato progettista di spazi verdi in campo nazionale ed internazionale, anche per il suo rispetto dell’ambiente e della sua sostenibiità. Fra l’altro ha partecipato al “Festival International de Chaumont-sur-Loire - La logique du Tournesol 2004”, Francia. Pubblica una rubrica di “planting design” su “Gardenia” e un’altra su il “Corriere della Sera”.

Egli ci presenta l’evoluzione del giardino nel corso dei secoli, passando in rassegna le tradizioni dell’oriente e dell’occidente, con riflessi sul presente. I primi giardini (ebraici, assiri, indù) sono nati per fini spirituali o naturalistici (frutteti). Si possono individuare dei caratteri comuni. Uno dei primi viene dall’antico Egitto: squadrato, con una vasca o una serie di vasche e intorno alberi da frutto; fichi o datteri. Nell’acqua pesci e anatre. E’ l’idealizzazione dell’oasi nel deserto, con due fasce esterne di pari estensione, fatte per proteggere l’oasi centrale. Nel Sahara oggi sono organizzate con canalizzazioni per collegarle al pozzo centrale, in quanto l’acqua è portatrice di vita. Il giardino persiano fino al XVI sec. era strutturato intorno ai quattro fiumi della vita. Ciò che variava rispetto a quello egiziano era una maggiore elaborazione, in quanto non c’era più bisogno di chiudersi, con doppie barriere per difendersi dall’aridità del deserto. Inoltre c’erano pavimentazioni di mattonelle policrome, spesso azzurrine. Comunque in ogni cultura con il giardino si esprimeva la propria idea di paradiso, luogo di delizia e di gioia. Per il re persiano la “glorietta”, vero parco, era il proprio paradiso privato; una riserva di caccia piena di prede e di frutti, nonché cipressi, mandorli e melograni esaltati nella prosa e nella poesia persiana fin dall’antichità. I quattro fiumi che dividevano il giardino, in uno schema geometrico, erano riprodotti nei tappeti antichi. In quello persiano Moghol gli spazi sono più larghi e vengono inserite le cascate. La pianta è quadrata perché è più facile portare ordine. Bisogna capire che allora esisteva intorno tanta natura incontaminata, soprattutto in India, nel nord vicino al Pakistan, e allora l’idea del giardino-oasi con i quattro fiumi poteva essere realizzata in spazi immensi. “Amber Fort”, antica fortezza dei guerrieri Rajput nello stato indiano del Rajasthan, a 11 km da Jaipur nella valle del Kashmir, è una gemma nel paradiso. Il giardino ha le forme classiche del Gran Moghol; non è una ripetizione sterile di quanto si era imparato in quello arabico. Tutti i giardini più importanti sono costituiti da questi tre fattori, cultura, clima e ambiente locali. I “Nishat Mughol Gardens” nel Kashmir, sulla riva del lago Dal, riprendono i colori delle alte montagne circostanti, con l’apertura verso l’esterno, i quattro fiumi e le cascate d’acqua. I tracciati rettilinei all’interno di aree cintate, con fontane e canali, vengono rielaborati anche in virtù della disposizione delle fonti d’acqua. Così la pianta invece di essere centrale con i quattro bracci corrispondenti agli assi maggiori di un quadrato  si sviluppa in lunghezza (548 metri), in forma rettangolare, con un unico asse principale che segue il deflusso delle acque per la pendenza della collina. Il complesso si presenta come una serie di terrazze in pietra lucida, ed è diviso in due sezioni, il giardino pubblico e quello privato.

I giardini cinesi e giapponesi differiscono completamente da quelli africani, dell’Asia Minore e indiani. I primi, più importanti, risalgono almeno al 100 a.C., ed i giapponesi dal 700 d.C. in poi. Sono abbastanza simili, ma quelli cinesi meno raffinati nel dettaglio. Frutto entrambi della meditazione, dello stare in silenzio, del filosofare, ed insieme della passione per il grandioso, che si può realizzare anche in uno spazio molto piccolo attraverso specifici accorgimenti.   Abbiamo molte rocce, ponticelli, sentieri mai dritti, molto tortuosi, anche perché i paesaggi in Cina sono collinari. Lo stagno deve essere irregolare e si deve poter ammirare il giardino da vari sentieri. Così i ponticelli cinesi si curvano verso l’alto per avere uno sguardo panoramico. L’architettura del giardino comprendeva anche porte rotonde e pagode. In esso si voleva creare un paesaggio idealizzato. In Giappone questa concezione venne ripresa con elementi inediti, quali piante potate con molta cura, con chioma rotonda. Ad esempio le azalee non erano coltivate per i loro fiori ma perché rendevano bene la forma verde che richiamava alla mente la collina. La composizione dello spazio nel paese del Sol Levante si è tanto raffinata nel corso dei secoli che tuttora è validissima. Nel giardino zen, con il rastrellato, le piante sono pochissime, e le rocce sono scelte con grande cura, con forme codificate, a cominciare da quelle orizzontale e verticale. Caratteri che si usano tutt’oggi nella progettazione in tutto il mondo. A Ryoan-ji, Kyoto, una volta di proprietà della famiglia Fujiwara, si può vedere un tempio zen con un giardino dalla essenzialità esasperata, con un po’ di rocce basse strategicamente sistemate all’interno di una superficie lineare, per favorire la meditazione. Solo il cancello monumentale che porta al tempio è ricco. Infatti, alla base del giardino giapponese non c’è una struttura di fondo ma il pensiero. In Francia ed in Italia si è tentato di ricreare i giardini dell’estremo oriente, ma con scarso successo, perché realizzati in terreni piatti, senza seguire la morfologia del terreno, e senza poesia; quindi senza alcun senso.

In Spagna si notano due cose interessanti: l’eredità del giardino romano antico, più o meno ripetizione di quello greco (i romani, secondo il professore, sono stati ottimi imitatori ma non hanno creato cose nuove in questo campo), e il “patio”. Chiuso per almeno tre lati e con dipinti sui muri che contornavano il giardino, quello tradizionale del sud-ovest del paese aveva la stanza a cielo aperto e la fontana spostata da un lato, non al centro, in quanto questo ambiente era utilizzato per sostare in tranquillità “en plein air”. Era tutto pavimentato. In seguito alla “reconquista” della Spagna nel 1492, si instaura il patio formale. Quasi tutte le case di Granada ne avevano due: quello per essere vissuto e quello formale. Nel “Patio dei Leoni” datato 1377 nel palazzo del’Alhambra di Granada, si sente l’influenza moresca. Gli arabi venivano da un territorio sterile, e trovandosi in Europa con maggiore disponibilità idrica elaborarono un modello di commistione piena fra interno ed esterno, rivisitando il precedente patio spagnolo. Nel nuovo dunque l’acqua è bene vederla da vicino, in una grande vasca senza muretto. Così l’oasi idealizzata si compone anche di alte colonne di fusto sottile (124) di marmo bianco che simboleggiano le palme del deserto. Inoltre le finestre del palazzo danno solamente all’interno del giardino, secondo la visione musulmana del Paradiso, e pure la “Fontana dei Leoni”, anch’essa tutta in marmo bianco, fa parte del complesso da vivere.

Il Rinascimento, fra il ‘400 e il ‘500, è uno dei periodi più belli. E’ la prima volta che il giardino ha una funzione spirituale, quindi non per produrre di frutti o per cacciare. Nel Medioevo si avevano conoscenze limitate e in mano a pochi. Si aveva paura dei boschi, di ciò che c’era intorno; quindi esso aveva fini utilitaristici. Poi si aprì verso il paesaggio. La prima novità riguardò la trasformazione dei pendii in terrazze, sia nel Lazio che in Toscana, con una serie di stanze all’aria aperta, sempre con un “climax” nell’elaborazione dello spazio. A Villa Lante a Bagnaia l’asse centrale è molto forte, ed il territorio è sfruttato per creare scalinate monumentali per il passaggio da un piano all’altro, con ornamento di.statue varie, raffiguranti le stagioni, Apollo e Dafne ecc. E’ un posto solo del bello, dello spirituale. Comunque la grossa differenza tra il giardino italiano e quello francese risiede nel fatto che da noi si è cercato di mantenere un equilibrio con la natura, mentre oltralpe è prevalso il dominio su di essa. Il paesaggio lì è più vasto e piatto, sfarzoso, circondato da boschi. Nel parco di Vaux-le-Vicomte in Francia, progettato da André Le Notre, si nota la fortissima divisione dei sentieri, dove si doveva correre veloci a cavallo per raggiungere la selva per cacciare. In questo luogo i canali sono più irrigimentati che a Versailles. Lo scopo primario era quello di impressionare gli altri, nello sfoggio di potenza, e anche la potatura delle piante rientrava in questa ottica. Anche se prima della rivoluzione industriale un giardiniere costava molto poco. Ad esempio a Villa Demidoff a Pratolino, in provincia di Firenze, quando la manutenzione del verde diventò onerosa si perse il corredo verde originario, anche per la sua notevole estensione. In altri posti le terrazze sono state trasformate in cose più semplici.

Nei giardini inglesi prima del ‘500 il riferimento era al giardino mediterraneo, all’”hortus conclusus”. Contesso ci mostra la particolarità nordica degli alberi intrecciati, in genere tigli. I rami si fondono fra di loro formando una siepe (si può fare anche con i platani) in quanto i filari si riempiono completamente di foglie. Ancora oggi si possono ammirare in Inghilterra, Bruges e Olanda, Germania. In Italia si tentò l’esperimento a Pistoia, ma andò male. Altra cosa tipica del giardino inglese è l’assenza di simmetria. Diventa più interessante tra la fine del ‘400 e il ‘600 nel periodo Tudor. Alla fine della guerra cosiddetta delle due rose, tra la casa di Lancaster e quella di York (1455-1485) ci fu meno paura, ci si aprì verso l’esterno. Le torrette fortificate si modificarono in palazzine e ci fu un approccio più ordinato nel giardino. Altra cosa da ricordare è il medievale “cottage-house” della povera gente, che accanto alla casa coltivava ortaggi, piante officinali ed aromatiche; fatto importante per lo sviluppo del giardino botanico. Tra il 1485 e il 1603, periodo Tudor, iniziano le strisce di timo, di rosmarino, e salvia. Il Castle Howard nella contea del Nord-Yorkshire, una delle principali residenze di campagna, si ricollega invece allo stile francese, con lunghi viali e fontane.Tuttavia in Francia le grandi ville nel ‘600 furono tagliate nelle zone boschive, mentre nella stessa epoca in Gran Bretagna i boschi non c’erano più, e quindi esse erano delle isole. Come Blenheim Palace nell’Oxfordshire. All’inizio del ‘700 assistiamo ad una rottura completa con il passato. Il paese è sempre più ricco e colto (molti si recano in Italia per il GranTour) e il giardino acquista un aspetto più naturale. Si ripiantano anche i boschetti, la natura viene ricostruita anche se imbrigliata. Stowe nel Buckingamshire, giardino paesaggistico inglese, è come cercare in terra i Campi Elisi. Inoltre in Inghilterra nel ‘700 arrivano piante da tutto il mondo: nasce il giardino botanico. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento abbiamo il periodo del finto naturale: fiori dei boschi, papaveri, fiori blu, ecc. immessi nella formalità delle aiuole. Poi il connubio tra Gertrude Jekill e Lutyens, la prima appassionata acquerellista, che diventando miope si dedica alla creazione di impianti botanici inediti, più validi, anche per gli effetti cromatici, e l’altro che fornisce l’ossatura architettonica ai giardini. Quelli botanici sono più che altro organizzati a stanze, e a Sussinghurst Castle nel Kent c’è la sublimazione di questa impostazione.

Il giardino moderno ha in comune con quello islamico la comunicazione fra l’interno e l’esterno, e ha la passione per le arti, per l’esposizione di opere d’arte, tanto che può avere solo questo fine. Oppure lo scopo meditativo alla giapponese, vedere e non toccare, deserto verde dove non c’è posto nemmeno per gli animali, oppure posto dove il piede non deve mai fare lo stesso percorso dell’occhio sulla lezione cinese, obbligando il visitatore ad un percorso diverso. Tanti suggerimenti dal passato, ma mi sembra di capire alla fine della carrellata di Contesso, che oggi sostanzialmente il giardino non deve fare un fondale teatrale, ma essere vissuto. 

 

           

                

Elvira da Verbania sul lago Maggiore

(dicembre 2015)

testi e foto di Elvira Imbellone

 

IL FIOR FIORE DELLA NATURA IN INVERNO

 

Dal 5 all’8 dicembre si è svolta a Verbania, sul Lago Maggiore, un’interessante e raffinata manifestazione composta dalla tradizionale Mostra della Camelia invernale e da Giardini d’inverno, iniziativa questa nata da un’idea di Paolo Pejrone che ha voluto porre l’accento su un momento del giardino spesso poco considerato.

E’ stata l’occasione per osservare colorazioni autunnali, bacche, cortecce e ammirare la bellezza dei giardini di quest’area che vantano, grazie alla favorevole condizione climatica data dall’effetto mitigatore del lago, molte specie esotiche, sempreverdi e soprattutto conifere di grandi dimensioni (questi sono stati storicamente luoghi di acclimatazione di piante provenienti da tutto il mondo).

Il tradizionale florovivaismo è ancora molto attivo e specializzato (acidofile e piante da freddo) ed è stato rappresentato da piccoli produttori per noi poco conosciuti, che è difficile incontrare nelle Mostre in giro, ma che sono comunque contattabili sui loro siti. Spediscono abitualmente le piante in tutta Italia (mi hanno detto fino in Puglia e in Sardegna).

 

Parte I

(la manifestazione e i giardini)

 

E’ stato possibile visitare i giardini di Isola Madre e Villa Taranto, chiusi al pubblico in questo periodo (oltre alle colorazioni e alle fioriture è stato interessante osservare come vengono preparati ad affrontare la stagione invernale), il giardino privato degli Hamamelis che addirittura ha la sua stagione di elezione proprio nell’inverno (viene aperto alle visite  negli ultimi due week end di febbraio), la collezione di camelie di Villa Anelli a Oggebbio e fare un’escursione guidata con il battello lungo la costa per ammirare alcune ville (in alcuni casi anche tristi esempi di abbandono), particolarmente interessante per i riferimenti alle famose famiglie di vivaisti del passato che hanno fatto la storia di questa attività e delle piante che anche noi coltiviamo.

Magnifica e ricca l’esposizione delle camelie d’inverno Camellia sasanqua (ma anche Camellia hiemalis e C. vernalis) disposte in uno spettacolare allestimento. Le camelie sasanqua sono qui presenti in ogni giardino, mentre dalla Toscana in giù sono poco coltivate, anche se non ci dovrebbero essere difficoltà di coltivazione. Forse sono poco conosciute o piuttosto da noi se ne sente meno la necessità, dal momento il clima del centro Italia, più mite, fa fiorire la Camellia japonica prima che al nord.

 

Varie e interessanti le conferenze su vari aspetti del giardino in inverno, dalla progettazione alle piante.

le foto di Elvira (parte 1^)

Il Lago Maggiore a Verbania dalla terrazza di villa Giulia, sede della manifestazione la mostra della camelia invernale particolare dell'allestimento Camelia sasanqua 'Fanny' Camelia hiemalis 'Kanhro' la costa più soleggiata di Isola Madre Eucalyptus glauca in fiore visitato dalle api della costa i terrazzamenti di Isola Madre preparazione all'inverno: la protezione degli agrumi una Bouganvillea incartata per l'inverno Senecio grandiflorus in fiore per due mesi Cestrum rubrum fiorisce tutto l'anno, anche con la neve Dhalia imperialis In Guatemala è chiamata dalia di S. Caterina perché fiorisce per quella festa cespuglio di Eupatorium ligustrinum dei vecchi giardini part. fioritura invernale di Eupatorium ligustrinum Hydrangea involucrata 'Kokonoe' fiorisce fino ai primi fredd Tutcheria spectabilis una camelia di Hong Kong Iris laevigata semperflorens in Giappone chiamato iris dell'imperatore Pittosporum tenuifolium 'Golden King' diventa dorato con il freddo Pittosporum tenuifolium 'Deborah' la variegatura diventa rosa con il freddo una bellezza dell'inverno le gemme di Magnolia 'David Clulow' le enormi foglie a terra di Magnolia macrophylla il magnifico esemplare di Cupressus cashmeriana colpito dalla tromba d'aria nel 2006 irrorazioni con cere traspiranti nel salvataggio del cipresso nel giardino degli Hamamelis in pieno fiore a febbraio collezioni di Aucuba e di Ilex Aucuba japonica 'Crotonifolia' Aucuba japonica 'Longifolia' Arum dalla bella variegatura  la ricca fioritura invernale di Clematis cirrhosa la fioritura dura a lungo ma non profuma  l'angolo delle cortecce la corteccia rosata di Acer x conspicuum 'Phoenix' Betula chichibuense una rara betulla del Giappone scomparsa in natura Tilia cordata 'Winter Orange' piccolo albero di un vivaio olandese da diffondere Cornus alba sibirica ‘Westonbirt’ dal bel colore rosso le camelie invernali a Villa Anelli a Oggebbio  il vallone delle palme a villa Anelli il giardino in inverno a Villa Taranto gli effetti della brina la grande vasca dei Lotus coperta di foglie per l'inverno  Camellia grahantamiana dal fiore grande, scoperta nel 1943 a Hong Kong I frutti della Davidia involucrata l'albero dei fazzolett  le foglie scarlatte di Enkianthus perulatus un arbusto del Giappone i frutti di Idesia polycarpa un albero molto resistente

Parte II

 (i Vivai)

 

Qualche flash sui vivai presenti:

Azienda Agricola Nifantani  www.ilgiardinolepassioni.it  cell. 3392900584 di Varallo Pombia (NO), specializzata in arbusti rari e insoliti:

·      Hydrangea petiolaris ‘Winter surprise’ ha foglie piccole che si arricciano e diventa rossa col fresco (grazie alla sua crescita lenta ha dimensioni contenute e può essere bene utilizzata sia come rampicante che come decombente);

·      collezione di Ilex: Ilex verticillata ‘Golden Verboom’ bacche gialle persistenti in inverno; Ilex ‘Nellie Stevens’ più ricco di bacche delle altre specie e con le foglie meno pungenti; Ilex x attenuata ‘Sunny Foster’ mantiene i getti nuovi gialli mentre all’interno è verde. Vuole il sole; Ilex cassine molto decorativo;

·      collezione di Aucuba tra cui: Aucuba japonica crotonifolia,  Aucuba japonica f. longifolia; Aucuba japonica ‘Rozannie’, Aucuba japonica ‘Picturata’;

·      collezione di Cornus  dai rami gialli e rossi (‘Flaviramea’, ‘Sibirica’, sanguinea)

·      Cotoneaster lacteus sempreverde dalla ricca fioritura che produce bacche abbondanti e durevoli perché non appetite dagli uccelli.  I rami ricadono per il peso delle bacche stesse. Cresce fino a m 2,5. Va bene a spalliera ma anche come singolo esemplare;

·      Abelia grandiflora ‘Kaleidoscope’ e A. grandiflora ‘Confetti’ dalle foglie con i bordi rosati in autunno;

·      Berberis thunbergii ‘Admiration’ piccolo cespuglio più compatto della specie, con foglie rosso vivo bordate di giallo. Esibisce bacche rosse lucide allungate;

·      Trachelospermum jasminoides ‘Summer sunset’  d’inverno accentua i colori delle foglie;

·      Nandina leucocarpa con le bacche gialle (vuole poco sole)

Il Giardino www.ilgiardino.it di Grignasco (NO) ha una bella esposizione di

·      Helleborus niger con Nandina domestica e graminacee;

·      Decumaria barbara un’ortensia rampicante dalla foglia lucida da usare come tappezzante. I fiori, a luglio, sono profumati;

·      Malus x hopa  fiori rosa a cui seguono frutticini rosso/arancio. In autunno le foglie diventano gialle, arancio e rosse.

Floricoltura Coccetti di Sesto Calende, www.floricolturacoccetti.it  cell. 3486987318, un’azienda produttrice a conduzione familiare specializzata in rampicanti, piante rare, erbacee ed altro.  Ha in catalogo 200 varietà di clematis e 50 di eriche:

·      diverse cultivar di Cyclamen coum originario della Turchia (Cyclamen coum ssp. coum; C. coum ssp. ‘Pewter leaf’; C. coum ‘Elegans’; C. coum. ‘Album’);

·      Clematis cirrhosa ‘Advent bells’, sempreverde, fiorisce in inverno da novembre a maggio producendo abbondanti campanelle vinaccia puntinate di bianco. La ‘Winter beauty’ bianca, ha la campanella più cerosa e fiorisce da dicembre a marzo;

·       collezione di Sarcococca: S. orientalis la prima a fiorire, già per Natale, S. humilis più bassa e compatta, S. confusa con la foglia ondulata;

·      Trachelospermum asiaticum ‘Theta’ dalla fogliolina stretta, resistente al gelo;

·      Trachelospermum jasminoides ‘Star of Toscane’, dai fiorellini gialli deliziosamente profumati fino all’autunno;

·      diverse varietà di Cornus (‘Anny’s Winter Orange’, ‘White Gold’, ‘Hivoru Halo).

Camelie del Consorzio fiori tipici del Lago Maggiore e del Biellese:

·      Camellia sasanqua ‘Hino da Gumo’ fiore bianco con ciuffo di stami;

·      Camellia sasanqua ‘Yuletide’ fiore rosso e bel ciuffo di stami;

·      Camellia sasanqua ‘Showa No Sakae’ fiore rosa-lilla doppio;

·      Camellia sasanqua ‘Plantation Pink’ molto utilizzata nell’arredo della manifestazione.

Le Erbacee del Lago Maggiore di Alessandro Consigliere leerbaceedellagomaggiore@gmail.com  espone molti piccoli esemplari di Sciadopitys verticillata, conifera giapponese a crescita lenta.

Floricoltura Prandini  www.vivaiprandini.com  ricca raccolta di bacche di montagna e di frutta antica e rara.

 

 

le foto di Elvira ( parte 2^)

 il vivaio Nifantani specializzato in arbusti rari e insoliti Hydrangea petiolaris 'Winter surprise' di piccole dimensioni e crescita lenta collezione di Ilex: l'Ilex 'Nellie Stevens' ha foglie meno pungent Ilex x attenuata 'Sunny Foster' ha l'interno verde e i nuovi getti gialli Ilex cassine molto decorativo collezione di Aucuba pianta da ombra del Giappone  Aucuba japonica 'Rozannie' Aucuba japonica 'Picturata' Cotoneaster lacteus mantiene le bacche perché non appetite dagli uccelli Abelia x grandiflora 'Kaleidoscope' Abelia x grandiflora 'Confetti', I bordi delle foglie diventano rosati in autunno Berberis thunbergii 'Admiration' piccolo cespuglio compatto con belle bacche Trachelospermum jasminoides 'Summer sunset'. Il colore delle foglie è più intenso d'inverno Nandina leucocarpa piena di bacche gialle Cornus 'Flaviramea' usato in Francia nelle aiuole spartitraffico stand del vivaio Il Giardino con Helleborus niger, Nandina e graminacee Decumaria barbara, un'ortensia rampicante con fiori profumati a luglio Clematis cirrhosa 'Advent Bells' del vivaio Coccetti specializzato in Clemayis yclamen coum della Turchia. La foglia tonda è rossa sotto Cyclamen coum 'Pewter leaf' dalla foglia tonda e grigia la collezione di Sarcococca di Coccetti. Sarcococca orientalis in fiore a Natale Sarcococca confusa ha la foglia ondulata Sarcococca wallichii ha la foglia più chiara Trachelospermum jasminoides 'Star of Toscane' ha fiori gialli dal profumo delicato per tutta l'estate Trachelospermum asiaticum 'Theta' ha la foglia stretta ed è più resistente al gelo Camellia sasanqua 'Yuletide' utilizzata nel risotto della cena delle camelie Camellia sasanqua 'Plantation Pink' molto impiegata nella decorazione della manifestazione Vivaio Le erbacee del Lago Maggiore Sciadopitys verticillata una conifera giapponese di lenta crescita Floricoltura Prandini specializzata in bacche di montagna e frutti antichi  lo stand di camelie del Consorzio fiori tipici del Lago Maggiore

Elvira è tornata all'Orto con la sua fotocamera

dicembre 2015

 

l'autunno volge al termine e dei suoi colori è pieno l'Orto Botanico di Roma. La nostra Elvira Imbellone, qualche giorno dopo la riuscitissima "passeggiata" al Giardino Giapponese, è tornata all'Orto e ci ha inviato queste foto. I soci che hanno partecipato alla "passeggiata" apprezzeranno, per gli alberi già visti, l'incedere autunnale.

le foto di Elvira (clicca per ingrandire)

il grande olmo vicino al parcheggio Parrotia persica le foglie della Parrotia persica, una tavolozza di colori Parrotia persica particolare delle foglie della Parrotia persica particolare delle foglie della Parrotia persica un tappeto giallo (Parrotia persica) tappeto aranciato di Parrotia persica un tappeto quasi rosso di Parrotia persica la luminosa chioma di un sorbo le foglie del platano orientale profondamente incise sono tutte a terra le grandi foglie della Firmiana il tappeto giallo del Ginkgo biloba una scultura naturale, il mortale abbraccio di uno Schinus al Ginkgo un'altra immagine del grandioso Ginkgo biloba con le foglie del Ginkgo il vento porta via l'autunno

"flash da Milano"

di Elvira Imbellone

 

Nell’ultima estate di S. Martino che sembrava non finire mai, ho visto Milano come non la conoscevo, sotto un cielo “così bello quando è bello” come scriveva Manzoni.  

Naturalmente le mie principali attenzioni sono state per il verde, incominciando dai grattacieli del Bosco Verticale che con le colorazioni autunnali  (a Milano più avanti che non a Roma, ora) e le masse vegetali  cresciute rispetto alla primavera scorsa hanno assunto un aspetto più  pieno e definito.

Il verde in città (sarà l’effetto Expo o una maggiore sapienza da parte degli amministratori e dei cittadini) è generalmente curato e con numerosi nuovi interventi.

Tante piccole, ma significative sistemazioni  mi sono sembrate non dispendiose e valide. Mi riferisco ad aiuole, rotonde, spartitraffico, piccoli spazi di passaggio, in cui sono state utilizzate essenze solitamente non impiegate nel verde pubblico, di facile manutenzione, bell’effetto, non costose e capaci  di coprire bene gli spazi. Molto spesso le aiuole sono fatte tutte con la stessa essenza e comunque il numero di specie utilizzate è molto esiguo (non serve cambiare se una cosa funziona!).

Incominciando da quello che è ora il nuovo ingresso alla città per chi arriva con il treno a Porta Garibaldi, troviamo la salita con le scale mobili a piazza Gae Aulenti, centro dell’area di Porta Nuova. Le scale sono fiancheggiate da una fitta siepe di Trachelosperum jasminoides che ritroviamo, poco più in là, sulle recinzioni lungo il percorso verso il Bosco Verticale. Gli alberi sono ligustri, cedri, pioppi, aceri, liquidambar. Rimanendo in quest’area, ma un po’ in tutta la città, numerose le graminacee come Pennisetum alopecuroides, di origine australiana, che dall’estate all’autunno espone le sue decorative spighe coperte di lanugine e Miscanthus sinensis le cui infiorescenze permangono tutto l’inverno.

Tra gli arbusti Cornus alba ‘Elegantissima’ dai rami color corallo, che forma la maggior parte delle siepi del giardino intitolato alla giornalista russa, barbaramente assassinata, Anna Stepanovna Politkovskaja; Abelia sp. (usatissima), Cotoneaster sp., rose, lavanda, Pittosporum tobira ‘Nana’ che assume la tipica forma a collinetta. Tra le perenni Liriope muscari.

 

Un’ultima tappa al Parco del Portello disegnato dall’architetto americano Charles Jencks (quello del Garden of Cosmic Specuation v. mie foto dalla Scozia del luglio scorso) e dal paesaggista tedesco Andreas Kipar con la collina a spirale e tutte forme rotonde e sinuose.  Qui, un po’ appartato, è il Giardino del Tempo che invece presenta una maggiore varietà di specie, proprio per sottolineare la progressione delle stagioni. Anche la pavimentazione ha disegni e materiali diversi con significati simbolici.  Belle le colorazioni autunnali (ciliegi, vite americana Parthenocissus tricuspidata).

 

 

le foto di Elvira (clicca per ingrandire)

salita a piazza Gae Aulenti Trachelospermum jasminoides e Ligustrum sp. piazza Gae Aulenti un angolo di piazza Gae Aulenti luogo di sosta e di incontri piazza Gae Aulenti cedri e Trachelospermum jasminoides verso il Bosco Verticale Populus alba e Trachelospermum jasminoides verso il Bosco Verticale Bosco Verticale Bosco Verticale il giardino dei bambini Aceri e cespugli di lavanda numerosi i cestini i due grattacieli del Bosco Verticale Liquidambar nel giardino dei bambini orti in città coltivazione dello zafferano aiuole spartitraffico di Liriope Liriope muscari Liquidambar e altri spoglianti con cespugli di azalea a Palazzo Lombardia Liquidambar  con le caratteristiche infruttescenze Pennisetum alopercuroides Pennisetum alopercuroides una specie australiana nel traffico cittadino graminacee ai bordi e prato tra i binari del tram aiuola con Abelia e Cotoneaster che formano una fitta copertura verde Abelia e rose con i rossi cinorroidi giardino dedicato alla Politkovskaja parte del giardino dedicato alla Politkovskaja siepi di Cornus alba 'Elegantissima' con i rametti rossi cespugli di Pittosporum tobira 'Nana' in un percorso pedonale in una strada pedonale diverse varietà di Berberis elegante sistemazione in un condominio con Prunus Pissardi e Hidrangea quercifolia cespugli di Abelia Parco del Portello Parco del Portello il Giardino del Tempo Parthenocissus tricuspidata in armonia col caldo colore del muro il tempo è scandito in giorni (365 sono le mattonelle bianco-nere), mesi e così via.....

marzio e giusi dall'Orto Botanico di Palermo

(fine ottobre 2015)

trovandoci in Sicilia per la premitura delle olive abbiamo voluto visitare per l’ennesima volta l’Orto Botanico di Palermo. E’ un Orto “grande” sia per la superficie impegnata che per la quantità e qualità delle specie botaniche. La presenza di Giusi in alcune foto serve a farci capire le dimensioni della pianta.

Marzio e Giusi      

 

alcune foto dall'Orto

l'ingresso dell'Orto Botanico di Palermo fondato nel 1779 Annona cherimolia - America trop. la ricostruita chiesetta chiaramontana di s. Dionisio (sec XIV) il tronco paffuto della Chorisia speciosa - Brasile il fiore della Chorisia la pancia della Chorisia la corteccia, arma letale della Chorisia i frutti della Chorisia contengono numerosi semi avvolti da lanugine il seme della Chorisia avvolto da lanugine (Kapok) impiegata per le imbottiture Ficus macrophylla (sub. columnaris) collezione di Plumeria rubra - America trop Meriandra bengalensis - India Citrus grandis - Malaysia Carica quercifolia (oak leaved papaya) - Argentina Sapindus mukorossi (var. carinata Borzì) albero del sapone - Asia i semi della Moringa oleifera - India banano fiore del banano Citrus aurantium - Asia trop. Cycas circinalis Mimosa polycarpa pudica var. spegazzini - Argentina Cyphostemma juttae - Namibia Abromeitiella brevifolia - Argentina particolare dell'Abromeitiella brevifolia - Argentina Zamia furfuracea - sud America Rhizophora mangle - zone tropicali Monstera deliciosa l'inflorescenza della Monstera l'inflorescenza della Monstera e (a dex) i semi Dioon spinulosum - Messico collezione di Agave ragusae il viale delle chorisie Acalypha hispida - Nuova Guinea Eucharis grandiflora (giglio dell'Amazzonia)  Eucharis grandiflora (giglio dell'Amazzonia) un nipote di Linneo in visita all'Orto una serie di Washingtonia robusta e filifera un angolo dell'Orto il celeberrimo Ficus macrophylla (sub. columnaris) tra le colonne del Ficus le radici si allungano verso il basso. Quando sono a pochi cm. dal suolo il giardiniere le aiuta circondandole di terra un ficus ha inglobato il piedistallo di marmo alcune tartarughe della grande vasca prendono il sole la spettacolare composizione all'uscita Palermo - Orto Botanico - ottobre 2015 - (il cielo aveva proprio questo colore)

Elvira Imbellone ci racconta Orticolario 2015

 

Flash da Orticolario

2 – 4 ottobre

 

Nella splendida cornice di villa Erba a Cernobbio sul lago di Como, già residenza estiva della famiglia di Luchino Visconti e scenario rievocato nei film più famosi del regista, si e svolta dal 2 al 4 ottobre Orticolario. La manifestazione, intitolata in questa 7° edizione Il contagio della bellezza, ha avuto come fiore protagonista l’Hydrangea e il tatto come senso guida.

Esuberanti composizioni di hydrangee erano sparse nella villa e arricchivano gli stand degli espositori specializzati.

In anteprima, il 1° ottobre, si è svolta la consegna dei premi del Concorso Passione Verde organizzato dalla sezione Campania dell’ADIPA (Associazione per la Diffusione di Piante tra Amatori) che si rivolge agli appassionati del mondo verde.  Alessandro Biagioli è stato premiato per la sua collezione di oltre 450 aceri di ogni parte del mondo che coltiva in Sabina.

 

Tra Installazioni, arredi e composizioni varie abbiamo ammirato:

 

La paesaggista designer Silvia Ghirelli che ha realizzato, in collaborazione con All'Origine per gli arredi, Res Naturae per le piante, una poetica installazione Uniti da un filo verde composta da giardini trasparenti in vaso dove trame di finocchio selvatico sostengono lievi petali di ortensia, alzatine di vetro con piccole mele e vecchi contenitori di legno pieni di vari semi che invitano ad affondare le mani per trovare nuove sensazioni tattili. Piante eduli e aromatiche formano la componente verde dell’installazione.

Quattro passi a occhi chiusi, un percorso che esalta le sensazioni tattili ispirato a chi non vede. Sotto una bella pergola di bambù si susseguono piante dalle spiccate caratteristiche tattili e odorose, morbide e capaci di lievi fruscii al passaggio. Anche le superfici su cui poggiare i piedi sono diverse.

Tavola verde tattile. Omaggio a Bruno Munari è un percorso su diversi materiali che offrono molteplici sensazioni tattili. Il linguaggio tattile è la prima forma di comunicazione del bambino. L’invito è a non perdere questa capacità di conoscenza.

Acqua stràca: un fiume di hydrangee, sovrastato da grandi bidoni del gasolio, scende tumultuoso e si spande.

L’installazione Naturalmentebello,  un percorso con varie schede che illustrano alcune caratteristiche delle piante e le loro strategie di adattamento e sopravvivenza.

Le jardin des bagatelles un gioioso giardino acquatico tra zampilli e colori.

Davanti alla darsena un’ellisse galleggiante ricoperta da “foglie di ceramica”.

il Padiglione centrale Contagiare bellezza: un percorso circolare segnato da cipressi  graminacee e piante a foglia grigia.

Le famose poltrone americane Adirondack proposte da Eltisler di Bassano del Grappa.

Le ceramiche di VietriScotto con vari piccoli oggetti e copie delle vecchie riggiole napoletane.

Le realizzazioni con i rami di salice di Anna  Patrucco.

 

Tra i vivai abbiamo particolarmente osservato:

 

Agricola Chicca per i frutti antichi e le bacche rare come il mirtillo della Patagonia Aristotelia chilensis; il mirtillo siberiano Lonicera caerulea var. kamtschatica; il goji nero selvatico Lycium ruthenicum.

 

I Frutti antichi di Enzo Maioli

 

Il Vivaio Omezzolli di Riva del Garda che ricerca antiche varietà di frutta sul territorio.

 

Phytotrend di Maurizio Casale che ha confermato la sua alta specializzazione nelle graminacee.

 

Billo con la consueta esposizione di garofanini a cui ci ha abituato. Vanta la collezione completa dei Garden Pinks, fiori molto versatili usati come fiori da taglio o come piante da bordura, apprezzati anche per la foglia glauco-argentata. Alcune varietà hanno lo stelo morbido e sono usate come pendule. Lo Speranzina, un antico garofano di ibridazione inglese, può assumere forma pendula (es. nel mastello). Alcune varietà: Dianthus ‘Olivia’, D.‘Cranmere pool’, D. ‘Devon cream’ dai fiori profumati giallo rosati  che fioriscono su sottili steli per tutta l’estate. Attrae molto le farfalle e le api.

 

Zanelli Mauro di Montechiari (Brescia) che presenta una vivace e ricca  collezione di Echinacee e di Rudbeckie. Echinacea purpurea ‘Cinnamon Cupcake’ dagli steli bordeaux e i petali retroflessi. Una novità è l’Anemone japonica ‘Dreaming Swan’ con il retro di alcuni petali lilla lievemente trasparenti. Fiorisce da giugno a ottobre.

 

Cayeux, famoso ibridatore francese, che propone moltissime varietà di iris

 

Pépinières Braun che presenta diverse salvie: Salvia jamensis ‘Irene’ dal fiore giallo che ha  lunga fioritura e resiste al gelo; Salvia jamensis ‘La Siesta’ dal fiore rosa; Phaseolus caracalla, esuberante rampicante tropicale dai fiori a chiocciola,

 

Tara Vivai con molte ortensie: Hydrangea paniculata ‘Diamant rouge’; Hydrangea paniculata ‘Phantom’, Hydrangea macrophylla ‘Magical Amethyst’;  Hydrangea macrophylla ‘Deep Purple’;  Hydrangea macrophylla ‘Magical Revolution’, H. macrophylla ‘Inspire’

 

L’Azienda agricola Oioli Mario Francesco per il leggero allestimento che invita ad entrare.

 

Elvira Imbellone

le foto di Elvira (clicca per ingrandire)

atrio della villa Lucilla Zanazzi consegna il Premio Passione Verde a Alessandro Biagioli per la collezione di aceri Uniti da un filo verde della paesaggista Silvia Ghirelli Uniti da un filo verde le alzatine ciotole con granaglie in cui affondare le mani Uniti da un filo verde giardini nel vetro percorso Quattro passi a occhi chiusi. Sotto la pergola di bambù piante con diverse sensazioni tattili. il fruscio di un'Elegia diversi tipi di suolo Tavola verde tattile Omaggio a Bruno Munari Tavola verde tattile Omaggio a Bruno Munari Acqua stràca, un fiume impetuoso di Hydrangea le jardin des bagatelles giochi d'acqua tra perle verdi di bosso e nuvole di fiori azzurri foglie di ceramica davanti alla darsena padiglione centrale 'Contagiare bellezza' poltrone Adirondack prodotte da Eltisier di Bassano del Grappa ceramiche di VietriScotto riggiole napoletane i salici di Anna Patrucco Aristotelia chilensis mirtillo della Patagonia Lonicera caerulea kamtschatica. mirtillo siberiano  Frutti antichi di Enzo Maioli  pere del vivaio Omezzolli di Riva del Garda  lo stand Phytotrend di Maurizio Casale Astelia con infiorescenza, un'elegante pianta della Nuova Zelanda i garofanini di Billo garofanini a stelo morbido Dianthus 'Devon cream' mastello con Speranzina  collezione di echinacee di Zanelli altre echinacee 33 Echinacea purpurea 'Cinnamon Cupcake' rudbeckie di Zanelli  Anemone japonica 'Dreaming swan'  leggera trasparenza dei petali lilla Iris di Cayeux  Salvia jamensis 'Irene' Salvia jamensis 'La Siesta' Phaseolus 'Caracalla' rampicante tropicale usato come annuale Vivaio Tara Hydrangea paniculata 'Diamant rouge'  Hydrangea paniculata 'Phantom'  Hydrangea macrophylla 'Magical Amethyst'  Hydrangea macrophylla 'Deep Purple'  Hydrangea macrophylla 'Magical Revolution'  Hydrangea macrophylla 'Inspire' composizione di ortensie  Hydrangea 'Magical Ruby Tuesday' e'Deep Purple Dundee' composizione di ortensie Hydrangea macrophylla 'Magical Revolution' e 'Magical Amethyst'  uno stand invitante

Marzio e Giusi Giacalone dalla Sicilia

(luglio 2015)

 

Abbiamo visitato un orto botanico unico in Sicilia.

Disposto sul fianco di una collina, a forma di grande anfiteatro rivolto verso il mare (distante non più di 70 – 80 mt.), organizzato in terrazzamenti di varia forma ed ampiezza, contiene una grande quantità di specie botaniche, alcune di alto pregio e rarità, di origine siciliana, mediterranea ed anche tropicale.

In omaggio ed a testimonianza delle antiche coltivazioni endemiche della zona una larga parte del terreno ospita un nespoleto.

Il complesso è ampio, molto ampio ed impressiona anche per la cura e la studiata collocazione delle specie arboree.

Ve lo vogliamo dire subito: non è un orto botanico; è il parco che fa da cornice alla grande villa dei nostri soci Gioacchino e Cecilia Greco.

E’ Villa Cecilia e si trova a Trabia, 20 km a est di Palermo.

Trasformata dai proprietari in residence 4 stelle lusso, si articola su tre edifici (oltre la grande villa padronale) perfettamente e discretamente inseriti tra la vegetazione del grande parco, una piscina (con vasca da 20 mt) che degrada in una sottostante ampia vasca idromassaggio che, a sua volta, degrada in una vasca ornamentale. Il complesso può ospitare fino a 22 clienti ai quali viene riservata un’ accoglienza di alta qualità comprensiva di assistenza turistica, affitto di mezzi nautici ecc.

All’ingresso si è subito attratti da una grande vasca, di forma ellittica dove, tra piante acquatiche di vario tipo, nuotano pesci di colori, dimensioni e specie varie, sulla cui voracità non abbiamo dubbi come conferma Gioacchino che si diverte a nutrirli insieme ai nipoti.

Dall’alto di un poggio domina la mole della grande Villa

Il viale comincia a salire tra specie botaniche rare (per la zona) come la pianta del caffè e angoli attrezzati per il riposo e l’intrattenimento ludico degli ospiti. Mentre si sale ci si ferma molto frequentemente per ammirare specie botaniche che Cecilia ci illustra menzionando anche il nome latino. Clerodendrum trichotomumSpathodea campanulata con fiori che somigliano a tulipani rossi – Catalpa dai fiori rosa – Jacaranda dal portamento elegante – Tipuana tipu (o palissandro del Brasile) dai fiorellini gialli – Coffea arabicaPachypodium dai fiori bianchi campanulati profumatissimi – Acacia flamboyant dai fiori rossi fiammeggianti – Chorisia speciosa Grevillea Alpinia dalle spighe di porcellana –  molte AlocasieCatalpa paulownia dai fiori azzurri – vari tipi di Eritrine principalmente la cristagalli volgarmente detta albero del corallo – ScheffleraMonsteraMusa. In una zona più protetta da freddo e vento vediamo le piante tropicali: la Papaya, il Mango, il Litchis, l’Annona cherimola.

Giunti alla sommità del parco è d’obbligo sostare a lungo per godere il magnifico panorama. Lo sguardo abbraccia tutto il tratto di mare tra la punta dell’Aspra e la montagna di Cefalù. Di fronte la costruzione ottocentesca della Tonnara di Trabia, più a destra la mole del Castello dei Lanza di Trabia dove soggiornava spesso con le sue ospiti Raimondo Lanza  le cui avventure ci sono narrate da Gioacchino allora intraprendente giovanotto.

Dietro di noi un grande carrubbo dalla chioma amplissima e ramificata. Improvvisamente, un fruscio di foglie smosse ed un verso gutturale e ripetuto. Ci allarmiamo un po’ ma presto il mistero è risolto. Per la prima volta nella nostra vita vediamo due galline svolazzare tranquillamente, come grandi uccelli, tra i rami del carrubbo cercando di intimidire gli intrusi col loro grido chioccioso. Cecilia ci spiega che sono due galline venute da chissà dove che vivono da tempo sul carrubbo, allo stato selvaggio. Abbiamo pensato alle uova: devono essere buonissime (ma anche loro non dovrebbero essere male).

Cominciamo e ridiscendere, attraversiamo il grande nespoleto ed arriviamo alla terrazza della piscina. Intanto è scesa la sera e la zona, illuminata sapientemente, offre un colpo d’occhio straordinario. Spettacolo nello spettacolo la grande parete arborea che fa da sfondo ad uno dei lati lunghi della vasca. Qui vediamo: le Chrisalidocarpus lutescens che contornano la vasca decorativa. Ai quattro angoli dell’idromassaggio le Ravenea regularis, poi Arcontophoenix alexandrae, la Arecastrum romanzoffianum volgarmente detto cocos plumosa – la palma Bismarckia nobilisHowea fosteriana – la Neodixis o palma triangolare – la Butia capitata – l’Eritea armata – la Phoenix reclinata – la Phoenix roebelenii – la Cycas circinalis – la Macrozamia mollis specie protetta – la Zamia sulfurea. Vicino alla vasca con i pesci anche Washingtonia robusta – la Livingstonia australis – una grande collezione di BambùDasilirium spinulosumDasilirium longissimum – Chamaerops humilis volgarmente detto scopazzo – Sterlizie regina e altre specie – Palme caryota di varie specie – Noline mangiafumo. Il complesso è completato da docce, bagni e piccola cucina/bar.

Ci sediamo ad uno dei tavoli e Cecilia ci offre un squisito aperitivo (tartine e succo di sedano con ingredienti vari)

Infine saliamo a vedere la grande villa fino su in cima alla terrazza panoramica. La vista è stupenda e, ora che si è fatto buio, ancora più suggestiva.

Per questo incontro Gioacchino e Cecilia avevano scelto un giorno in cui eccezionalmente non ci sono ospiti. Sarebbero arrivati l’indomani costringendo i proprietari a ritirarsi nella, per’altro comodissima, foresteria e quando anche questa, ai primi di Agosto, sarebbe stata occupata, a rientrare a Roma.

La giornata con Gioacchino e Cecilia si è conclusa al ristorante “il Pescatore” (a 200 mt) dove praticamente si mangia sugli scogli e dove ci attendeva una magnifica “frittura di pesce” innaffiata da uno Chardonnai ben freddo della Cusumano (ve lo raccomandiamo)

Ai carissimi amici il nostro grande ringraziamento per averci dedicato questo indimenticabile pomeriggio.

 

Marzio e Giusi Giacalone

 

Nota

-       Dopo il viaggio organizzato dal Giardino Romano nella Sicilia Orientale è ora il turno della Sicilia Occidentale. E se questo viaggio dovesse realizzarsi raccomandiamo vivamente di includere nel programma una visita di Villa Cecilia. Può vantaggiosamente reggere il confronto con i più famosi giardini italiani. 

 

-       un ringraziamento particolare a Cecilia che ci ha fornito i nomi delle piante

il giardino di Cecilia

Cecilia e la pianta del caffè strutture per l'intrattenimento degli ospiti Monstera Musa x Cecilia e i Pachipodium le strutture per gli ospiti immerse nel giardino il panorama: la tonnara e, sullo sfondo, il castello dei Lanza la grande piscina l'idromassaggio la fontana decorativa

Elvira Imbellone dalla Scozia

(luglio 2015)

la nostra socia Elvira Imbellone, che dopo New York si è trasferita in Scozia, ha visitato il Garden of Cosmic Speculation, opera dell'architetto paesaggista Charles Jencks, che lo ha realizzato nella sua campagna nei pressi di Dumfries, nel Sud Ovest della Scozia. Questo spettacolare e particolarissimo giardino è ispirato alla moderna cosmologia.

Queste le foto che Elviara ci ha inviato con un commento. "è un giardino fantastico"

Le foto di Elvira (clicca per ingrandire)

The garden of Cosmic Speculation The garden of Cosmic Speculation The garden of Cosmic Speculation The garden of Cosmic Speculation The garden of Cosmic Speculation The garden of Cosmic Speculation The garden of Cosmic Speculation The garden of Cosmic Speculation The garden of Cosmic Speculation The garden of Cosmic Speculation

piante e fiori notati da Elvira in altri giardini scozzesi

Carnell Garden - un bordo misto fronteggia un magnifico giardino acquatico Carnell Garden - il giardino acquatico Carnell Garden - Sambucus nigra 'Black Lace' Rigidella orthantha il fiore molto curioso di Rigidella orthantha Leycesteria formosana, un vigoroso cespuglio spogliante originario dell’Himalaya Roscoea cavtleyoides Acer platanoides ‘Drummondii’ Populus candicans ‘Aurora’ Embothrium coccineum, alberello o cespuglio sempreverde cileno, dalla fiammante fioritura  Benmore: Younger Botanic Garden - viale  di Sequoiadendron gigantea, la sequoia della Sierra Nevada, piantate nel 1863. Raggiungono l’altezza di 40 m. Benmore: Younger Botanic Garden - muschi e felci sotto grandi conifere Ascog Hall Fernery and Garden - serra vittoriana di felci Betula ermanii, la betulla dorata apprezzata per la sua corteccia Watsonia hysterantha Orto Botanico di Edimburgo - un prato fiorito Orto Botanico di Edimburgo - una bella iniziativa, una libera biblioteca Orto Botanico di Edimburgo - il cono rosa della Picea likiangensis Orto Botanico di Edimburgo - un giglio dal breve stelo

Elvira Imbellone da New York

(giugno 2015)

tra la fine di maggio ed i primi di giugno 2015 la nostra socia Elvira Imbellone era a New York. Ci ha portato alcune foto di quello che maggiormente ha attratto la sua attenzione

(le didascalie sono di Elvira)

 

le foto e le didascalie sono di Elvira - clicca per ingrandire

la Freedom Tower, il grattacielo più alto dell'emisfero occidentale e quarto nel mondo particolare della Freedom Tower opera dell'architetto Daniel Libeskin  Sunken Garden di Isamu Noguchi lungomare a Wagner Park lungomare a Wagner Park lungomare a Wagner Park una fontana a Battery Park  per il drenaggio orti in città aiuole circolari nella Kowsky Plaza un'aiuola di bambu area giochi acquatici a Teardrop Park. un piccolo parco privato cascata a Greenacre Park  passeggiata - guida la madre, il padre, da dietro, controlla Tiglio americano un community garden  orti in un community garden nido in un community garden viale di meli al Conservatory Garden di Central Park aiuole al Conservatory garden di Central Park il giardino segreto del Conservatory Garden Greenroof al Lincoln Center NYTimes building lobby garden  area giochi sotterranei sulla High Line High Line Amsonia tabernaemontana High Line  Magnolia macrophylla  Magnolia macrophylla  Magnolia macrophylla High Line  Allium obliquum Lonicera sempervirens, caprifoglio americano. High Line area giochi a Chelsea Waterside Park area per i cani  installazione al Brooklyn Bridge Park - al contro la fotografa Elvira tramonto dal Brooklyn Bridge Park a piramide che vive di Agnes Denes lungofiume a Long Island  la lunga panca aerea giochi lungofiume a Long Island Memorial 11 settembre con stazione di Calatrava

Antonietta Cionni dal labirinto di

Franco Maria Ricci a Fontanellato

ci racconta:

ho visitato, a Fontanellato - Parma, il labirinto creato con 200.000 bambù da Franco Maria Ricci, l'editore della rivista d'arte FMR. Un luogo incredibile, con museo e biblioteca che raccolgono le collezioni di Franco Maria Ricci, circa 400 opere. C'è anche una mostra, curata da Vittorio Sgarbi, dedicata al pittore Ligabue.

(maggio 2015)

 

 

ecco le foto di Antonietta

Durante la visita Antonietta ha incontrato Franco Maria Ricci di fronte alla sua Jaguar

la nostra socia Argentina Graziadei ci  invia alcune  foto delle quali ci dice:

"sono state scattate a Pasqua a Charleston, South Carolina, nel parco Middleton, originariamente una piantagione di riso. Nel 1741 Henry Middleton creò il parco, uno dei più antichi d'America, secondo i dettami di Andrè Le Notre. Gli alberi son ricoperti dalla Tillandsia usneoides che pende da tutti i rami creando immagini romantiche e insolite" 

le foto di Argentina - clicca per ingrandire


la mia gita sul Lago Maggiore

(maggio 2015)

di Maria Mercedes Parodi Zangari

 

 

Parlare del Lago Maggiore vuol dire parlare del casato Borromeo che, a partire dalla metà del 1400, assume una posizione di predominio militare ed economico sulla zona - condivisa per legami di alleanze politiche  e famigliari con i Visconti, gli Arese, gli Sforza, i Trivulzio - attraverso il possesso delle principali residenze di guardia e difesa nel tempo ingrandite, ingentilite, abbellite per una rappresentanza all’altezza di una posizione sempre consolidata di saliente prestigio, all’imbocco delle valli e all’imbarco di navigazione sul lago  e sui canali di raccordo all’intorno: la Rocca di Angera, la Rocca di Arona (fatta abbattere da Napoleone durante la Campagna d'Italia nel 1800), l’Isola Madre, l’Isola Bella tuttora di proprietà privata Borromeo, con i loro lussureggianti giardini perfettamente curati, costituiscono un patrimonio artistico e naturale impareggiabile.
La Rocca di Angera, in cui nacque il Santo della famiglia, Carlo, mantiene l’aspetto del castello fortificato, alto e severo sul lago, edificato con la pietra calcarea biondo/rosata del luogo, ingentilita all’interno da pitture murali ad affresco, le ampie sale ospitanti arredi e dipinti. Sia Angera che l’Isola Madre espongono ai visitatori anche una ricca collezione di bambole, giocattoli e automi d’epoca funzionanti provenienti da paesi vari del mondo. Nel Palazzo dell’Isola Madre sono inoltre conservate scene, fondali, quinte e grandi marionette con il loro corredo di costumi e attrezzerie varie a memoria della presenza attraverso gli anni di rappresentazioni teatrali che, a partire dal 1600, nei salotti e nei giardini per grandi e piccoli furono allestite come parte integrante e necessaria alla vita culturale della famiglia e dei suoi ospiti.
I giardini dell’Isola Madre, a loro volta, con la raccolta di essenze rare fatte arrivare, secondo la moda dell’epoca, da luoghi esotici, quindi attecchite poi cresciute floridamente grazie al clima particolarmente mite e alla composizione del terreno ricca di humus, con le collezioni di azalee, rododendri, camelie, palme, agrumi, felci anche arboree, banani, bougainvillee, canfore, bambù, conifere, glicini, magnolie, ginko biloba, ecc. -ogni pianta con il suo cartellino di denominazione linneiana in latino e descrizione di provenienza e appartenenza di specie- costituiscono un autentico e serio Orto Botanico per studio specialistico. Anche nella Rocca d'Angera è stato recentemente inserito un Giardino Medievale a disegno filologicamente modellato sugli horti monastici quadripartiti dei chiostri, il pozzo centrale, verdure e fiori scelti seguendo il Capitulare de Villis di Carlomagno: i cartelli spiegano gli usi dei vari "semplici" adoperati all'epoca in erboristeria per curare malanni gravi o passeggeri o da adoperare quotidianamente in cucina per accompagnare pollame e cacciagione e il pescato del lago sottostante alle mura merlate della Rocca. Le aiuole rialzate sono bordate di vimini intrecciati alla maniera usata nei castelli e nelle abbazie medievali francesi -come il Prieuré Notre Dame d'Orsan a Maisonnais- le pergole e gli steccati in pali di castagno non lavorato. Nel Capitulare, che risale agli anni prima del Mille tra il 770 e l'813, tra le varie incombenze comandate agli agricoltori, venivano elencati 73 ortaggi e 16 alberi da frutto di varietà ormai scomparse quali le mele gozmaringhe, geroldinghe, crevedelle, spiranche, chiaramente di teutonica ascendenza, che, unitamente a molte altre dei vari paesi europei, sono oggetto di ricerca e di "riconoscimento" molto difficoltosi da parte di quelli storici delle tradizioni che non si rassegnano alle leggi della globalizzazione alimentare basata su poche varietà coltivate intensivamente e commerciate diffusamente nel mercato del mondo.
L'Isola Bella si distingue dall'Isola Madre per l'accentuata cura di eleganze architettoniche sia  all'interno del Palazzo - che espone una quadreria di centinaia di opere, mobili, arredi e arazzi di grande bellezza - sia all'esterno nei giardini che lo circondano e adornano con statue, balaustre e scalinate digradanti verso l'acqua del lago, sulla quale l'isola si appoggia e riflette come una nave di pietra scolpita, sulla cui poppa sembrano essersi posate figure di divinità giunte in volo, recanti sulla mano gli emblemi araldici dei Borromeo (il cammello e il freno).
Arrivare a villa La Colombara di Venegono, proprietà dei Conti Caproni di Taliedo, dopo la visita tutto sommato deludente a una Villa Taranto troppo agghindata per i turisti, è stato come ossigenarsi e aprirsi all' incontaminato regno della natura. Grandi alberi centenari di essenze rare fanno da cornice e sfondo alla villa settecentesca, che si articola attraverso il parco con cortili a loggiato, cappella, vasca delle ninfee, piscina, campo da tennis, foresteria, chalet per i giochi, rotonde di sosta, ampio spazio per le rappresentazioni teatrali all'aperto. Tutto questo, però, non appare di primo acchito, la villa sembra immersa in un fitto d'alberi a tratti colorato dalle azalee i rododendri e le camelie in fiore: ma verrà scoperto gradualmente, passo dopo passo, come in un percorso iniziatico che accompagna chi visita, sorprendendo con una vista inaspettata ad ogni svolta del sentiero che si snoda tra i giganti vegetali. In effetti la villa per la sua impostazione paesaggistica si riconosce nella naturalità del Giardino all'Inglese tra sette e ottocento, il parco apparentemente privo di disegno e consegnato alle irregolarità ( spesso artificiali) di un terreno che la configura in una sorta di Eden o di Arcadia, non contaminato dalla presenza dell'uomo, intatto. Ma i colossali patriarchi vegetali che a centinaia costituiscono questo arboretum di rilevanza nazionale, rimangono i protagonisti indiscussi della villa: sequoie, cipressi, cedri (7 varietà diverse), ginkgo biloba, ginepri, pini, criptomerie, chamaecyparis, abeti (14 varietà diverse), araucarie, castagni, querce, picee, ecc. Gli splendidi esemplari di conifere e latifoglie del parco vennero studiati e analiticamente elencati in un'indagine accurata, con un'appendice dedicata alla patologia e alla terapia vegetale, corredata di fotografie, già nel 1935, tuttora consultabile negli album dell'epoca conservati. A partire dal settecento, e più accentuatamente nell'ottocento, a seguito dello studio sistematico da parte della scienza per la catalogazione  delle specie arboree iniziato con Linneo, l'arboretum ospitato nei grandi giardini privati e negli orti botanici universitari ha suscitato passioni e manie di collezionismo sconfinate, per la sua realizzazione avvalendosi  della rete di commerci  esistente con i possedimenti d'oltremare di nazioni come la Gran Bretagna, la Francia, l'Olanda, ecc. che, sui vascelli provenienti dall'Oriente, dall'Africa, dalle Americhe accanto a spezie,sete, porcellane, tappeti, caricavano piante ignote alle nostre latitudini, pagate poi a peso d'oro da committenti in trepidante attesa nelle serre di acclimatazione appositamente allestite.

 

Maria Mercedes Parodi Zangari

le foto di Mercedes

affreschi quattrocenteschi nella Rocca di Angera con scene di battaglia e segni astrologici Taxodium distichum centenario nel parco botanico dell'isola Madre Cipresso del Cashmir salvato nell'isola Madre Isola madre: un interno del palazzo affrescato a motivi vegetali Chamaecyparis pisifera "Filifera aurea" (cupressacea del Giappone) Eleonora de Fonseca a villa Taranto Isola Bella: Parterre con l'emblema Borromeo Isola Bella: Belvedere Villa Taranto: castagno centenario (1600 ca.) Villa Caproni di Taliedo: Comus in fiore Parco arboretum di Villa Caproni Conifere a Villa Caproni

Fiori e Colori sul Lago di Como

di Tilde Bonichi

(aprile 2015)

 

Le foto sono della nostra socia Tilde Bonichi


Flora Cult 2015

(24-25-26 aprile)

"cosa mi ha colpito in particolare"

di Elvira Imbellone

 

 

Riportiamo alcune annotazioni  sulle cose che più ci hanno colpito alla recente mostra di giardinaggio Floracult curata da Antonella Fornai. La manifestazione, alla sua 6° edizione, si svolge ai Casali del Pino, in un angolo ancora integro della campagna romana inserito nell’area protetta del Parco di Veio.  Ad essa ha partecipato anche il Giardino Romano Garden Club.

 

Molte le novità.

Per la prima volta Alessandro Biagioli, il più grande collezionista privato di aceri d’Italia e forse addirittura d’Europa, ha esposto alcuni esemplari in vaso della sua collezione di ca. 500 varietà:

·       Acer ‘Chiyo hime’ cultivar di palmatum, adatto a crescere in vaso.

·     Acer palmatum ‘Beni chidori’, una selezione rara. All’inizio il picciolo è viola e le foglie gialle,  poi le nervature diventano verdi e i margini rosa. In autunno diventa rosso chiaro dove è rosa e rosso scuro dove è verde.

·          Acer palmatum ‘Sangukaku’ ha  tronco e rami rossi.

·      Acer palmatum ‘Chokei ji’ molto raro. Le foglie, profondamente incise, sono colore porpora quando spuntano, poi diventano verdi e infine arancione in autunno.

 

Federico Billo si è confermato nella sua passione e competenza. Ha raddoppiato la gamma di garofanini da lui offerta (da 100 a 200 cultivar) comprendente anche ibridi inglesi che hanno fiori alti, adatti anche al taglio, e garofanini creati da un ibridatore ligure. Tra questi ‘Oibel’.

 

Il vivaio Tara di Bolsena vanta piante non forzate. Molte le acidofile. Begli esemplari di Davidia involucrata; Hydrangea macrophylla ‘Miss Saori’ dalle foglie bronzee e i fiori verdastro-rosati; Hydrangea macrophylla ‘Hot chocolate’ dalle foglie scure; un incrocio di Magnolia e Michelia e un magnifico melo da fiore purpureo.

 

Philippe Smets ha esposto, anch’egli  per la prima volta, i suoi bambù che coltiva alle porte di Roma, al Divino Amore (120 varietà). Tra questi: Phyllostachys edulis, dal portamento elegante. E’  il re del bambù.  All’inizio la foglia è larga, ma poi diventa sottile, il culmo invece prima sottile, diventa poi molto grosso.

 

I papaveri d’Islanda di Cottage Garden Beatrice di Sutri, nel viterbese, sono una festa di colori e di leggerezza.

 

Interessanti le rose  “Rosso Tiziano” del giovane Tiziano Croce di Montecompatri, poco a sud di Roma.

 

Warka water è una struttura ecocompatibile di grande semplicità che produce acqua catturandola  dall’umidità notturna in Etiopia.

 

Inoltre presentazioni e  incontri: Naj Oleari, Piacenza, Giubbini, Mancuso, Accinelli e Benocci.

 

 

Ha particolarmente colpito la nostra sensibilità il lavoro dei bambini di una scuola elementare di uno dei comuni del Parco che, dopo un’immersione nella natura, hanno realizzato foto dell’ambiente naturale e composto haiku (brevi poesie giapponesi legate al sentimento della natura) .

 

Elvira Imbellone 

le foto di Elvira (clicca per ingrandire)

Acer palmatum 'Chiyo hime' Acer palmatum 'Beni chidori' Acer palmatum 'Sangukaku' dal tronco e i rami rossi Acer palmatum 'Chokei ji' dalle foglie profondamente incise  al desk del Giardino Romano nuovo cultivar di Billo gli ibridi inglesi Garofanino 'Oibel' campagna romana papaveri d'Islanda di Cottage garden Beatrice Ceramiche Poli di Pietrasanta Warka Water costruito in bambù, fibra di banano e polistirolo Rosa 'Solfatare tete d'or' di Rosso Tiziano  Haiku Phyllostachys edulis Moso il re dei bambù Magnolia x Michelia del vivaio Tara  Davidia involucrata Hidrangea macrophilla 'Miss Saori' Hidrangea aspera 'Hot Chocolate' melo da fiore purpureo

Elvira Imbellone, di ritorno dall'Iran, ci ha inviato queste bellissime foto

marzo 2015

 

Mi fa piacere condividere con voi la bellezza e la magia dei “Tappeti di fiori e di poesia” che ho potuto ammirare nel mio recente viaggio in Iran.

Ecco infatti alcune foto delle pitture e delle preziose decorazioni in ceramica che ricoprono moschee, mausolei, madrase,  residenze reali e aristocratiche persiane. Rappresentano fiori (soprattutto rose) e poesie scritte in caratteri  cufici che, nella loro forma geometrica, suggeriscono l’idea delle aiuole di un giardino. Si può sognare guardandole. Spero che anche a voi faccia lo stesso effetto.

Elvira

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Restauro dei giardini storici di Villa Carlo Alberto e del Giardino di Sant’Andrea al Quirinale

di Antonio Rossini

 

 

Il 22 gennaio 2015 – come da invito – è stato inaugurato il restauro dei giardini storici di Villa Carlo Alberto e del Giardino di Sant’Andrea al Quirinale. Sono intervenuti molti soci e molte Autorità tra cui l’Assessore all’Ambiente On. Estella Marino, alti funzionari del Quirinale, il Dott. Cimmino del Servizio Giardini del Comune e altre autorità della Soprintendenza Comunale e Statale. Le opere di restauro sono state finanziate e curate da Roma Capitale e da Arcus Spa MIBAC e fanno parte del programma “Restauro del sistema vegetazionale delle ville storiche romane”.

La visita è stata assai interessante ed il giardino di Carlo Alberto è stato illustrato sapientemente dalla Prof.ssa Carla Benocci.

Il Progetto

Il giardino, nonostante l’esigua estensione, riesce a trasmettere la suggestione degli ampi spazi e delle linee sinuose tipiche dello stile paesaggistico all’inglese che l’architetto E. André volle ricreare nel suo intervento sul colle romano del Quirinale. La struttura planimetrica ed i suoi elementi compositivi ne tracciano tutti i connotati in una deliziosa miniatura: la presenza di numerose piante esotiche, i due “petits jardins” (citazione di André) ai lati, lo specchio del lago, i sentieri curvilinei.

Interventi vegetazionali

Il recupero mirato dell’impianto ha curato la valorizzazione delle diverse specie di alberi od arbusti di pregio presenti: tra le altre, numerose piante esotiche, uno splendido esemplare do glicine che si avvolge a spirale su una delle magnolie, e poi, tigli, platani secolari, sophore pendule…Una delle due palme (Phoenix canariensis) simmetriche rispetto al monumento equestre di Carlo Alberto, colpita dal punteruolo rosso), è stata sostituita.

Varie sono state le vicissitudini storiche del giardino che dopo una sistemazione “effimera” in occasione della visita a Roma dello imperatore Guglielmo II nel 1889, il Comune provvide ad un progetto, ma venuti meno i fondi i lavori furono interrotti.

Guglielmo Huffer, ricco commerciante di tabacco, si offrì di provvedere alla realizzazione del giardino secondo i progetti, in cambio della cessione delle due aree inferiori edificabili, secondo la convenzione dell’8 febbraio 1894 da lui stipulata con il Comune. Egli avrebbe provveduto agli impianti dell’illuminazione a gas e dell’innaffiamento , alle opere di giardinaggio  e di arredo, e tra cui una prestigiosa balaustrata, nonché alla messa in opera della fontana del Prigione (sistemata poi a Trastevere). Prima di avviare i lavori, però, propose di sostituire il progetto comunale con un altro, predisposto da Eduardo André, tra i principali architetti francesi di giardini; questa proposta venne accettata.

Nel giardino prevista la costruzione di un laghetto, inserito in un impianto di vialetti curvilinei, con uno spazio ellittico centrale e con pregiate varietà sia mediterranee che esotiche; i lavori sono stati eseguiti non sotto la direzione dell’André ma di Domenico Giovenali e del giardiniere Boissard.

Nel parterre dell’aiola centrale del giardino è stato collocato il monumento di bronzo a Carlo Alberto di Raffaele Romanelli.

Gli intervenuti si sono recati a visitare il restauro del Giardino di Santa Andrea al Quirinale, in cui il riassetto delle roccaille artistiche contorna il percorso sinuoso che annulla il dislivello tra Via del Quirinale e la sottostante strada.

Il ripristino dei due giardini, curato dal Servizio Giardini e da Arcus, costituisce una importante iniziativa del Comune e merita una visita da parte dei soci.

Ringrazio i soci intervenuti che hanno rappresentato con la loro presenza e le loro osservazioni l’interesse del Giardino Romano per la sistemazione e la cura del verde pubblico a Roma.

 

Avv. Antonio Rossini 


Labirinto delle Dahlie a Villa Taranto

di Elvira Imbellone

 

Il percorso a  serpentina a villa Taranto denominato Labirinto delle dahlie è occupato in primavera da una moltitudine di tulipani a cui seguono in estate, da giugno a ottobre, le dalie in oltre 300 varietà. Ora le dalie sono passate e possiamo godere della loro vista solo attraverso le foto.

 

(nota: Elvira ci ha inviato moltissime foto di ottima qualità ma a causa di incompatibilità tecnica con il sistema di questo sito, non è stato possibile pubblicarle ad eccezione di quelle qui sotto riportate) 

 

 

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La visita di villa Wolkonsky

novembre 2014

 

La settimana scorsa, con un’organizzazione culturale romana, abbiamo visitato villa Wolkonsky.

Si trova sulla collina dell’Esquilino, a poca distanza dalla basilica di San Giovanni in Laterano ed è attraversata da trentasei arcate dell’acquedotto fatto costruire da Nerone per fare arrivare l’acqua alla Domus Aurea.

Dal 1946 è la residenza dell’Ambasciatore inglese in Italia.

Nel 1830 questa zona, ancora destinata ad uso agricolo, venne acquistata dalla principessa Zenaide Aleksandrovna Beloselskaia che aveva sposato il principe Nikita Wolkonsky.

Zenaide fece costruire una piccola villa che includeva tre arcate dell’acquedotto e trasformò i terreni in un giardino romantico, piantumandolo con roseti e altre specie arboree.  Dispose qua e là nel giardino grandi anfore, frammenti e urne  trovati durante i lavori. (oggi la stragrande maggioranza di questi reperti sono stati sistemati in una vasta serra/museo presso l’ingresso).

Ancora nel 1883 la villa aveva un grande e magnifico giardino e lo sguardo poteva seguire l’andamento dell’acquedotto di Nerone  nella campagna romana ed il suo congiungimento con l’acquedotto di Claudio fino a Tivoli.

Ben presto però i discendenti della Wolkonsky , approfittando dell’enorme sviluppo edilizio della zona, cominciarono a vendere pezzi di giardino fino a che, nel 1886, non arrivò lo stop di un ministro del governo dell’epoca ma il danno era stato già fatto.

Successivamente i discendenti Wolkonsky fecero costruire un’altra grande villa nella parte meridionale e, nel 1922, vendettero tutto al governo tedesco che ne fece la sede dell’Ambasciata tedesca in Italia.

Alla fine della guerra la proprietà fu ceduta al Governo Britannico che, dal 1958 al 1960, fece effettuare, a cura del suo Ministero dei Lavori Pubblici, un vasto programma di manutenzione e restauro delle arcate dell’acquedotto e del giardino in modo però da non intaccarne la natura storica e romantica.

Oggi l’antica villa fatta costruire da Zenaide è occupata dal personale dell’Ambasciata mentre la villa grande è la residenza dell’ambasciatore.

Nell’ ancora vasto giardino si possono ammirare oltre 200 specie arboree.

E’ stata nel complesso una visita molto gradevole e, da parte mia, la proporrò al Consiglio Direttivo per l’inserimento in un prossimo programma del Giardino Romano.

 

Giuseppina Giacalone

le foto di villa Wolkonsky - clicca per ingrandire

E' questa la scenografia appena dopo l'ingresso Le imponenti arcate dell'acquedotto di Nerone La villa grande, residenza dell'ambasciatore, fu edificata alla fine dell'800 Parte della villa fatta edificare da Zenaide Wokonsky. Includeva tre arcate dell'acquedotto scorcio del giardino scorcio del giardino. Reperti originali di epoca romana sono sistemati qua e là lungo le arcate dell'acquedotto il tempietto è una fedele ricostruzione ma le colonne sono originali sotto il tempietto una giara di epoca romana il giardino di agrumi nella parte meridionale al di là del giardino le imponenti strutture della basilica di San Giovanni in Laterano la visita volge al termine. Il personale prepara il tea di commiato le visitatrici Giusi ed Elvira con Bice Prentice  moglie dell'ambasciatore inglese

altre foto di Nicla De Marco dall'India,

tra cui quelle di alcune spezie, scattate durante la visita all'Abraham's spice garden

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Cannella Caffè arabica Cardamomo Cacao Curry Heliconia Cedro Guava

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 foto di Nicla De Marco dall'India

Nicla De Marco è stata in India. Ecco alcune foto scattate dalla nostra socia il 19 agosto scorso nella zona di Kerala 

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una piantagione di tè l'innesto di una noce di cocco su palma ancora la piantagione di tè

l’Albero e l’Uomo

 

                                    Gli alberi sono lo sforzo infinito della terra di parlare al cielo in ascolto

                                                                                                                                 Rabindranath Tagore

 

 

L’albero e l’uomo sono le due uniche espressioni vitali verticali, come sospese tra cielo e terra. Questa unicità ha fatto in modo che le due entità sentissero, intimamente, una forza vitale che le avvicina. L’albero offre l’idea di vita e di protezione, di trasformazione del mondo inorganico in organico, di rinnovamento del seme. C’è una notevole persistenza nell’uso e nel significato simbolico dell’albero in quasi tutte le culture e nei miti più antichi: la sua originale funzione mitica è quella di centro del mondo, un asse vivente che innalzandosi incontra il cielo.

Solitamente l’albero ha tre dimensioni: le radici crescono nel mondo sotterraneo, mentre il tronco sale attraverso il mondo degli uomini e le fronde e la cima verso le irraggiungibili altezze ideali. Questo axis mundi è anche la via che lo sciamano percorre salendo e discendendo nelle sue visite estatiche agli spiriti celesti e alle anime dei morti.

L’albero in realtà mostra la sua vitalità con il colore: o è sempreverde o ci diventa in primavera e produce poi i semi del futuro nel frutto colorato, indicando il simbolo della fertilità e della longevità; le sue fronde estive e il suo essere spoglio d’inverno ci fanno sentire il mutamento ciclico delle stagioni.

Un ulteriore aspetto di esso è quello esemplificato dall’albero della conoscenza (Gen, ii, 17) che, nel versetto II, 17, mostra come la conoscenza sia la conseguenza della consapevolezza dualistica dell’essere “chi ti ha fatto sapere che sei nudo?”

Molte sono le antiche leggende in cui si incontrano alberi abitati dagli spiriti: nell’Egitto della XIII dinastia Hathor, la dea del sacro sicomoro[1] dava a coloro che le sacrificavano la sua benedizione dalla brocca dell’acqua della vita.

Il concetto dell’albero al centro del mondo, cui gira intorno ogni cosa, deriva forse dalle osservazioni umane del cielo nella notte dei tempi: esso è anche rappresentato dal grande palo dei lapponi e, nella mitologia nordica, dal frassino che, nell’Edda di Snorri, regge i nove mondi.

Yggdrasill è il nome che l’Edda islandese dà al frassino (o talvolta al tasso) che nella concezione cosmologica dei germani sorge al centro del mondo. Le radici di Yggdrasill si protendono in tre direzioni, rispettivamente verso la sede degli uomini, verso quella dei giganti e verso gli inferi. Le sue radici sono continuamente offese dai di morsi del serpente Níðhöggr. Come sostegno cosmico il frassino Yggdrasill (equivalente alla quercia Irminsul dei sassoni), rientra in una serie di concezioni del mondo relative all’axis mundi largamente presenti anche nelle civiltà asiatiche.

Alcuni aborigeni australiani indicano l’albero di mimosa (Acacia dealbata), come il progenitore dell’uomo, mentre per i greci, il bellissimo Adone fu partorito da un albero di mirra (Commiphora opobalsamum) in cui era stata tramutata la madre Mirra per punirla di un amore incestuoso. Adone, divinità della vegetazione, aveva le sue feste primaverili ed erano chiamate dalle donne romane Vigilia Veneris.

Molti alberi furono donati all’uomo dalla divinità variamente impersonata: Demetra che prediligeva la terra all’Olimpo, fece dono di un albero di fico (Ficus carica) a un uomo dell’Attica, tal Fitalo per ricompensarlo dell’ospitalità. Ma la “grande madre” fu anche generosa sua sponte, dando al giovane Trittilemo i semi di grano (vedi bassorilievo) affinchè insegnasse a tutti gli uomini l’agricoltura e principalmente la cultura del grano (Triticum sativum).

Silvano era una divinità latina che presiedeva alle selve, ai boschi e alle campagne. Il dio appare in statue, rilievi, mosaici e pitture generalmente barbato, veste una tunica corta e una pelle caprina, porta un falcetto nella mano destra. Una statua di legno era posta a Roma sotto un fico presso il tempio di Saturno ed è presente in un mosaico proveniente da Ostia. Egli era considerato l’ispiratore delle leggi sui boschi e sulla coltivazione del cipresso; quest’ultima era tenuta in gran conto dai romani tanto che nessuno poteva pensare di essere un buon agromensore senza poter mostrare ai suoi ospiti un bel vivaio di cipressi (Cupressus sempervirens): di questi vivai Plinio scrisse: datem filiarum antiqui planetaria appellabant (XVI, 33).

I romani, ad un certo punto del loro percorso di civiltà, adottarono il costume orientale di assegnare ad ogni divinità una determinata specie arborea. E qui entriamo nel variopinto e nebuloso corteo degli dèi legati alla sacralità di un albero.

Il romano Saturno, ad esempio, corrisponde al greco Crono ma se ne differenzia per esser stato re civilizzatore del Lazio e importatore dell’agricoltura anche se, in effetti, alcuni autori (Columella 11, 16) attribuiscono invece a Giano l’invenzione della concimazione della terra. E sempre Giano era invocato dagli agricoltori prima d’ogni operazione e ingraziato con offerte d’incenso. Saturno non era di stirpe autoctona ma, con la complicità di Giano, diede l’avvio ad una nuova e felice età dell’oro nel Lazio preistorico.

La quercia (Quercus petraea) a foglie lobate come simbolo di forza e robustezza, gli era stata dedicata ma, nell’età classica, era già passata a essere l’albero di Giove, poiché il re degli dei insegnò agli uomini a cibarsi di ghiande, allontanandoli dall’antropofagia.

Il leccio (Quercus Ilex) era dedicato a Pan, che i Romani identificavano con il dio Silvano, quantunque il leccio fosse altresì dedicato a Giove Pelasgico, in onore dell’antico popolo.

Il pioppo bianco (Populus alba) si consacrava alle Muse, ma più specificamente ad Ercole, al quale si dava il merito di averne diffuso la coltivazione.

Il pioppo nero (Populus nigra) era legato alle Eliadi, in quanto trasformate in questa pianta dal dolore della morte del fratello di Fetonte, annegatosi nell’Eridano le cui sponde erano coperte appunto di pioppi neri ed ontani neri (Almus glutinosa).

L’olivo (Olea europea) era dedicato a Minerva, mentre il cipresso era dedicato a Plutone, signore del regno sotteraneo: già in epoca romana le tombe erano contrassegnate dai cipressi eleganti e silenziosi.

Dopo la quiete cimiteriale ricordiamo anche le cacce nel bosco dalle grida rumorose di chi coglieva la preda; come in ogni cosa la medaglia o la moneta ha due facce: nel bosco del cinghiale che per i celti fu simbolo dell’autorità spirituale è anche quello che colpisce il dio della vegetazione, Adone[2]; c’è il cervo donato da Apollo all’amato Ciparisso e da Apollo stesso accidentalmente ucciso. Si racconta che il dio, per non vederlo piangere lo abbia trasformato in un bel Cipresso.

In un rapporto umanità/albero non possiamo non citare l’alloro, Laurus nobilis, immortalato da Gian Lorenzo Bernini, che, nel 1624, fermò nel marmo l’attimo in cui l’inseguitore Apollo è in procinto di catturare Dafne, mentre costei già si muta in alloro. Dafne era un’antichissima ninfa cacciatrice che, al pari di Diana, amava vagar libera nei boschi, dopo la vittoria dei nuovi dèi contro titani e giganti, la sua figura restò integra e, secondo certe versioni del mito, si rifugiò sul Monte Athos. Le legioni romane si portavano nelle spedizioni un ramo di alloro per purificarsi.

A Giunone era sacro il melograno (Punica granatum) e anche il melangolo (Citrus aurantium); a Venere il mirto (Myrtus communis) e il melo cotogno (Cydonia oblonga) mentre il bosco (Buscus sempervirens) – che simboleggia la sterilità – le era sgraditissimo ed era severamente bandito dai suoi altari; a Cibele era sacro il Pino (Pinus pinea); il corbezzolo (Arbutus unedo) e il biancospino (Crataegus monogyna) erano dedicati a Carna o Cardea, la divinità custode dei fanciulli. La lista è lunga.

Ma torniamo al frassino, del quale si è ricordata l’importanza nella mitologia nordica. Nella flora italiana sono presenti due specie: il Fraxinus excelsior e il Fraxinus ornus, due fratelli di carattere e comportamento opposti. Il primo è un grande albero dalla corteccia bruna, foglie composte e caduche. Ha fiori minuscoli, privi di calici e di corolla. La fecondazione e poi anche la disseminazione sono affidate al vento, sia il duro vento del nord, Borea, che la dolce spinta che viene dall’ovest con Zefiro. L’altro frassino presente nel suolo italico, l’Orniello o Orno, è un albero alto con la chioma ampia; è anche chiamato volgarmente frassino damanna perché dal tronco, per incisione si ottengono masse cristalline che non hanno nulla a che fare con la manna di cui si cibarono gli ebrei. Oggi è considerato un albero ornamentale per la bella fioritura bianca. Entrambe le specie erano ben apprezzate dagli antichi romani che ne conoscevano la flessibilità e la robustezza del suo legno tanto che fu utilizzato per lance, aste, picche e giavellotti.

Virgilio, che era un attento osservatore della natura e conosceva bene gli alberi, i loro nomi e i loro usi, racconta che Enea, sbarcato al lido di Cuma, mandò i suoi giovani alla ricerca della legna dei boschi per fuoco e armi. Il Poeta scrive all’inizio del VI libro dell’Eneide: “sonat alta bipenni fraxinus”, ovvero: “il frassino (f.) alto risuona (per i colpi) delle (scure) a due lame.”

Il frassino usato per le armi dai troiani sulle rive cumane non era lo stesso del nordico Yggdrasill che tocca gli alti cieli del Settentrione, l’enorme Fraxinus excelsior, alto anche più trenta metri, ma l’ornus di cui si è detto e che può vivere pure nelle aride terre di Cuma. Anche il giavellotto che Romolo lanciò per segnare il punto dove sarebbe dovuto nascere Roma era di questo tipo di frassino.

Volontà umana, conoscenza della natura e velocità nel comprendere cosa si può utilizzare in un nuovo ambiente furono queste le doti che permisero nei secoli ai Romani di essere artefici della loro grandezza. Ma l’amore per l’ambiente e la sua distruzione nella storia di Roma e della civiltà si intrecciano. Giulio Cesare stesso dovette abbattere con le sue mani la prima quercia di un bosco sacro che andava tagliato per far giungere l’esercito nelle Gallie. I soldati attoniti lo guardavano pensando alla grande ferita che si faceva al bosco e agli esseri divini che lo abitavano. Il binomio uomo albero si andava indebolendo ma era ancora forte e le divinità boschive, infastidite, erano temute. Da quel giorno molta acqua è passata sotto i ponti, il mondo è diverso ma la natura, pestata e derisa, cerca di riprendere il suo verde trono. Ma quando?

 

Paola Lanzara

(in occasione della Festa Nazionale dell'Albero - 21 novembre 2014)



[1] - il sicomoro, Ficus sycomorus, è un albero comune in Africa e nella penisola arabica; il suo “frutto” dal color rosso mattone è grande e zuccherino; inoltre presso la civiltà egizia il legno molto resistente era adoperato per la realizzazione dei sarcofagi.

[2] - Dal sangue di Adone nacque un fiore rosso, l’Adonis flammeus, dalla breve vita: nelle feste Adonalia, che si celebravano in primavera, piccoli vasi di terracotta colmi di fiori, seminati per aver la fioritura per la festa delle donne, erano portati come dono sacrifale.

 


dal giardino di antonietta cionni (aprile 2014)

 

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viburnum opulus viburnum opulus viburnum mariesii rosa Senateur La Follette

dal giardino di giusi giacalone  (aprile 2014)

quest'anno la piccola collezione di clivie (clivia miniata) ha battuto ogni record!

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La conferenza del Dott. Gianumberto Accinelli del 19 marzo 2014 nel riassunto della socia Maria Luisa Guglielmi 

"le farfalle ed i fiori che le attirano"

 

 

L’entomolgo Accinelli dell’Università di Bologna esordisce dicendo che non darà delle informazioni pratiche ma qualche principio di ecologia, perché - afferma - le farfalle hanno sì un ruolo molto importante in essa ma il nostro è superiore, in quanto abitanti delle città del mondo (per questo la prima foto mostrata è un panorama di Roma).

Nel 1963 esce negli Stati Uniti “Primavera silenziosa” di Rachel Carson, un libro che con argomenti scientifici accusa il mondo di avere distrutto la vita: l’agricoltura industriale (come quella messa in atto allora dalla fondazione Rockfeller in Messico) avrebbe decimato le specie animali e vegetali, attentando alla biodiversità. Accinelli concorda con questa tesi e racconta che la moderna agricoltura ha rovinato la pianura padana, che una volta era una foresta bellissima, tanto che fino agli anni ’20 ci viveva il lupo. Inoltre, riporta altri dati relativi alla modificazione dell’ambiente per mano umana, come il fatto che dal ’90 al 2012 in Italia è stata ricoperta dal cemento una superficie pari a quella della regione Lazio. Dagli anni ’80 il tasso di estinzione delle specie è aumentato di 1000 volte. Dati impressionanti, come in altre parti del mondo.

Cosa fare allora? Alcuni studiosi dicono che questo tasso di estinzione è scientificamente normale, poiché in passato si sono già verificati eventi catastrofici: nell’èra dei dinosauri scomparve più del 70% delle specie animali. In ogni caso, dove l’uomo non c’è la natura funziona benissimo: nel mezzo degli oceani sta bene. Un altro fattore da considerare è il fenomeno inedito del decremento delle piante (ad esempio il pomodoro selvatico non esiste più). Molti commentano: non fa niente. Altri invece si preoccupano e cercano di frenare il depauperamento genetico individuando innanzitutto le specie a rischio estinzione.

Si possono prendere due tipi di provvedimenti. Il primo è quello di creare dei parchi dove allevare gli animali in pericolo. Ad esempio, in Cina l’orso panda stava scomparendo, e si è scongiurata l’eventualità in questo modo. L’altra strategia è quella è di lasciare liberi gli animali nel loro “habitat” naturale, come all’isola di Montecristo, dove vivono una quantità inusuale di pesci. Dagli anni ’60 in poi, da quando cioè ci siamo posti il problema della preservazione delle specie, si può dire – facendo un bilancio - che lo abbiamo risolto in parte, perché ad esempio se abbiamo salvato il bisonte americano, abbiamo però perso una quantità notevole di patrimonio genetico. Così, se in Sudafrica abbiamo riprodotto nei grandi parchi nazionali tantissimi elefanti, abbiamo allo stesso tempo modificato l’ambiente. La biodiversità è importante, come negli orti botanici, e questi parchi non permettono il rimescolamento genetico.

Come fare dunque? Abbiamo sbagliato target. Gli individui da salvare non sono i grandi mammiferi, ma altri animali. Qui subentra l’entomologo, il quale deve però – prima di affrontare l’argomento delle farfalle – accennare all’energia solare, unica fonte di energia per le piante, e del ruolo di “alchimiste della vita” di queste, in quanto catturano l’energia e la distribuiscono agli altri organismi viventi in una cinghia di trasmissione studiata dagli esperti, fatta di sali minerali ed elementi organici. La somministrano in milioni di chilocalorie. Gli insetti prelevano l’energia dalle piante. Essi sono i veri erbivori del mondo. Nati molto prima dei mammiferi, invasero la terraferma: il grillo per primo emise il suo canto d’amore per attrarre la femmina.

Gli insetti riescono a fare tutto. Prelevano ed ottimizzano tutti i tessuti delle piante. Dobbiamo guardare la complessità della vita sulla terra. Ad esempio, se osserviamo una quercia (come quella, grande, che ci viene mostrata in una foto) essa ci dà un senso di pace e non ci rendiamo conto che dentro di essa si sta svolgendo una lotta ferocissima fra gli insetti che la divorano (circa una decina di specie la stanno mangiando, ed anche la pianta ha mezzi di difesa). Gli entomologi hanno riscontrato che una falena italiana andata in America ha devastato tutte le foreste della zona. Naturalmente esistono le reti ecologiche per le quali gli insetti sono divorati dalle rondini, queste dal falco ecc, nell’equilibrio dell’ecosistema. Esso ha anche meccanismi di autoriparazione da eventi negativi e la natura non vuole mai distruggere tutta la popolazione di una specie, ma il problema è se i danni, anche gravi, causati dall’uomo possano essere compresi nella fisiologia di un sistema che comunque ha la capacità di autoconservarsi, come appunto succede in natura, o se dobbiamo per forza intervenire, ed urgentemente, per risanarlo. Alla fine del processo energetico iniziato dall’insetto c’è l’uomo con i suoi gesti quotidiani, ci racconta Accinelli; dunque da una parte ci deve essere la nostra presa di coscienza di essere legati all’ambiente naturale, dall’altra non dobbiamo sottovalutare le nostre potenzialità distruttive rispetto ad esso, non inquadrabili secondo lui in una meccanica scontata.

Come tutelare gli insetti affinché non subiscano la crisi dei mammiferi? Non basta creare delle riserve. Noi tutti dobbiamo loro lasciare spazio, in una gestione adeguata dell’ecosistema. A questo punto il conferenziere illustra, con l’ausilio fotografico, ciò che è stato realizzato in Inghilterra a questo riguardo: boschi collegati fra loro da corridoi ecologici, affinché gli insetti e gli animali in genere possano spostarsi e riprodursi senza depauperamento genetico e senza isole artificiali. Questo è il metodo per la campagna “ecologica”: accanto agli spazi coltivati si predispongono dei corridoi, cioè delle aree marginali libere dove la natura possa fare il suo corso spontaneo.

In città abbiamo principalmente scarafaggi, topi, e oggi anche zanzare-tigre, le quali sono tanto numerose perché nemmeno nelle foreste trovavano condizioni così favorevoli per riprodursi (un vero paradiso terrestre!) in quanto esse amano molto il sangue umano rispetto ad altri animali. I sottovasi, le fontanelle ecc. sono luoghi di proliferazione di esse. Questo insetto va combattuto in città, ma in generale la natura deve ”contaminare” i nuclei urbani. Ad esempio, Bologna è ai piedi dell’Appennino: ai suoi fianchi ci sono colli con una natura bellissima, che rimane però confinata fuori della città. Allora bisogna piantare fiori in essa, e il motto “Let’s flower up our cities” diffuso dalla società Eugea (buona terra, Ecologia Urbana Giardini e Ambiente, spin off dell’Università di Bologna, creata da un gruppo di entomologi), vuole sensibilizzare in questa direzione: promuovere l’ecologia in città. Il principio di fondo è il coinvolgimento dei cittadini. Il dott. Accinelli che è uno dei fondatori di questo progetto dice di aver creato - insieme ad altri -  tanti piccoli prodotti, bustine di pasto completo per le farfalle, dall’”antipasto” al “dolce”, dal momento che esse necessitano di tante sostanze. Egli spiega che la crisi attuale delle api è dovuta al fatto di carenza d cibo diversificato. Così è venuta l’idea di trasformare i gesti quotidiani della gente, anche banali, in azioni in difesa dell’ambiente, che se attuati da molti hanno il potere di migliorarlo sensibilmente. Il progetto è operativo a Bologna e a Milano, dove Gustavo Gandini, professore dell’Università di Milano esperto in biodiversità, cofondatore insieme a Gianumberto Accinelli di “Effetto farfalla”, ha elaborato un piano di divulgazione di conoscenze sulle piante che attirano le farfalle e di loro distribuzione sul territorio, nonché di monitoraggio digitale dei cittadini che aderiscono all’iniziativa coltivandole in proprio, segnalati nella mappa cittadina con un fiorellino. Costellando Milano di tanti micropunti si otterrà che le farfalle dalla periferia giungano in città. E’ un sogno, ma se si sogna in tanti esso diventerà realtà. Ci si augura che anche i romani si armino di semini di piante come la lavanda per avviare la coltivazione e attirarle. Vario materiale, anche per il nutrimento delle farfalle, viene presentato ai soci del “Giardino Romano”. Il sito web partirà tra breve a Milano, Bologna e Ferrara.

 I libri editi da Eugea, a livello divulgativo, sono “Il giardino della natura”, cioè la città vista dagli occhi dell’entomologo Accinelli, e “Giovanni Pascoli” – Il fanciullo che parla l’eterna lingua della natura - I giardini letterari di Eugea – a cura di Gianumberto Accinelli e Giorgio Sandrolini”. Infatti Accinelli sottolinea l’importanza dell’aspetto culturale. L’ecologia ha fallito secondo lui anche perché la parte umanistica non è stata approfondita. Quindi grandi scrittori e poeti, come Emily Dickinson e Proust, sono stati riscoperti in chiave di lettura naturalistica (per Pascoli il gelsomino notturno). Accinelli inoltre fornisce informazioni sulle altre iniziative di Eugea, anche di natura sociale, come il coinvolgimento di cooperative di persone che hanno problemi di droga. Segnala anche una trasmissione in radio: “Mercoledì da mosconi” in “Radio citta Fujiko”.

In realtà per un entomologo il soggetto da studiare è soprattutto il bruco, parlando di farfalle. Nel corso di una giornata questo aumenta di peso 10 volte, perché mangia sempre, smettendo solo la sera  per il freddo. I bruchi delle farfalle, a differenza di quelli delle falene, si nutrono solo di alcune piante, come la ruta, che si mette anche nelle bottiglie di Grappa. Riescono a metabolizzare sostanze velenose, perciò le farfalle, cioè i bruchi trasformati, sono colorate. segnalando questa particolarità. La crisalide non è nuda perché ha il bozzolo formato da microfilo che misura tre chilometri, sottile ma con caratteristiche fisiche più forti dell’acciaio, informa Accinelli. La farfalla “Vanessa Atalanta”, che ha alimentato antiche leggende, ha la caratteristica della velocità. La “Pavone” ha occhi grandi per spaventare i predatori, o secondo l’altra teoria, per non far loro localizzare la sua testa. Comunque le farfalle, a differenza delle falene, hanno occhi quasi sempre molto colorati e fra l’altro sono animali diurni. Inoltre esse amano il nettare molto fluido perché lo succhiano. Le loro piante nutrici sono tantissime, compresi i finocchi selvatici.

Una cosa molto importante da capire è che se vogliamo vedere le farfalle in città non dobbiamo usare gli insetticidi. Ci sono degli stratagemmi per evitarli, tecniche alternative. Rispondendo alle numerose domande del pubblico del “Giardino Romano” Accinelli ci informa che un piccolo crostaceo dei nostri stagni, il ciclopino, con un occhio solo, è ghiotto delle larve della zanzara-tigre. Questa è una scoperta dell’Università di Bologna. Quanto ai rimedi contro i danni del famigerato “punteruolo rosso” che divora le palme, egli indica la società Bioplant dell’Università di Bologna. Ad un quesito sulla processionaria egli specifica che è una falena ed è bene sapere che provoca la cecità quando entra nella cornea umana. Inoltre, come curiosità, ci dice che esiste un unico insetto che emette un suono con la bocca, un suono lugubre: l’Acherontia Atropos”. Penso che la biodiversità, aldilà degli inconvenienti dovuti ad alcune specie, sia un bene incommensurabile da salvaguardare, e che la notizia data da Accinelli che il 40 per cento delle popolazioni europee di farfalle sta scomparendo, deve allarmare. Prima sono calate le lucciole, altri insetti sensibili alla biodiversità dell’ambiente. Ben vengano dunque le iniziative come queste, che possono sembrare di poco impatto sull’ambiente cittadino e che invece silenziosamente, a poco a poco, possono trasformare le nostre città in posti più vivibili.

 

(testo di Maria Luisa Guglielmi)


 

 

 

La conferenza di Sophie Agata Ambroise del 12 marzo 2014, sul tema "L'intimità del paesaggio" efficacemente riassunta dalla nostra socia Maria Luisa Guglielmi

 

Nonostante la giovane età, l’architetto paesaggista Ambroise di Lugano ha una notevole esperienza internazionale, avendo costruito Resorts in Italia, Francia, Asia. Dal 2000 è inoltre impegnata come paesaggista indipendente con “l’officina del paesaggio”. La valorizzazione delle caratteristiche del territorio è  rilevabile anche nell’orto collettivo di Chiasso, sua realizzazione di carattere sociale. In un’area urbana inutilizzata è stata data l’opportunità ai cittadini dei palazzi popolari vicini di coltivare il proprio appezzamento di terreno, con delimitazioni basse tra le porzioni, fatte con materiali tipici del posto. La gestione è in comune fra gli assegnatari.

Nella prima parte della sua esposizione la Ambroise ci intrattiene brevemente sul significato del giardino nella storia fino al paesaggio contemporaneo. Nel Medioevo si raccoglieva nel giardino tutto quello che fuori non veniva dato, così come nel Rinascimento esso era ricettacolo del “migliore” della vita, includendo tutto quello che all’esterno non c’era. Il giardino era compimento del desiderio di natura, poiché essa all’esterno era concepita come caos. In quello francese si incominciò ad avere uno sguardo verso l’infinito, poiché i sovrani erano di “diritto divino”. Luigi XIV per cogliere l’infinito, quindi il globo intero, faceva costruire grandi viali. In Inghilterra il giardino romantico nacque in contrapposizione alla vita nella rivoluzione industriale: ancora una volta in esso si voleva creare ciò che l’esterno non regala. I giardini ottocenteschi erano anche di acclimatazione, in quanto i ricercatori di botanica europei in giro per il mondo ritornando a casa sperimentavano le specie, come al Bois de Boulogne. Napoleone III costruiva a Parigi giardini per desiderio di visione sul mondo. Nel ‘900 abbiamo la negazione della natura: la modernità ha sempre ostacolato i giardini. Nel 1969 con lo sbarco dell’uomo sulla luna possiamo dire che si apre una nuova era, la contemporanea. Si afferma il giardino planetario: per la prima volta tutta l’umanità è sulla stessa barca; siamo tutti nella biosfera. Ciò si traduce nell’esigenza di preservare la natura curando ognuno il proprio territorio, anche con semplici gesti. Dobbiamo essere tutti giardinieri planetari. Dopo questa introduzione Sophie passa all’illustrazione di quattro opere paesaggistiche scelte fra quelle da lei realizzate, appunto per spiegare il senso di intimità del giardino: concetto a lei caro che ha voluto sviluppare proprio in questa conferenza al Garden Club di Roma, attraverso le foto del suo lavoro sul campo e il relativo commento. All’inizio di ogni opera si vede l’area da risanare così come viene presentata dalla committenza all’architetto, nella sua cruda realtà, poi nella prima fase dei lavori e in quelle successive. La Ambroise inoltre controlla nel tempo le sue realizzazioni, a distanza di vari anni ritornando sul posto, e ci mostra la trasformazione delle aree quando le piante sono ormai rigogliose, creando quell’effetto finale previsto dall’architetto.

Il primo esempio riguarda l’Hotel Bulgari di Milano, dove si è riadattato con modificazioni edilizie un antico convento e allestito un giardino con una superficie limitata: soli 2000 metri quadrati di terreno. Poiché l’ecologia oggi è una necessità, si doveva metter su un’oasi di fertilità, ridare alla vita una zona della città che nel retro corrisponde a Via Brera. Così ella ha ripreso la tradizione dell’”Hortus conclusus” milanese, dei cortili milanesi: un luogo dove tutto il migliore è “dentro”, dove ci si riposa, ci si rilassa. Essendo un hotel aperto tutti i giorni dell’anno c’era l’esigenza poi di assicurare un’emozione ai clienti in ogni stagione attraverso piante dalla fioritura alternata. Inoltre l’architetto ha creato in questo posto la sensazione di “spaziazione” – come lei la chiama – cioè la sensazione di grandi spazi, di infinito, in una superficie esigua, ideando una successione di piani che diventano sempre più selvatici, che si perdono nel selvaggio, e arricchendoli, oltre che di fitta vegetazione, anche di reminescenze rinascimentali. Si è ottenuto che questo giardino fosse percorribile anche da un pubblico non cliente dell’hotel, mentre i salottini all’ombra dei platani e dei glicini sparsi in esso sono accessibili solo agli ospiti dell’albergo, al fine di “coccolare” l’intimità delle persone che hanno appuntamenti di lavoro in loco o degli stranieri. In essi sono stati usati colori scuri e arredi bassi per contrapporsi alla nervosità della città di Milano. Quindi i paraventi di salice intrecciato, le lame di metallo, l’assenza di segnaletica sono elementi che invitano ad un tipo di vissuto di calma. Sopra il garage è stato realizzato il giardino pensile, con vie d’areazione nascoste dalla vegetazione; un giardino pensile anomalo, per sentire la profondità della terra, per contrastare l’aridità della città, anche con piante centenarie. Il dislivello esisteva (e nella parte posteriore di esso c’è un percorso perimetrale) ma lei ha immesso delle collinette che valorizzano i 5-6 alberi centenari del luogo. Si vede inoltre un altro angolo ad ortensie, e poiché – ella spiega – c’era lì un problema di ristagno d’acqua si è trovata la soluzione di piantare i salici. Il risultato è un piccolo luogo “segreto”, un salottino che viene utilizzato per piccolo “lunch” e riunioni professionali.

In una villa privata di fine ottocento a Portofino il problema dell’abbondanza d’acqua era veramente serio, ed ha spinto i proprietari a rivolgersi all’architetto. Essa, addossata ad un muraglione, era minacciata anche nella struttura muraria, perché l’acqua arrivava dall’alto, dalla collina, fino in casa. Per frenarla si erano tagliate sopra delle piante, mentre si doveva fare il contrario. Scartata l’ipotesi di costruire un muro di cemento di contenimento, non c’era altra soluzione che catturare quest’acqua affinché non diventasse devastante. Perciò Sophie ha creato qui un giardino verticale: ha ricomposto una serie di muretti a secco, e nei posti dietro la casa ha sistemato terrazzamenti. L‘acqua così rallenta e irriga ospitando piante. Le foto ci danno l’idea dell’immenso lavoro che è stato fatto considerata l’accentuata verticalità del luogo, con gli operai in bilico sulla collina. Forse in questa occasione la Ambroise ha dato il meglio di sé stessa. Per invertire il processo di erosione per i primi anni lei si è servita di sistemi di contenimento temporanei, con piante annuali come i finocchi, perché non si potevano seminare specie triennali, data l’emergenza. Poi le piantagioni seguenti hanno automaticamente fatto sparire le prime, come calcolato. Oltre alla risoluzione del suddetto problema, la Ambroise è intervenuta sull’aspetto paesaggistico, costruendo nel luogo percorsi per camminare. Le fascine che tagliano il flusso dell’acqua servono anche per delineare vie di intimità, di accoglienza, così i tronchi di castagno e le piccole doghe intrecciate. In terra il percorso è costituito da spesse traversine di castagno. Si inseriscono panchine nella passeggiata, che vuole essere in sintonia con l’epoca della casa attraverso piante da ombra o semiombra ottocentesche. Una foto mostra il giovane proprietario soddisfatto riposarsi seduto nel suo giardino completato. La casa è stata restaurata e ridipinta, mi sembra in sfumature del rosa.

La terza opera esaminata è la tenuta Basini ad Arquata Scrivia, territorio tra Liguria, Piemonte e Lombardia, nel percorso ra Milano e Genova. con grandi tenute di caccia. Il committente, che alleva qui cavalli da corsa, voleva viverci con la famiglia. La moglie era riluttante a trasferirsi, e si trattava di costruire una casa padronale accogliente in un’area con pratoni delimitati a destra dalla strada. In fondo gli uffici e le stalle. L’architetto ha creato l’orto nello spazio dove c’erano già alcuni alberi da frutto, ed ha sistemato filtri che separassero l’attività dall’ambiente domestico, trovando un ritmo davanti alla casa, con percorsi di bossi, frutteto, rose ecc. che raccolgono senza rinchiudere le quinte. Dal lato della strada alti schermi innovativi ed ecologici nascondono completamente alla vista il traffico, con effetto di continuità tra prato e bosco aldilà. La piscina è stata disegnata come un grande abbeveratoio di cavalli. L’aspetto decorativo è costituito dai fiori, privilegiando il linguaggio della campagna, con salvie, gigli e margheritone di un metro e venti. L’orto è come un salotto che accoglie, con la sistemazione della ruota di un antico pozzo; è per tutte le stagioni e dà un’emozione. Anche i bambini possono giocare in esso, perché le piante sono state collocate in grandi ceste di ferro a facile inserimento nel paesaggio. C’è anche un piccolo vigneto tra frutteto ed orto, e non mancano le rose selvatiche verso il bosco di castagni. La Ambroise ha lavorato anche a Monterotondo-Resort Gavi (orti), ad una ventina di chilometri soltanto da questa tenuta.  Constatato il buon risultato della trasformazione di essa, i vicini hanno voluto provare anch’essi a valorizzare la loro proprietà privata. E’ un piccolo resort dove si produce vino e si accolgono gli ospiti. Occorreva qui creare un ambiente che permettesse la transizione tra l’aspetto produttivo, rappresentato anche dall’orto con erbe aromatiche per la cucina, e le esigenze di accoglienza dei clienti; soddisfatte da Sophie con nicchie di intimità dentro l’orto, in mezzo alle piante di cipolle per esempio, per prendere l’aperitivo o riposarsi. Anche il fienile è stato utilizzato.

Il quarto esempio è l’Hotel Muse di Saint-Tropez, nel cuore della Costa Azzurra: due ettari nella campagna, appena dietro la suddetta famosa cittadina: un gioiello extra-lusso. La Ambroise, sempre in cerca dell’identità del luogo che deve interpretare, studia le condizioni idro-geologiche della zona. Ci troviamo qui in un territorio della Provenza ricco d’acqua, mentre in genere in questa regione essa scarseggia: è considerata oro. Infatti la proprietà, in pendenza, è vicina al fiume che scorre sotto la collina per finire poi nel mare, e deve essere sfruttato il percorso dell’acqua senza avere problemi di ristagno. Il bosco che fa da cerniera con la campagna anticamente era terrazzato. Viene ricreato quindi il terrazzamento, in un unico lembo di paesaggio del quale tutti possono usufruire, con tanti piccoli giardini. L’architetto spiega, mostrando anche qui le foto prima dei lavori, che quello che si vede alla fine non è che la punta dell’iceberg di un processo lungo, fatto di drenaggi, di movimenti di terra ecc. Nel rapporto con la strada di accesso all’hotel si sceglie la transizione dolce fra proprietà pubblica e privata, attraverso il muro di pietrasecca ed intrecci per operare la separazione. Nell’area si usano steccionate di erica arborea e 800 metri di muretti a secco, Inoltre viene piantata la zoisia, più pratica dell’erba, perché si taglia una volta sola all’anno, e se si calpesta nemmeno si taglia, facendo l’effetto di un morbido tappeto. Si inseriscono poi specie per creare la sensazione di infinito, anche con la mimosa glauca, di colore violaceo. Per lavorare con il lusso oggi bisogna considerare l’ecologia, che in questo caso consiste nella preservazione della biodiversità mediterranea nel giardino (160 specie di bioma mediterraneo). Nella transizione tra pineta e albergo vengono piantati anche i rosmarini ed usata una pietra speciale del posto. In considerazione del fatto che si tratta di un albergo e che i clienti non devono sporcarsi le scarpe nel percorrere il giardino: la strada è stata fatta con pietra frantumata con resina; materiale drenante per percorsi pedonali (dati i 10 metri di dislivello). Abbiamo qui una successione di ulivi. Con la piovosità a volte violenta dell’inverno (contrapposta alla siccità estiva) occorre sviluppare terrazzamenti di ghiaia ed aromatiche, ha pensato Sophie. In tre-quattro anni c’è la rigenerazione delle piante. Inoltre è stata messa in atto l’intimità del giardino con “suites” appartate, sempre da elementi naturali.

La suddetta realizzazione in Provenza, sinteticamente delineata da me e spiegata nei particolari con l’ausilio delle fotografie dall’autrice, è stata premiata in Francia. Ella conclude la sua esposizione al Garden Club di circa due ore e mezza con il racconto dell’opera dell’orto condiviso di Chiasso della quale ho parlato all’inizio; con le testimonianze degli assegnatari delle parti di esso intenti a coltivarlo o a tagliare i frutti della loro piacevole fatica.

 

(testo di Maria Luisa Guglielmi)


 

 

 

Conferenza della prof.ssa. Carla Benocci del 26 febbr. 2014 sul tema: “Donne giardiniere dall’Inghilterra all’Italia: dalla regina Elisabetta I a Mary Talbot Doria Pamphili, delizie e riscatto sociale”. 

                           Riassunto di Maria Luisa Guglielmi

 

Con la consueta competenza e chiarezza espositiva la prof. Benocci ci ha intrattenuto sul tema delle donne giardiniere, fornendo non solo esempi legati alla loro capacità di creare spazi verdi notevoli, ma parlando anche del loro lavoro nascosto - ma importantissimo - di natura culturale e sociale, con la loro visione del mondo di marca femminile, attraverso la loro attività nel ramo suddetto.

La prima citata è Caterina dei Medici, della quale si vede il ritratto del 1555 al Victoria ed Albert Museum di Londra, e poi quello senza fiori della Galleria degli Uffizi a Firenze. Moglie di Enrico II e reggente di tre figli, ha dovuto affrontare le lotte religiose in Francia, cercando un compromesso tra cattolici e protestanti: senza successo. Alla fine ha scelto di privilegiare il cattolicesimo, con la strage degli ugonotti nella notte di S. Bartolomeo, che le ha procurato una fama non onorevole. I giardini c’entrano perché lei veniva dall’ambiente di quelli medicei, e a Firenze aveva imparato che erano una specie di manifesto politico, anche se era di madre francese. Luigi XII aveva già introdotto in Francia disegni di raffinate aiuole a Blois con Pacello di Marcogliano, con separazione tra giardino chiuso e fabbricato; a Villandry invece lei comincia a collegare il palazzo con il giardino, in una composizione unitaria di stile italiano. Quando lei diventa reggente pensa di costruire una reggia fuori Parigi dove affidare al giardino l’idea di armonia universale. Nel 1572, dopo la morte del secondo figlio e prima di arrivare all’eccidio in massa degli ugonotti, dispone i giardini del castello di Chenonceaux, che era stato della donna del re Diana di Poitiers e poi acquistato dalla corona. Lì fa piantare siepi di santolina e privilegia il disegno nella concezione fiorentina, razionale.

 La donna che è più famosa per i giardini è Maria dei Medici, moglie di Enrico IV, che introduce l’idea del giardino utile per governare, in una concezione grandiosa: è la città del re, non di Dio (penso al contrario di Villa Lante a Bagnaia, dove il giardino, fatto allestire dal cardinale Gambara, grande Inquisitore, simboleggia con la “graticola di S. Lorenzo” di fontane al centro e con l’acqua incanalata sula collina, un percorso spirituale che ha l’apice con la fontana alla sommità di essa, nella quale si trovava un pezzo di corallo vero, simbolo del martirio). Fa venire l’idraulico Tommaso Francini per la realizzazione delle fontane. I terrazzamenti sono eleganti e legati a funzioni autonome. Nei giardini del Luxembourg vengono sperimentate inoltre da Jacques Boyceau linee curve raffinate, molto diverse da quelle squadrate del passato.

In Inghilterra il giardino italiano viene portato dal primo cancelliere di Enrico VIII, e perciò viene associato a questo personaggio non amato. Nel quadro di Elisabetta I prevale il colore bianco e rosso, che simboleggia la lotta: sono presenti la fenice e la rosa eglantina, ma lei non ama molto in giardini. Lo stesso Shakespeare nella sua opera “Molto rumore per nulla” attribuisce al giardino un po’ di ambiguità. Invece la danese Anna moglie di Giacomo I realizza nella Sommerset House - tramite Jones - il Parnaso, il luogo delle Muse, il Paradiso, legato al mondo olandese, ricco di fiori simbolici del mondo protestante. Henriette Maria, che eredita l’amore per i giardini dei Medici, e sposa Carlo I, a Wimbledon costruisce un paradiso terrestre completo, con piante provenienti da tutto il mondo. La rivoluzione inglese di Cromwell pone termine al loro regno: lei va in Francia e il marito viene decapitato. Un’altra Maria sposa Guglielmo d’Orange e sistema il palazzo reale di Kensington con l’aiuto di Christofer Wren e con fiori olandesi. Ad Hampton Court ritorna l’elaborazione italiana, con alberatura di tassi e siepi a schema geometrico raffinato, in una creazione architettonica con 13 fontane. La regina Carolina moglie di Giorgio II commissiona l’Hermitage a Richmond e a Kew nel 1736, dove mette arredi particolari, come la grotta del mago Merlino e l’eremitaggio, in un insieme più suggestivo che razionale. Mary Delany, di famiglia ricchissima, della quale vediamo il ritratto austero, è ricordata invece per essersi dedicata, dopo il primo matrimonio, all’artigianato, con quadri realizzati con delicate ed armoniose applicazioni di fiori di carta.

In Italia, è degna di menzione Leopoldina Maria di Savoia Carignano, erede di Carlo Magno, poliglotta di cinque lingue, vissuta 1744-1807, sposa di Giovanni Andrea Doria Pamphili Landi (1747-1820). Il marito è il primo dei Doria a stabilirsi a Roma da Genova. I Pamphili invece sono famiglia pontificia, e la villa omonima è modernizzata alla fine del ‘700 da Giovanni Antinori. Il principe Pamphilj investe notevoli risorse per accentuare il carattere francese della sua villa fuori Porta San Pancrazio. E’ però solo con Francesco Bettini che la villa, per volontà di Leopoldina, diviene il primo giardino paesaggistico di Roma, con giochi d’acqua, cascate, ponti girevoli ecc. Inoltre Bettini, ispirato sempre dalla Carignano, vi introduce l’orto agronomico, organizzato secondo criteri di bellezza e di utilità, con rientro economico e sociale. Il complesso ha strutture anche culturali, come la biblioteca e l’orto botanico. L’aspetto letterario è fornito da Ippolito Pindemonte, che dissertando sul giardino inglese nel 1792 a Padova, dice che il giardino è il sogno della felicità condiviso con gli altri. Elisabetta Contarini Mosconi lo ospita a Novare (Verona) per 10 anni. Suo marito, deciso a rendere più moderna la loro villa, spera che egli fornisca loro suggerimenti in questo senso, ma invano. Tutto quello che Elisabetta riesce ad ottenere da lui in tutto questo tempo sono alcuni versi lasciati sulla pietra della villa. In ogni modo lei è molto attiva, e forte della propria cultura all’insegna della libertà illuministica, si ispira nella disposizione del giardino anche ad elementi esotici. Teresa Orsini di Gravina (1788-1829), romana, molto bella, moglie di Luigi Doria Pamphili Landi, valorizza l’aspetto sociale dell’orto agronomico rispetto alla gente povera. Sono anni “calamitosi” e attraversati da cambiamenti politici, come la Repubblica Romana. I Doria hanno molte terre in Basilicata, dove tanta gente stenta a sopravvivere, e Teresa decide di coltivare in forme nuove nel castello di Melfi, e di creare nuove attività come la lavorazione della lana, riuscendoci. Le masserie del marito, come ad esempio la Masseria Celani, vengono trasformate. La prof. Benocci ci racconta che per questa nobildonna è in corso un processo di beatificazione.

Mary Talbot dei conti di Shrewsbury sposata Doria Pamphili studia nel 1840  “Gardening for ladies”, libro che vuole insegnare alle donne come fare giardinaggio: dunque didattico su larga scala. Il marito la segue e il giardino diventa anche qui il luogo privilegiato di socialità condivisa. Qui finisce la prima parte della conferenza della Benocci. Nella seconda lei parla della diffusione dell’arte del giardinaggio presso i ceti borghesi, come l’esperienza in Inghilterra di Mary Mitford, con il mito borghese del “cottage”, non sfarzoso ma improntato alla naturalità inglese e al riscatto sociale di marca femminile. L’Inghilterra ha l’impero e non potevano mancare le donne che girano il mondo, Così fa Marianna North (1830-1890), per fotografare gli alberi, ritraendoli anche in acquerelli. Il conoscere non è più relegato all’aristocrazia. Gertrude Jekyll (1843-1932) per la villa di Hestercombe inventa una pergola affascinante ed utilizza le bordure di erbacee, dando vita ad uno stile noto come “cottage garden”. L’industrializzazione selvaggia spinge infatti le persone per contrasto a valorizzare la natura anche nelle forme semplici, come il cumino e la lavanda piantate da Marianna a Hestercombe, con sapiente abbinamento di disegni e colori raffinati. L’esistenza dell’impero inglese porta inoltre le donne inglesi ad adornare i loro giardini con vasche di ispirazione indiana, rotonde e basse, come nella proprietà della Jekyll a Munstead Wood nel Surrey. Nel contempo si afferma la pubblicistica di giardinaggio, Le donne studiano e vanno a scuola di “gardening”, e questo comporta un percorso di crescita anche professionale. Vediamo poi le foto della pergola della contessa di Warwick, quella della Manor House di Norah Lindsay del 1931, e quella del 1958 di Vita Sackville West (1892-1962), donna ricchissima immortalata dal famoso Cecil Beaton in una posa disinvolta con i pantaloni, intenta a badare personalmente al suo giardino. Ella compra un rudere a Sissinghurst e lo trasforma in un giardino bianco, colore della purezza; nelle infinite sfumature dei fiori bianchi, come le calle. Insieme al marito ricerca la felicità nella natura. Quello tuttavia che sembra casuale è frutto di studio, facendo finta che sia la quintessenza del giardino perfetto.

In Svezia nel lontano passato le donne non sono al massimo della considerazione sociale e comunque i giardini, a causa del clima freddo, sono costituiti da alte pareti vegetali, per proteggere le erbacee. Cristina di Svezia, prima di venire in Italia, non trascura il giardino. Facendo un salto nel tempo, alla metà dell’800, sono notevoli le dalie di Rosendal e il fatto che venga insegnata nelle scuole svedesi la materia dei giardini, nonostante - o forse per questo - la natura matrigna del clima. Vengono mostrate poi le foto di quello di Ellen Key, e di quello di Gotenborg, realizzato in stile italiano, con il canale d’acqua. All’inizio del Novecento in Svezia l’industrializzazione porta una forte disgregazione sociale, con problemi di alcolismo ecc. Allora le autorità decidono di dare in concessione un pezzetto di terreno a ciascuna famiglia, in modo che alla fine della settimana i lavoratori possano dedicarsi alla cura del proprio giardino rilassandosi. Questi si chiamano “giardini dei coloni”, appunto dei non abbienti, con le casette di legno annesse. Oltre ad essere una testimonianza storica, sono attualmente luogo ricercato di giardinaggio, come quello di Anna Lindgafen, anch’esso con casetta colorata. Per concludere, la prof. Benocci riferisce una frase di Ippolito Pindemonte, in cui, riprendendo un’idea di Bacon, si afferma che il giardino è il più puro dei nostri piaceri. 

 

Testo di Maria Luisa Guglielmi  

   

           


dal suo giardino del Circeo (marzo 2014)

Marisa Bruno ci manda questa bellissima foto di una Hardenbergia violacea. La pianta è alta poco più di un metro.

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Ancora la nostra Cecilia Greco che ci dice: 

(gennaio 2014)

 

Nel riordinare il mio materiale fotografico

mi è capitata  sotto gli occhi questa bella foto di una mia Jacobinia.

La Jacobinia della famiglia delle Acantaceae fiorisce dalla primavera all'autunno.

Dal fiore secco che cade rinasce un fiore nuovo.

 

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dal giardino di Cecilia Greco in Sicilia

(dicembre 2013)

foto e commenti sono di Cecilia

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L'Hibiscus mutabilis,  della famiglia delle Malvaceae, in pochi anni è diventato enorme.

foto

La Leonotis leonurus appartiene alla famiglia delle Lamiaceae.  

In Sud Africa  cresce spontanea 

foto

Per anni non ho conosciuto il nome di questa pianta  che fiorisce da fine agosto a dicembre (In Sicilia).
E' un cespuglio che, piantato vicino ad un muro o accostato ad un albero, raggiunge grandi dimensioni.
Ne ho visto un esemplare  all'orto botanico di Palermo e mi sono messa a mente il nome: Odontonema strictum  (famiglia Acantaceae)

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Rosellina Bruni e i fiori di...... nuvole

(novembre 2013)

 

In fuga dal degrado della violenza sul mio territorio, lo sguardo si e' rivolto al Cielo e.....MERAVIGLIA...... !!! una magica fioritura di giochi di nuvole coloratissime e vivide, non raggiungibili da manipolazione umana, e' sfilata come in processione commemorativa della eterna Bellezza della Natura....
                   Punta Tresino, Capri insolitamente nitida dietro la cui sagoma tramonta l'arancia solare tutta estate, la Costiera Amalfitana, da Punta della Campanella alla piana di Paestum, il mare continuamente cangiante, un Cielo dalle innumeri sfumature a contorno di un orizzonte infinito......fiori diversamente belli.....

 

(testo e foto di Rosellina Bruni)

clicca sulla foto per ingrandire

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l' aristolochia, dal giardino di Luisa Sanfelice:

(novembre 2013)

clicca per ingrandire

aristolochia 1

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Antonella Marino dalla spiaggia di Palinuro:

uno straordinario abbraccio tra un fico e una vite, a pochi metri dalla spiaggia

(ottobre 2013)

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ancora dal giardino di Matilde Studer 

(ottobre 2013)

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la rhus typhina ha messo il suo vestitino autunnale

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una composizione di Gigliola Corsini

(ottobre 2013)

 

Mercedes Parodi ci invia la foto della bella composizione esposta dalla nostra Gigliola Corsini all'Accademia di Romania, in occasione della mostra di Ikebana Ohara,   e ci comunica:  "all' inaugurazione era presente Jenny Banti Pereira, maestra di composizioni di Ikebama, co-fondatrice del Giardino Romano e della rivista Giardino Fiorito e pioniera di attività amatoriali serie relative alla diffusione dell' arte e della cura del mondo vegetale, in Italia allora ancora misconosciute".

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la bella composizione esposta all'Accademia di Romania dalla nostra Gigliola Corsini: la grande foglia a due colori appartiene ad una rara aspidistra variegata

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........ e dal suo giardino di Anticoli Corrado la nostra socia Marisa Bruno, provetta giardiniera, ci invia queste due foto:

(ottobre 2013)

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fiori di Magnolia “Pink Global” Bacche di "Berberis officinalis"

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Maria Mercedes Parodi fa shopping alla Landriana e ci manda la foto delle piante comprate, con un suo commento....

(ottobre 2013)

 

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le dature ( solanacee) sono altamente tossiche e quella della fotografia è la datura metel purple.  C'è una ligularia aureomaculata, una muhlenbergia capillaris ( graminacea) che, quando è in fiore, si adorna di una nube impalpabile rosata, ci sono i settembrini aster ideal. C'è una rosa azzurrina " Blue for you ", il geranium magnificum, l' anemonoides nemorosa (ranuncolacea),
il symphoricarpus albus a bacca rosea....ce ne sono altre che non appaiono nella fotografia: moltissime, come potete immaginare, ho dovuto ignorarle, ma la mia bulimia collezionistica ne ha molto sofferto. Comunque, anche il solo conversare con i titolari degli stand è straordinariamente piacevole e istruttivo; avvicini persone appassionate e competenti, soprattutto quelle che si dedicano a una ricerca monotematica, che girano il mondo solo per recuperare un geranio introvabile sul mercato  della distribuzione commerciale. L'amaranto (amarantus caudatus) produce semi commestibili di alto valore nutritivo, conosciuto sin dall'antichità e chiamato dagli Aztechi "il misterioso grano degli dei", la cui farina veniva adoperata per cibo liturgico durante le cerimonie religiose. 

(M.M. Parodi)

 

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la datura di Matilde Studer

(ottobre 2013)

 

dal giardino della nostra socia Matilde

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un angolo del giardino di Antonietta Cionni

(ottobre 2013)

 

 

ed ecco un angolo del giardino della nostra socia Antonietta con Achantus, Punica granatum e ulivi.

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Acanthus, Punica granatum e ulivi nela giardino di Antonietta Cionni

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La russelia e il viburnum sul terrazzo di Lorenza Bartolazzi Tonci

(ottobre 2013)

 

dopo le foto degli epiphyllum bianchi e rossi di Giusi ed Elvira ecco, dal terrazzo della nostra socia Lorenza, due belle foto di una Russelia equisetiformis e di un Viburnum plicatum (sin. Tomentoso).

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russelia equisetiformis viburnum plicatum (sin. tomentoso)

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L'epiphyllum rosso nel giardino di Elvira Imbellone

(settembre 2013)

 

dopo l'epiphyllum bianco di Giusi (che potete ammirare sotto) ecco quello rosso del giardino di Elvira Imbellone la quale informa di poter dare talee a chi lo desidera. Elvira ha anche un epiphyllum con fiori rosa ma le talee non sono ancora disponibili perchè la pianta è piccola.

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foto 1 foto 2

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La "regina della notte" nel giardino di Giusi Giacalone

(settembre 2013)

 

 

Nel mio giardino cresce felice e rigogliosa una cactacea: la “Regina della notte” (epiphyllum oxypetalum).

Fiorisce una volta sola in un anno tra luglio e agosto, sempre dopo il tramonto e sempre per una sola notte. Eccezionalmente quest’anno, oltre quella di luglio, c’è stata una seconda  fioritura  a settembre con ben 15 fiori.

I fiori della mia pianta possono raggiungere un diametro di circa 25 cm. ed emanano, alla massima apertura, un delicatissimo profumo.

Il bocciolo (anzi il bocciolone) comincia a schiudersi verso le 21,30 ed il fiore si presenta nel suo massimo fulgore intorno alla mezzanotte. Poi collassa ed all’alba è già avvizzito.

 

Giuseppina Giacalone

 

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- sono le ore 20:  il bocciolo è pronto - sono le 21,30:  il fiore comincia ad aprirsi - alle 22 l'apertura è quasi completata - alle 22,30 l'apertura è completata - la "regina della notte" un lampo di luce nel buio - "la regina della notte" - due "queen of the night" - il fiore all'alba, esausto, è collassato. Non si aprirà mai più

 

 

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La nostra past president Paola Lanzara

ci segnala un libro di Jorn de Précy: “E il giardino creò l’uomo” , un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi giardinieri, a cura di Marco Martella

ed. Saggi, Ponte alle Grazie.

 

 

Un delizioso libro di filosofia verde ma, poiché è scritto da un vero uomo di giardino, che è riuscito ad avere una simbiosi giardinieristica con il suo giardiniere, io penso che tutti si possano fidare.

L’autore, Jorn de Précy, nasce nel 1937 in Islanda. Dopo avere visitato Roma e la Toscana e aver vissuto a Venezia e a Parigi, si stabilisce in Inghilterra dove, nel 1865, acquista il suo giardino dal quale non si distaccherà mai più.

“E il giardino creò l’uomo” rappresenta il suo personale rapporto tra il giardino e l’uomo pur sempre passando attraverso le decisioni della natura; è l’unica opera di questo autore che ha visto le stampe in Inghilterra, nel 1912.

Dopo un secolo, nell’aprile 2012, viene a far godere il pubblico italiano ed è così attuale che, in alcuni punti, vi si può ravvisare Gilles Clements. Egli dice: “….parlo del vero giardiniere, quello che opera insieme alla natura e con il “genius loci”, quello che senza posa, lavorando, gioca con il mistero del mondo vegetale, parlo del giardiniere poeta.” E per citarlo ancora “ Il giardiniere ha tuttavia uno sguardo da filosofo quando scruta il cielo ed il passaggio delle nuvole”.

E per mantenere viva l’attenzione scrive: “Tutto, tutto è sempre nuovo in giardino e chi lo cura prova meraviglia davanti a qualsiasi cosa avviene in esso” : è la modernità del suo intendere il rapporto tra l’uomo e il quoziente da lui raccolto dalla natura, è la convinzione che il giardino sia l’ultimo rifugio della spiritualità, ultima barriera al di qua della barbarie: ce lo dice con scioltezza e intensità questo libro che ha aspettato cento anni per essere tradotto e divulgato e per scendere a interiorizzare il concetto di giardino a tutte le latitudini.

 

Paola Lanzara

 

 

 

La copertina del libro

La copertina del libro

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una segnalazione della socia Anke Thies-Krieger e la risposta del nostro Presidente

 

Cari soci del Giardino Romano, non so quale il vostro pensiero, ma quando ho letto la notizia che il Giardino Romano dona per la "10ma giornata del giardino" alcuni cipressi/pini, mi è venuto in mente...

io sono socia dal 1987, percio un bel po di tempo e di donazioni ne ho visto parecchie, purtroppo neanche una con un "happy end". Mi ricordo un'aiola donato all'Orto Botanico, sparito dopo qualche anno. Piante per la Villa di Livia che sono sopravissute nei mesi caldi per anni grazie a mio marito Thorolf che andava dare l'aqua, lui non andava piu e ora non ci sono piu. Le belle piante di Villa Torlonia? Rubate! E last not least, la donazione di cipressi a Piazza del Popolo l'anno scorso...un vero record, solo dopo pocchi mesi gia morti.
 A questo punto mi chiedo....ma la città di Roma merita tutta la nostra attenzione, nostro amore, la nostra passione??? Chiedo a voi...che pensate?
Un saluto affttuoso a tutti, Anke Thies-Krieger. (5 aprile 2013)

 

 

 

Roma 8 aprile 2013

Cara Anke Thies Krieger,

Ti ringrazio per le Tue osservazioni sulla Giornata Nazionale del Giardino. Ciò attesta il tuo interessamento alla vita del Garden. La Tua lettera viene inserita nella “voce dei Soci”. Qualunque socio potrà farne richiesta e la redazione del SITO è ben lieta di pubblicare il pensiero costruttivo dei soci.

A margine della Giornata Nazionale del Giardino

istituita dieci anni fa, ricordo che l’evento è stato deliberato dall’UGAI perché in contemporanea tutti i club associati esponessero, ciascuno nella propria territorialità, il tema de “Il verde pubblico è anche tuo”.

Lo spirito della celebrazione è quello di richiamare l’attenzione delle Autorità sull’esigenza di individuare, conoscere e ripristinare i giardini e i parchi pubblici. Con ciò proponendo alla sensibilità dei soci la necessità di riguardare al binomio pubblico – privato come ad una coniugazione indissolubile.

Questo è lo spirito col quale si attende alla celebrazione: fare per richiamare l’attenzione di tutti sulla cultura dei giardini e del verde pubblico, con quello che ne consegue: ad es. il rispetto, l’educazione, l’esempio della natura, la sua generosità. E’ vero che le Autorità non sono attente, ma è proprio questa la causa determinante la celebrazione della Giornata.

In quel giorno non vi è una relazione tra il Garden e Roma, ma tra i soci-giardinieri e il verde pubblico. Le Autorità vanno allertate!

Inoltre la Giornata offre motivi di approfondimento e di studio per i soci.

Quanto al problema della manutenzione (il camelieto sta bene, i cipressi a Piazza del Popolo sono stati prontamente sostituiti, la Villa di Livia è stata oggetto di scavi archeologici ecc. ecc.) ritengo sia di competenza della Pubblica Amministrazione. Sarebbe bello che la manutenzione fosse affidata al Garden , ma non trovo tra i soci una disponibilità simile a quella del Sig. Thorolf, a cui indubbiamente va il nostro ringraziamento.

Ti aspetto con le socie e le Tue amiche il 13 aprile a Villa Capo di Bove.

L’evento è particolare e sta riscuotendo successo.

Il Presidente

Avv. Antonio Rossini 

 

 

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"primavera nel mio giardino" è il titolo con il quale la nostra socia Luisa Sanfelice ci ha inviato queste belle fotografie

una peonia una clivia

 

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una poesia di Gottardo Angella

 

"L'Avv. Rossini segnala ai soci e soprattutto alla loro sensibilità questa
poesia di Gottardo. E' una storia delicata che esprime desiderio e poi
delusione, mascherata da una indifferenza finale.
Grazie a Gottardo, alla sua Musa e a Voi che avrete la bontà di leggere".

 

 

Gottardo con Dante a Tolfa

 

sul declinar ahimè della mia vita

io mi ritrovo in questa selva oscura

ma sol perché la luce v’è inibita

 

ah! quanto a dir pone ogni cura

la moglie mia gentile e sempre forte

ed a volte la schiena si fa dura

 

tante cose qui vi sono sorte:

per raccontare come ben ci stai

dirò che a niuno chiude le sue porte

 

Io non so ben ridir com’io v’entrai

tant’ero pien di speme in su quel punto

quando la Claudia via abbandonai

 

ma poi ch’io fui ai piè del muro giunto

ove ne porta dei cappuccin la calle

beh ! era in attesa il cor compunto.

 

Guardai in alto e vidi su mie spalle

brillar i raggi de la gran pineta

che poi si stende giù verso la valle

 

allor fu la paura un poco quieta

di non trovar fanciulla si desiata

quando notte passai un poco inquieta

 

e come quei che l’auto ha lasciata

uscito fuor dai guai e poi s’acqueta

e guarda al verde e gioia sua ne guata

 

così l’animo mio in aspettativa

la campana suonò a aver lo passo

ma indarno…. Fausta ahimè qui non arriva

 

allor alquanto incavolato e l’occhio basso

andai a Civitavecchia giù dall’erta

in San Francesco: son solo andato a spasso!

 

 

Gottardo Angella – febbraio 2013

 

 

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Piazza Vittorio a Roma

Novembre 2012 

In riferimento all'azione intrapresa dall'architetto Marina Fresa e dal "Comitato di Piazza Vittorio partecipata" per  "contrastare un progetto di rifacimento del giardino di piazza Vittorio da parte dell'Assessorato ai LL.PP", la nostra socia Paola Lanzara ci invia questa interessante nota storica sulla piazza più grande di Roma:

 

Piazza Vittorio

 

quella che i romani chiamano Piazza Vittorio, come se Vittorio fosse il nome del vicino di casa o dell’amico del cuore, è in realtà dedicata a Vittorio Emanuele II, il primo re d’Italia (1820 – 1878). 

Piazza Vittorio è la più grande di Roma (m.316 x 174) ed è la più rappresentativa di quell’urbanistica umbertina che caratterizza alcuni quartieri della città. Nel costruirla gli architetti si ispirarono alla “square” inglese per la forma rettangolare, il giardino centrale e gli edifici residenziali dall’aria imponente ai lati.

Nell’osservarla si notano subito i colonnati che la circondano che, nonostante il degrado, ricordano l’architettura piemontese e soprattutto Torino, prima capitale del Regno (1882 – 1887). Sulla piazza convergono 13 strade,  previste nel piano regolatore romano del 1873, pochi anni dopo l’unità; forse per questo, nel 1902, in questa piazza fu trasferito il più grande mercato di Roma.

 

Il Giardino 

Il giardino, al centro della piazza, è ornato di un gruppo scultoreo di tritoni, delfino e piovra.

In esso si possono vedere a sinistra i “Trofei di Mario”, grandi strutture in laterizio. In realtà i ruderi sono ciò che rimane di una monumentale fontana dell’età della Roma classica, a metà del III secolo d.C., durante l’impero di Alessandro Severo e, più puntualmente, nel 266. Era alimentata dall’acqua Giulia con funzione di castello di distribuzione idrico.

Questa costruzione costituì il modello per le “fontane a facciata” della Roma tardo-rinascimentale e barocca (vedi il Mosè del Fontana a largo Santa Susanna o piazza San Bernardo costruita come mostra dell’acqua Felice).

Nella fontana di piazza Vittorio, di origine romana classica, il bacino della fonte era accanto alla grande nicchia nella quale doveva esservi una grande statua. Accanto c’erano due archi più piccoli entro i quali erano posti due trofei di soldati armati, ritenuti, nel Rinascimento, Trofei di Mario con il qual nome furono chiamati tutti i ruderi nell’insieme. Questi trofei, databili all’era di Domiziano (51 – 96) sono attualmente sulla balaustra di Piazza del Campidoglio, così sistemati da Sisto V nel 1589.

A sinistra dei ruderi è stata ricomposta la famosa Porta Magica (ultimo restauro nel 1989).

 

La Porta Magica

molto interessante come curiosità “ermetica”.

Il marchese Ottone Massimiliano Palombara aveva una villa sulla via Felice, acquistata, nel 1620, dal duca Alessandro Sforza. Il suo territorio comprendeva l’area di Piazza Vittorio e aveva alle spalle un giardino segreto in cui era compresa la Porta Magica che è ancora visibile nei giardino della Piazza.

Essa è vigilata da due nanetti in pietra, qui trasportati nel 1888 dagli sterri  degli scavi sul Quirinale; la porta stessa ha incisi diversi segni alchemici sul frontone e sugli stipiti, la soglia, l’architrave, il gradino. Secondo la leggenda questi segni conterrebbero la formula per la fabbricazione dell’oro, fatti incidere nel 1680 dal marchese Palombara che, non essendo riuscito ad interpretarli, li avrebbe conservati in questa porta nella speranza che qualcuno riuscisse a penetrarne il senso.

La formula gli sarebbe stata affidata da un misterioso personaggio presentatosi nel 1680 al marchese con la richiesta di un modesto finanziamento e di un ambiente adatto per creare la pietra filosofale. Nel chiuso del laboratorio avuto dal marchese avrebbe compiuto le sue ricerche lasciando, alla fine, un po’ d’oro e la formula segreta, ma sparendo misteriosamente come era arrivato.

 

Paola Lanzara

La nostra socia Gigliola Corsini e l'arte dell'Ikebana

l'autunno

 

 

Alla voce dei Soci

La redazione del Sito ha il piacere di pubblicare quanto ha scritto Gigliola Corsini, nostra  amata socia, a proposito della poesia che ispira l’Ikebana. Gigliola, insignita della qualifica di insegnante e vice presidente di Ikebana Ohara Chapter Roma, suggerisce anche modalità ed elementi per porre in essere praticamente l’oggetto dell’ispirazione.

Ringraziamo per aver voluto arricchire la voce dei soci con questa colta e bella iniziativa.

(nota a cura del presidente Antonio Rossini)

 

 

AUTUNNO

Fare Poesia

 

Interpretazione dalla natura attraverso l’arte dell’ Ikebana

La stagione dell’autunno, nella nostra osservazione, ci dà una sensazione di tranquillità; la natura che, piano piano, si sta chiudendo in se stessa.

Un silenzio che non è silenzio… Tutto è dolce, riposante, malinconico. Il senso del tempo che passa, unito a ricordi, riscoprire emozioni che abbiamo già provato… Tutto nella nostra composizione rifletterà questi stati d’animo. L’interpretazione della natura diventerà un luogo dell’anima.

L’arte dell’Ikebana è molto antica, le sue origine risalgano al VI sec., come offerta rituale di fiori nei templi buddisti. La concezione a cui ancor oggi si ispira è creare una composizione con foglie, fiori e rami in equilibrio tra loro a simboleggiare l’armonia tra cielo, terra e uomo.

L’asimmetria ed il vuoto in contrapposizione al pieno sono elementi caratteristici del sentimento estetico giapponese condiviso anche da altre arti.

Le composizioni sono basate su un sistema ternario: tre elementi posizionati su un triangolo immaginario del supporto reggi fiori, inserito al centrosinistra sul diametro del vaso basso circolare, che rappresenta la terra insieme all’acqua.

Per dare maggiore verità di reale alla composizione useremo materiale vegetale di stagione, anche secco (per autunno e inverno). Bacche, fruttini, rami con il loro fogliame dai colori caldi caratterizzano l’autunno.

La bellezza dell’ikebana sta nel poter ripetere liberamente uno schema usando materiali diversi con infinite possibilità creative, purché si rispettino ritmi (dati dalle diverse altezze), movimento (dato dalle angolazioni), e coerenza di stagione.

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OCCORRENTE:

Un vaso basso circolare; un supporto reggi fiori pesante, per dare stabilità alla composizione; un paio di cesoie.

MATERIALE COMPOSITIVO:

Tre rami per la struttura; tre fiori; due boccioli; tre fili d’erba.

ESEMPIO: Useremo della Fitolacca (pianta erbacea perenne, rustica che vive nei campi). Adesso è bellissima perché si formano grappoli di bacche, prima verdi e poi viola, con gli steli e le foglie che si tingono di rosso cupo. Non è un materiale nobile, ma è interessantissimo in questa stagione per i suoi colori e le forme delle foglie regolari e semplici che si alternano alle spighe di fiori e bacche. Vi accosteremo dei fiori: COSMEA, pianta perenne originaria del Messico, delicata per creare contrasto con la bellezza rustica delle Fitolacca. Due boccioli per ingentilire la composizione, completandola con tre fili d’erba di campo inseriti in mezzo ai fiori dando così movimento di linnee e contrasto di colore. Alcune foglie basse, inserite per coprire il supporto reggi fiori. Le altezze diverse dei rami di struttura daranno ritmo alla composizione. Unità di misura: il diametro del vaso. Ramo principale: misura una volta e mezzo il diametro; inserito, inclinato o alto, a secondo della linea naturale del ramo. Secondo ramo, misura tre quarti del principale. Il Terzo ramo, inserito tra i due, un po’ all’indietro, per dare profondità alla composizione. Tre fiori, davanti alla struttura con misure da un terzo del principale e due più bassi. La Fitolacca è una pianta molto generosa, conviene eliminare grappoli e foglie in eccesso. In alternativa, al materiale che useremo per questa virtuale composizione, potremo cogliere dei rami di quercia con i suoi bei colori autunnali, che esprimono forza e ruvida bellezza. Vi accosteremo piccoli crisantemi gialli a rappresentare le chiazze di sole che si intravedono sotto il ramo di quercia, come fossimo in un bosco. La vostra sensibilità creativa, vi porterà a trovare tanto altro materiale di stagione che potrete usare per rappresentare questo splendido autunno che stiamo vivendo.

 

Socia Gigliola Corsini Pozzi

I° Master Ass. di Ikebana Ohara

 

 

HAIKU

 

Vecchio stagno

una rana salta

suono d'acqua

 

Haiku, di MATSUO BASHO, scritta alla fine del 600: il poeta più caro al cuore dei giapponesi, vissuto in povertà francescana come un monaco errante.

Quel minuscolo stagno è ancora nel quartiere di Sekiguchi (Tokio), circondato da un rustico a giardino, ad un angolo del quale sorge la modesta casa dove per tre anni visse il poeta.

 

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La poesia di un giovane romano

La nostra past president Paola Lanzara frequenta di tanto in tanto il "Salotto Romano", incontri che si tengono presso la Biblioteca Vallicelliana (salone Borromini) e che sono dedicati alla tradizione ed alle diverse forme artistiche legate alla capitale.

In un recente "incontro" (6 settembre 2012) Paola ha apprezzato questa poesia composta e recitata da un giovane ventiseienne romano:

 

  FIORI SUL PIANEROTTOLO

 

So fiori de nisuno, fantasmi di città,

avanzi de'n passato che nun pò ritornà

 

Nati drento 'una cosa e poi lassati là,

dove la gente passa, saluta e se ne và.

 

So fiori senza cielo, senza più dignità.

Ma sbocceno lo stesso, devono de parlà.

 

Co li colori strilleno, dicheno "guarda qua!

Sta vita è troppo bella, nun te la fa scappà

 

                                                                   Paolo Buzzacconi (2012)

 

 

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Rosellina Bruni e i collages

 

La nostra socia Rosellina Bruni ha partecipato recentemente ad una lezione di collage

nei locali del Giardino degli Angeli a Velletri dove sono stati raccolti i fiori e le foglie utilizzati nei lavori.

Ci ha inviato due fotografie: una ritrae, credo, un cigno e l’altra un gufo che Rosellina ha definito “un’opera prima fatta da me con grande stupore”

 

 

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Paola Lanzara ci segnala due libri importanti:

Jonathan Silvertown - La vita segreta dei semi - Ed. Bollati Boringhieri Edwin Cerio - Flora Privata di Capri - Ed. La Conchiglia

 

 

 

Jonathan Silvertown – La vita segreta dei semi

 

Un libro che ci conduce attraverso le attente considerazioni scientifiche, sorridendo.

L’autore, attualmente titolare della cattedra di ecologia alla Open University UK, svolge una brillante attività di divulgazione di alto livello. Il suo interesse si volge anche a progettare temi di ricerca e tutela ambientale.

Se il cuore rigido di una mela è capace di generare un frutteto possiamo immaginare quale scrigno di tesori ci siano nei torsoli di mela lasciati dai ragazzi in un cestino dopo una festa.

Nel caso dei semi scienza e fantasia gareggiano nell’eseguire piccoli (con qualche eccezione) oggetti che arrivano sulla terra.

E’ senz’altro merito di Jonathan Silvertown il saperci stupire e incantare con vicende inaspettate.

I semi possono rimanere sopiti per millenni o germogliare in un baleno, possono essere alati o zavorrati di grassi, appetitosi o letali ma soprattutto sono fattori di civilizzazione e di socialità.

Il libro di Sivertown ci familiarizza con i semi che sono sempre legati ad una nuova vita, a una nuova pianta. Essi inoltre insaporiscono le nostre mense, lussureggiano nei nostri parchi e paesaggi, arricchiscono la nostra farmacopea.

 

In copertina illustrazione del nostro Giorgio Gallesio (1772 – 1839) botanico e pomologo; produsse tra gli altri suoi volumi Pomona italiana (1820-39).

 

 

Edwin Cerio - Flora Privata di Capri

 

Edwin Cerio (1875 – 1960) nacque da padre napoletano e madre inglese.

Alla fine della sua carriera si ritirò a Capri dove costruì una bellissima villa. Promosse il “Convegno del paesaggio” per tutelare le bellezze dell’isola.

Come scrittore iniziò con “Aria di Capri”, “L’Ora di Capri, “Guida inutile di Capri” ai quali seguirono molti altri romanzi.

Esisteva nella Biblioteca Universitaria dell’Istituto di Botanica questa “Flora privata di Capri” che io lessi ed amai fedelmente; il libro fu ad un certo punto rubato e poiché era esauritissimo non fu rimpiazzato.

Per fortuna esistono botanici intelligenti che amano tutto quello che riguarda il nostro mondo verde; e deve essere successo l’innamoramento totale a Francesco Corbetta, Cattedratico all’Aquila grande amante del paesaggio e della seria divulgazione scientifica, che ha pubblicato la ristampa critica e aggiornata del libro con un’aggiunta delle vecchie foto dello stesso Cerio.

 

(testi di Paola Lanzara)

 

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Il "giardino quadro" di Roberta Tucci 

(18 maggio 2012)

 

Una gradita sorpresa, all'interno del Festival del verde e del paesaggio, tenutosi sulle terrazze dell'Auditorium, è stata l'esposizione curata dalla nostra socia Roberta Tucci la quale, nella sezione "Nuovi Paesaggi",  ha presentato un'opera originale e fantasiosa su progetto della stessa Roberta Tucci e di Ingrid Scariato. (vedi foto sottostante)

Il quadro si chiama ScarTù ed è un dipinto dal quale sbocciano fiori veri. Questo è possibile grazie ad una struttura in plexigas che contiene dei vasetti sulla quale è fissata una tela gommata che riproduce un dipinto di Klimt "Il giardino all'italiana". Questa tela è retta mediante un sistema calamitato che consente di rimuoverla facilmente così da poter cambiare l'acqua contenuta nei vasetti e, di conseguenza, di cambiare anche i fiori una volta appassiti.

ScarTù è un quadro vaso che fonde realtà e rappresentazione.


 

 

foto di Roberta Tucci

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Le bauhinie di Piazza Magione a Palermo

(6 maggio 2012)

 

il fine settimana  scorso eravamo a Palermo, in Piazza Magione, dove una quindicina di alberi di Bauhinia erano in piena fioritura. Uno spettacolo mozzafiato che a stento le foto che seguono possono testimoniare.

Peccato che la bellezza della natura non fosse accompagnata dalla pulizia del territorio. Come sempre la natura è avanti all'uomo. Di molto!

foto di Marzio e Giusi Giacalone

 

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Mercedes Parodi Zangari dallo Sri Lanka

L'immagine del colossale esemplare di ficus religiosa nel tempio Raja Maha Vihara presso Colombo nello Sri Lanka, sotto i cui  rami di un esemplare simile, in India, Siddharta Gantama, seicento anni prima di Cristo, ebbe l'illuminazione divenendo Budda.
In tutti i templi buddisti c'è uno di questi alberi con la statua di Budda in meditazione alla sua base, come si vede nella mia fotografia. Nel parco reale di Mahameghavani a Anuradhapura esiste e prospera tuttora l'esemplare di ficus religiosa che fu piantato nel 288 a.C.
E' il più antico albero documentato piantato dall'uomo di cui si conosca la data di nascita, essendo stato affidato alla cura dei monaci che si sono avvicendati nei secoli, per volontà del re Devanampiyatissa, perché esso proveniva da una talea del ficus indiano della meditazione originale.
 
(nota di Maria Mercedes Parodi Zangari)

foto di Mercedes Parodi

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la neve a Roma

Il 3 e il 4 febbraio del 2012 saranno ricordati per un evento di certo non frequente e, per l'importanza delle precipitazioni, anche eccezionale. La neve ha coperto strade, palazzi, giardini e terrazzi dando a Roma un aspetto inconsueto.

Alcune socie ci hanno inviato le foto che riportiamo di seguito: (cliccare sull'immagine per ingrandirla) 

inviate da Eleonora Brown

inviate da eleonora brown

inviata da Antonietta Cionni

inviate da Lina Alicino

inviata da Daniela Gnoli

inviata da Giusi Giacalone

inviate da Gigliola Corsini

inviate da Maria Mercedes Parodi

 

 

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Garden Lovers Quotation

La nostra socia Bianca Angelini ci ha inviato questa bella citazione trovata in un libro inglese dal titolo "Garden Lovers Quotations":

 

Un giardino creato da se stessi diviene parte della propria storia personale e di quella dei propri amici,

intrecciati con i propri gusti, preferenze e carattere;

costituisce una specie di biografia manifesta ma non scritta.

Mostrami il giardino da te creato ed io ti dirò come sei.

 

(Alfred Austin 1835 - 1913)

 

(traduzione dall'inglese di Bianca Angelini)

 

 

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La nostra socia Gigliola Corsini Pozzi ci comunica:

 

 

"Dal lungo cammino intrapreso del Kadò (la via dei fiori), Claudia Giurato ha conseguito il terzo Master di Ikebana, sotto la guida sapiente e rigorosa di Mayumi Araki primo Master della scuola di Ikebana Ohara Chapter Roma".
 
Alla socia Claudia Giurato le congratulazioni del Garden.
 
 
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Una poesia dalla Germania

 

La nostra socia Franca Liuzzo ci ha inviato questi versi che, nel corso delle sue instancabili ricerche botaniche, ha scovato addirittura in Germania:

 

 

Lass die blumen sprechen

ihre sprache ist die

schönste,

sie erzählen von licht

und wärme

 

Lascia parlare i fiori

il loro liguaggio è il più

bello,

essi ci raccontano della luce

e del calore

 

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lo gnomo giardiniere

 

Una scoperta

 

Le lunghe serate d’inverno: sono lunghe davvero ma ce ne rendiamo conto quando il numero di ore in cui possiamo stare in giardino diminuisce e un tempo, per aiutarci a farle passare, c’era qualcuno, barba bianca o crocchia bianca che ci raccontava favolose avventure di gnomi e di fate.

Si dice che uno svedese Frederik Ugarph abbia trovato una statuetta di legno di 15 cm. che sarebbe l’uomo di Neanderthal degli gnomi e dei nanetti.

Ma io sono più fortunata; ho trovato lo gnomo del giardino. Il suo luogo è quello ovunque il giardino ci sia. Egli è quello che fa schiudere le corolle al momento giusto, né troppo presto né troppo tardi, dà una manata leggera al germoglio nato da seme che hai piantato con tanta cura tornando da un viaggio, dice al giovanissimo alberello “coraggio giovanotto che ce la farai” e che cita “L’uomo giusto sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo, le sue foglie non cadranno mai, riusciranno tutte le sue opere” (Salmo I,3)

Lo gnomo del giardino non si vede mai perché lavora la notte.  Qualche volta sbaglia quasi come gli uomini: troverete al mattino un vaso rovesciato che avevate lasciato in giusta posizione, ha dato l’acqua alle piante grasse ed ha lasciato a secco il capelvenere ma in compenso la sua presenza in giardino mi consola quasi come quando scopro che il giornalaio ha le mie stesse passioni giardiniere.

Quando vi accorgete che le rose del vostro giardino sono particolarmente belle vuol dire che lo gnomo giardiniere è innamorato e presta cura particolare a quel fiore per compiacere la sua bella.

Gli gnomi, come tutti, hanno gnomi bambini che giocano con i semi di acero (Acer pseudoplatanus), giocano a fare le libellule, con la metà del guscio della castagna(Castanea sativa) si mascherano da ricci e con i fiori di salice fanno le loro bambole.

Ed ora fanno sss…., con l’indice sulle labbra, perché vogliono rimanere nel nostro giardino, amandolo silenziosamente. Ma quando al mattino andate ad aprire la porta e vi compiacete del vostro balcone fiorito pensando: “sono stata io la collaboratrice della natura a permettere che il mio angolo verde fosse così bello”, non voltatevi di scatto perché potreste vedere le foglie che si muovono dopo il passaggio di uno gnomo.

Tutto nacque così: viaggiando tra le distese verdi ed i magnifici piccoli giardini ho visto lo gnomo del giardino: sono andata per negozi e ne ho chiesto la fotografia.

Poiché in quel momento ne erano sprovvisti, ho acquistato la sua piccola statua da dedicare a tutto il Giardino Romano Garden Club. Spero di cuore che l’aria di qualche giardino romano gli piaccia.

 

Paola Lanzara

 

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una nota della nostra socia Mercedes Zangari Parodi per ricordare Wolfgang Oehme (18 maggio 1930 - 15 dicembre 2011)

 

Il mese scorso è morto l'ottantunenne Wolfgang Oehme (1930-2011), fondatore del New American Garden, dopo una vita dedicata alla diffusione di giardini pubblici e privati di una naturalezza da prateria. Fu inizialmente ispirato ed influenzato dal pensiero dell'allevatore di piante e scrittore Karl Foerster(Berlino 1874-Potsdam Bornim 1970) - attivo prima della seconda guerra mondiale - che usava dire " Le erbe sono i capelli della Terra"( la calamagrostis acutiflora "Karl Foerster" è una graminacea che porta il suo nome). Ben prima del giardino planetario del francese Gilles Clément, l'innovazione di Oehme, che tanto successo avrebbe raccolto anche nella cultura paesaggistica attuale, fu la soppressione del giardino tradizionale "disegnato", sostituito da distese di erbe spontanee perenni piantate in grandi masse, perché ondeggiassero come le increspature di una distesa d'acqua al passare del vento. Oltre alle graminacee più diverse, nei suoi elenchi troviamo rudbeckie, echinacee, salvie, perovskie, sedum,  eutrochium, e altre piante a bassa o nulla manutenzione - come avviene in natura - in grado di attrarre farfalle, uccelli, api, libellule e rospi perché un bacino d'acqua, grande o piccolo che fosse, era sempre previsto. Il New American Garden Style viene riconosciuto unanimemente come il pioniere dell'architettura di paesaggio che libera le piante da forme artificiali rigide e forzate, consentendo loro un andamento naturale, ma controllato da terrazzamenti, muri e gradini, che àncorano le distese dei campi fluttuanti al terreno, con un risultato complessivo di leggera e scompigliata bellezza. 
Oehme era nato a Chemnitz in Germania, aveva studiato a Berlino trasferendosi poi negli Stati Uniti nel 1957. Dal 1970 fu socio nello studio di architettura Oehme, van Sweden & Associates attraverso il quale portò avanti importanti interventi paesaggistici a New York( anche l'Orto Botanico), Baltimora, Washington e in Germania.

 

Maria Mercedes Zangari Parodi, gennaio 2011

 

 

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Incendio

Un centenario cedro del Libano (Cedrus libani L.) "incendiato" da una ampelopsis

(clicca per ingrandire)

 

(foto scattate da Giusi Giacalone nel giardino della nostra socia Franca Liuzzo a Roma - novembre 2011)

 

 

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Come d'abitudine, ogni volta che prepara e pubblica i programmi trimestrali, il nostro Presidente Nino Rossini, fa precedere l'elenco degli eventi da un suo pensiero botanico.

Quello che segue è un elenco dei "pensieri" dal 2009 ad oggi:

 

 

E’ primavera.

E’ ora di mettere le mani nella terra per curare le nuove fioriture e riparare i danni dell’inverno. Gli inglesi attribuiscono la qualifica di “giardiniere” a chi lo fa, a chi lo pensa e lo costruisce con le proprie mani.

In questo lavoro si trova molta serenità. E’ l’occasione per mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti dal Prof. Rossi nel prezioso corso di giardinaggio che si è svolto recentemente. Speriamo di ripeterlo nel prossimo anno dato il successo riscosso.  (Progr. aprile-giugno 2009)

 

 

Siamo ormai in estate e quindi in vacanza. Auguri!

Non ci dimentichiamo di preparare i nostri giardini e i nostri terrazzi per l’autunno. C’è sempre una rifiorenza di rose e una prolungata fioritura di annuali. Non vi mancherà modo di visitare parchi o giardini. Abbiate cura di cercarli e fate come Russel Page (L’educazione di un giardiniere E. Allemandi e C. 1994) “Imparai i nomi delle piante grazie al semplice espediente di scrivere per esteso quelli delle piante che vedevo per la prima volta . Ancora oggi, quando vedo una pianta per la seconda o anche per la quinta volta, senza ricordarne il nome, me la riscrivo puntualmente: così prima o poi si è costretti ad impararlo”.  (Progr. ottobre-dicembre 2009)

 

 

Il prato si è ammantato delle foglie giallo-oro perse dal ginko biloba, la ampelopsis si è vestita di rosso e trascolora verso il purpureo, l’arancione e il giallo, fino a nascondere la terra; i melograni ormai vermigli chiedono di essere staccati! Le rose, di colori splendide, sono rifiorite!

Sono i regali di questo nostro dolce autunno!

Riponete gli attrezzi da giardino, fate il trattamento al nero in attesa della primavera. (Progr. gennaio-marzo 2010)

 

 

La primavera non sente ragioni; si schiudono i boccioli e le foglioline nuove si affacciano alla vita. Sono meravigliosamente verdi e lucide. I giardini, i boschi sussultano di piccoli suoni allegri. Noi dopo le conferenze invernali siamo pronti ad andare all’aria aperta.

Abbiamo imparato molte cose, a cominciare dagli interventi sul paesaggio, dall’elogio delle donne esploratrici, dal sapiente excursus dall’albero al giardino, dalle lezioni botaniche ecc. (Progr. aprile-giugno 2010)

 

 

La primavera è passata in un baleno! Sicuramente siamo stati attenti e sensibili al rinascere delle piante e dei giardini. Ora godiamoci l’estate e lasciamo che il pensiero divaghi tra piante, giardini, paesaggi, quasi che in un gioco giocondo fosse a noi possibile ricostruire un pezzetto di mondo fiorito. Con la fantasia vedremo colori, sentiremo profumi e, se silenti, ascolteremo la voce del giardino. Può essere che questa magia ci accompagni fino alla nuova realtà del programma di ottobre. (progr. ott. dicembre 2010)

l’autunno ci invita a serrare i giardini e i balconi ed a riparare le piante dal freddo.

Inizia un periodo di raccoglimento e di generosità. “L’uomo - osserva Erasmo di Rotterdam – può nel volo della mente varcare oltre la soglia degli angeli”; anche del giardino e dell’hortus conclusus aggiungiamo noi. Non guardiamo tanto alla forma fenomenica, che in questo periodo si intristisce, quanto ai contenuti della fantasia che vanno oltre la materialità dell’essere.   (progr. gennaio-marzo 2011)

 

 

Francesco Bacone* nel saggio of Gardens pubblicato nel 1625, rievocava uno dei miti più antichi della storia del mondo: “Iddio onnipotente in primo luogo piantò un giardino”, cioè prima dell’innocenza umana perduta. Il Giardino creato dall’uomo nasce non per procacciare il cibo, ma come una ideale visione che si materializza in primavera con i nuovi germogli. La primavera, ormai prossima, ci offre elementi reali di questo racconto ed è un pensiero suggestivo che accompagna questo programma: - Rinnovarsi: questo è il proposito che ci seguirà nei prossimi mesi!  (Programma aprile-giugno 2011)

 

 

Ho il piacere di iniziare questo programma con le parole di Jertrude Jekyll “Lo scopo di un giardino è quello di donare felicità e pace, e di offrire tale dono per mezzo della più alta espressione pittorica ottenibile dall’accostamento di fiori e foglie”.

Per avere così alta sensibilità occorre un interesse particolare e un impegno che operi con continuità.

Questo è stato richiesto ai Soci amabilissimi e questo si è cercato di fare con il ciclo di conferenze della Dott.ssa Benocci, con le lezioni della D.ssa Elvira Imbellone e del Dott. Stefano Marzullo, che cercheremo di ripetere. (Programma ottobre – dicembre 2011)

 

 

Osserva Gillès Clément che “la natura prende in prestito gli uccelli consumatori di bacche, le formiche giardiniere, le docili pecore il cui vello racchiude campi e campi di semi. E poi l’uomo, che egli definisce”libero scambiatore della diversità”.

E’ quello che stiamo realizzando nel nostro giardino, o nei vasi sul balcone. In questo periodo autunnale siamo stati spinti a piantare bulbi, cespugli, alberi, rose ecc. e tuttora lo facciamo, stagione permettendo, e ciò a conclusione delle nostre ricerche sulle novità, sulle diversità, nell’intento di arricchire il nostro sapere e piacere.

Questa è la migliore risposta che possiamo dare alla globalizzazione, dopo avere sentito le lezioni botaniche di Elvira, di Paola, le potature di Marzullo e le conferenze. (Programma gennaio - marzo 2012)

 

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Dal nostro socio Gottardo Angella

                                           

LA LEGGENDA DELL’ “ANGIOLEN DEL DOM”

 

Si era un po’ prima dell’anno 1300 di nostro Signore quando il papa Bonifacio bandì il primo Giubileo.

Era un grande avvenimento per tutta la Cristianità ed andava celebrato solennemente sì da richiamare attorno al soglio di Pietro, centro del cattolicesimo, il più gran numero possibile di fedeli.

A Roma iniziarono i lavori di restauro delle basiliche, la revisione ed il rinforzo dei pochi ponti che univano le due sponde del Tevere, si adattarono ospizi per il ricovero dei pellegrini, si sistemarono il più decorosamente possibile le pavimentazioni stradali e così via.

Ma non bastava. La Curia Romana decise di inviare angeli dappertutto per raccogliere ritmi e melodie atti a dare un contorno musicale a tutte le celebrazioni dell’Anno Santo Giubilare.

E così un angelo venne inviato anche a Parma perché si mettesse subito al lavoro sì da riempire un capace sacco di tutte le melodie che avrebbe incontrato a Parma e nel parmense.

Incominciò l’angelo con la musicalità dei fiumi e dei torrenti ruscellanti giù dall’Appennino, di balza in balza con toni più acuti, fino al loro distendersi nelle valli più larghe ove le acque sembrano carezzare ciottoli, sabbie e ghiaioni.

L’angelo raccolse le furie, gli “andanti con brio” delle piene, il mugghiar delle onde vorticose che si avventano sulle rive e sugli alberi del greto, sui ponti traballanti sotto la spinta delle acque.

E l’angelo raccolse il “largo maestoso” del grande fiume, il Po, l’Eridano, signore della vasta valle, regale nel suo andare sempre più solenne ogni volta che un affluente scende a versargli il suo tributo.

All’angelo piacquero anche le “fughe” dei tetti nella città, le file dei coppi allineati come tasti di una sublime spinetta, là ove anche la vista è musica e poesia, ritmata dall’inseguirsi degli archetti sulla facciata del Duomo. Ed anche quelle impressioni musicali l’angelo mise nel suo sacco.

Ma non bastava ancora: c’era il “piano pianissimo” che si coglieva nei campi coltivati, ben drenati secondo la vecchia centuriazione romana; solenne silenzio rotto solo dal muggito del bestiame, dallo stormire delle “pioppe” alte nel cielo che sembrano scrivere qualcosa sul bianco delle nuvole con le loro cime oscillanti.

E come non mettere nel sacco il fruscio degli stormi d’uccelli che disegnano nell’aria grandi e mutevoli figure, ed il loro cinguettare intenso alla sera, nell’ora dell’appollo sulle grandi querce?

L’angelo era davvero affascinato da tutti quei ritmi e non si rendeva conto di come stesse caricando quel pur capace sacco; in misura eccessiva.

Ecco, finalmente è soddisfatto e la missione compiuta, ma occorre riportare a Roma tutto quel ben di Dio.

L’inverno quell’anno era precoce con un’aria fredda, umida e stizzosa e con tutto quel carico il povero angelo non riusciva a staccarsi dal suolo per prendere il volo verso Roma, chè il primo ghiaccio imperlava le penne delle lunghe ali.

Pensò bene allora, il buon angelo, di arrampicarsi sul campanile del Duomo che già da tempo si alzava maestoso. Forse da lassù avrebbe trovato l’abbrivio per il decollo e così salì con mani e piedi e con spinta di frenetici colpi d’ala guadagnando metro su metro a grande fatica.

Ma il freddo era sempre più intenso e scuri nuvoloni si accalcavano intorno all’angelo, e quanto ghiaccio sotto ai piedi a farti scivolare più in basso !

Ma lui tenace salì ancora fino alla cima e si afferrò alla croce, ma nel chinarsi il sacco gli scivolò di mano, rotolò giù inesorabilmente rimbalzò di struttura in struttura, di cimasa in cimasa, sempre più giù per squarciarsi con grande boato proprio davanti ai due leoni del portale.

Dallo squarcio tutte quelle melodie rotolarono per le strade, invasero i borghi e le corti, si infiltrarono tra le case, si diffusero a macchia d’olio su verso l’Appennino e giù verso il gran fiume.

E avvenne così che la melodia entrò nella essenza delle genti, si sciolse e permeò l’animo delle persone che venivano al mondo nelle terre di Parma, quasi una seconda natura, e quel seme fruttifica in tutti quelli che sentono ancora l’eco di quella notte sublime.

E così il povero angelo rimase disperato sulla cima del campanile senza più il suo sacco rotolato in basso; e tutto intorno era buio e freddo. Ma ecco un lampo squarciò all’improvviso le tenebre, balenò sinistro ed insieme splendido; circondò l’angelo di una luce accecante e scattò il premio per la sua fede, lo strenuo sforzo.

La folgore divina lo avvolse in un turbine di polvere dorata ed alle prime luci del sole apparve bello, lucido, smagliante il nostro Angiolen d’or.

 

Gottardo Angella

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Nel giugno del 2011 siamo andati nella regione francese del Perigord. Con noi c'era anche Gottardo Angella che ci ha inviato questi versi
 
Perigord giugno 2011
 
Quando il Garden chiama al viaggio
e Gianluca t’accompagna
ben si inizia pur se un raggio
non dà il sole alla campagna
 
e ci ospita un maniero
molto antico e tutto c’è
belle figlie per davvero
manca solo il bidet
 
Piante, fiori, bei giardini
in battello su Dordogna
ne facciamo di gradini
ma si fan quando bisogna;
 
qualche guaio nelle cene
all’orario di galline
quel che c’è deve andar bene
buono il fois di grasse ochine,
 
chè le dicono fifone
e che scappan sospettose
ma è no e proprio none
ch’esse sono fegatose.
 
Il Giardin d’immaginario
bene ha accolto i nostri passi
acqua ai fiori in modo vario
se la bevon pure i sassi.
 
D’Eyrignac i giardinoni
paion sì meravigliosi
beh! Però ai criticoni
sembran troppo macchinosi
 
se il buon Pan dio dei boschi
qui venisse e visitato
scapperebbe ad occhi foschi
se ne andrebbe un po’ incazzato
 
sembra nonna che ha rifatto
nuove tette elaborate
e le guance ha rattratto
e le rughe ha ben stirate
 
ben più umana la tenuta
di bravissima nonnetta
sua creatura è pervenuta
al mio spirito: essa è provetta
 
pur se frega alla Dordogna
un po’ d’acqua a cascatello:
non peccato se bisogna
e ci offre un buon vinello.
 
Come varia la natura!
chè la sera va a razza
or lumache con verzura
così il tempo: or sole impazza
 
nembo poi mette paura;
bene affine a Sarlat
ogni cosa non trascura
il mercato e ognun s’adat.
 
Pomeriggio un po’ incantato
poi di Losse al castello
molto ben fortificato
pria con l’acque al fossatello.
 
Un po’ Italia c’è nell’arte
nel disegno di facciate
le finestre in quattro aperte
stanze a arazzi, ammobiliate.
 
Qui si chiude filastrocca
che nei giorni ho intrecciato
un bel grazie a Gloria tocca
a Gianluca urrah! va dato.
 
A voi tutti, cari amici
augurar anni felici
non saran 150
ma almen nove e novanta
 
Sarà lieto il pensierino
al sei di perigordino
e più oltre non m’attardo
vi saluta qui Gottardo.
 
 
Gottardo Angella (giugno 2011)
 
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paola lanzara e il Pèrigord (giugno 2011)

(clicca per ingrandire)

 

 

Ogni viaggio è un’avventura per ciascuno di noi, un modo per evadere ed un mezzo di arricchimento che ci vien donato da tutto ciò che incontriamo.

Il Périgord è un’isola alla quale si approda più raramente di quanto meriti perché ha in sé testimonianze medievali dalle nitide linee rigide immerse in boschi foltissimi che si dipanano sulle colline nei diversi toni di verde. La presenza di acqua è stata, nei momenti in cui l’uomo iniziava la sua presenza civilizzante, una grande ricchezza per questa regione, percorsa com’è da importanti fiumi quali la Dordogna e la Vézère: essi sono stati usati come mezzi di comunicazione e di commercio ed hanno lasciato, nel Périgord, una frequente traccia nei nomi dal post fisso ac, come Montagnac, Beynac, Bergerac, che significa indicazione di luoghi con presenza d’acqua. Aggiungiamo che, nella tarda primavera, si possono ammirare, galleggianti sul pelo dell’acqua dei fiumi, dei tappeti fioriti di candidi Ranunculus acquatilis L; nella loro levità e nella irregolarità delle colonie, sembrano proprio i lembi di tuniche delle ninfe fuggenti ai commenti troppo audaci del dio Pan. In questa specie le foglie filiformi, tendenti a riunirsi a pennello rappresentano, qualora si riesca a vederle, uno degli adattamenti degli organi vegetali all’ambiente: certamente la loro struttura filiforme, che non oppone resistenza come quella di superfici più vaste, si adegua bene alle acque lentamente fluenti della Dordogna.

La prima tappa, culturale, è stato l’incontro, a Cahors, con il ponte fortificato medievale di Valentré, tra i più spettacolari di Francia.

L’incontro con il giardino è stata la visita di quello privato dei paesaggisti Lapouge.

E’ un giardino che si definisce normalmente “naturalistico” tra boschi, praterie fiorite e bordi misti creati con le specie biologiche del luogo; da sottolineare un’attenta conservazione di elementi antichi di ars topiaria.

La passeggiata è proseguita nel bosco fluviale di Rocque Gagear, amato da Camillo Pissarro (1820 – 1881), dove si può ammirare la bianca fioritura del Ranunculus acquatilis L., presente anche nella flora italiana in acque limpide e lentamente fluenti, per giungere alla visione del giardino acquatico “Le Jardin d’Eau”, creato da Didier Bernard che abbiamo conosciuto, tra stagni di rare ninfee, fiori di loto e graminacee.  In quel giardino, in cui l’acqua fa da regina, incontriamo il loto azzurro degli antichi Egizi, Nymphaea  caerulea Savigny . Fu Marie Jules César Lelorgne de Savigny (1777 – 1851), uno zoologo dal lunghissimo nome che seguì Napoleone nella Campagna d’Egitto e compilò il capitolo Histoire Naturelle  della Description de l’Egypte  (1808 – 1813), a dare nome e descrizione botanica a questa pianta.

La ninfea cerulea è entrata nella coltivazione commerciale nel 1840.

In un chiaro (non solare) pomeriggio abbiamo visitato lo Chateau de Losse del XV secolo, un bellissimo esempio  di Castello contornato di un magnifico giardino nel quale possiamo guardare il paesaggio da due grandi terrazze moderne su di una rupe a  picco sul fiume Vézère tra bordure di rose, aiuole viola di Nepeta nervosa L. , erbe aromatiche , stanze verdi di carpino, Carpinus betulus , usato nei grandi giardini dell’Italia settentrionale in lunghi tunnel verdi  e  spazi  ampi detti ”carpinete” dove si usava intrattenere  gli ospiti a “ciacolar” nei climi tiepidi.

Sulle sponde del fiume Vézère incontriamo Terrasson, una cittadina che deve la sua fortuna ad un sindaco intelligente che non ha permesso che un largo spazio demaniale fosse destinato all’edificazione, cosa che avrebbe distrutto l’orizzonte paesaggistico di tutta la valle. Egli  cercava una soluzione che consentisse alla sua bella cittadina di captare un turismo colto e alternativo; non voleva però che fosse una rivisitazione di altri giardini ma un giardino portatore di un’idea di oggi che rispecchia la contemporaneità: voleva un giardino “dell’umanità”, con lo spirito religioso della leggenda druida, valorizzando  la presenza dell’acqua e della foresta. E’ un giardino meraviglioso ma che non si può raccontare, bisogna sentirlo e vivere in esso .

Nel giardino de l’imaginaire incontriamo anche gli splendidi gigli dorati (in realtà Iris pseudoacorus) che crescono anche in Italia  nelle zone umide e questa pianta è molto importante per la nazione francese che stiamo visitando. Una volta Luigi VII (1120-1180) re di Francia alla vigilia di una importante battaglia  pare avesse dei dubbi sulla riuscita positiva del combattimento. Nella notte agitata sognò gli alti iris gialli del paesaggio in cui l’indomani si sarebbe svolta la battaglia : il conflitto fu vinto e da questo nacque in lui l’ispirazione di prendere questo fiore come emblema della sua nazione:  le leggende sono una cosa bella ma lo sono ancor di più quando c’è una radice storica : viva l’Iris pseudoacorus che è diventato il simbolo di Francia.

Nel Pèrigord il mondo restante non esiste più con i suoi stimoli, i rumori, gli odori. La forza massiccia dei muri di pietra, dapprima grezza poi lavorata, le chiese romaniche possenti e buie, incoronate da campanili-torri fortificate e rifinite a merli guelfi, creano speciali atmosfere.

Oltre alle colombare, che già conosciamo nelle costruzioni italiane, si incontrano, nella campagna del Pèrigord, manufatti, della stessa forma circolare, chiamati Cabane e, dal 1970, Borie. La stessa forma circolare si incontra in Puglia con i trulli di Alberobello ma la disposizione dei Bories superstiti è molto diversa: si trovano isolati nei campi, a ridosso dei boschi, mai nei centri abitati: è stupefacente in queste costruzioni, peraltro senza finestre, ma anche in tutte le costruzioni perigordine la capacità dei costruttori di scelta e valutazione dei pesi delle pietre a secco che formano i tetti conici. Si tratta di architetture rurali che, nel Medioevo, proseguono la tradizione romana e che diventeranno non solo ripari di sorgenti ma anche ripari di pastori e di viandanti.

Mi porto via dal Périgord colori, linee, proporzioni, immagini e una straordinaria quiete che ci fa riflettere, noi che proveniamo da rumorose città, una pace in cui si sente lo scorrere della ricchezza dell’acqua ed il canto degli uccelli.

Tutto questo è servito a spigolare nella memoria e a fissare immagini che avevo lasciato andar via; non poteva mancare a questo appuntamento Michel de Montagne (1533 – 1592) con tutto ciò che di bello ha scritto sull’Italia; egli è stato il mio primo maestro nel mio scegliere il verde umanizzato. Delle sue descrizioni avevo dimenticato la penetrazione luminosa e sicura del paesaggio e dell’animo umano.

Le ombre e le luci, i castelli perfettamente restaurati, i giardini colmi di piante interessanti, i getti d’acqua come pennelli verso il cielo, tutto questo ho rubato con gli occhi e con il cuore per portarlo con me: come sempre ogni viaggio è unico per chi sa guardare.

 

Paola Lanzara (giugno 2011)